Una scena della rappresentazione – Foto (modificata): Salvatore Pastore

La grande coreografa tedesca è stata celebrata in un lavoro di Giuseppe Sollazzo rappresentato di recente al Teatro San Ferdinando di Napoli.

a cura di Mario Severino

Un ‘sogno d’amore’ dedicato a un’icona della danza

Nel weekend del 31 gennaio e 1 febbraio scorsi, al Teatro San Ferdinando di Napoli è andato in scena Quando la finirai con Pina Baush?, spettacolo ideato, scritto e diretto da Giuseppe Sollazzo. Un atto unico di circa settanta minuti, che si presenta fin da subito come un ‘oggetto teatrale’ difficile da classificare: non un tributo, non una biografia scenica, non una ricostruzione filologica dell’opera della coreografa tedesca, ma piuttosto un “attraversamento emotivo”, una dichiarazione di dipendenza, un corpo a corpo con un’eredità ingombrante e imprescindibile.

Lo spettacolo nasce come un ‘sogno d’amore’ verso un’artista mai conosciuta personalmente dal regista, ma profondamente interiorizzata. Un sogno che, come spesso accade, si muove sul crinale sottile tra desiderio e ossessione, ammirazione e insofferenza, fedeltà e bisogno di sabotaggio. È proprio in questa ambiguità che Quando la finirai con Pina Bausch? trova la sua tensione più interessante.

Una scena della rappresentazione – Foto (modificata): Salvatore Pastore

Il peso di un’eredità

Il titolo dello spettacolo è già una dichiarazione programmatica. Provocatorio, quasi esasperato, Quando la finirai con Pina Bausch? non chiama in causa direttamente l’artista, ma il peso della sua permanenza nel teatro e nella danza contemporanei. Sollazzo non mette in scena Pina Bausch: mette in scena ciò che resta di lei. Il lascito, la dipendenza, la difficoltà di emanciparsi da una figura che ha segnato un punto di non ritorno.

Pina Bausch è una di quelle artiste dopo le quali “niente è più come prima”. Lo spettacolo costruisce il proprio ‘cuore emotivo’ proprio su questa consapevolezza: l’imbarazzo di sentirsi minuscoli di fronte a un mito, il desiderio di tornare a un “prima” impossibile e l’urgenza di attraversare quell’eredità, anche a costo di restarne feriti. La domanda che pervade tutta la pièce è quindi meno innocente di quanto sembri: quanto abbiamo ancora bisogno di Pina Bausch? E quanto siamo complici di questa mitologia?

Una rilettura del Tanztheater

Giuseppe Sollazzo, regista che da anni lavora su una teatralità fisica attraversata da ironia e inquietudine, costruisce uno spettacolo che è metateatro allo stato puro. Non solo perché riflette su se stesso, ma perché espone continuamente il proprio meccanismo, mostrando il processo creativo mentre accade. Il riferimento al Tanztheater di Pina Bausch non è mai neutro: ogni volta che diventa riconoscibile, Sollazzo lo spezza, lo sabota, lo incrina con l’ironia.

È un gioco consapevole con il disagio, che coinvolge tanto i performer quanto lo spettatore. In scena si sente urlare: “Pina, basta con queste domande, vogliamo ballare”. Una frase che contiene insieme frustrazione, desiderio di liberazione e amore profondo. Il disagio è anche quello del pubblico, chiamato a interrogarsi sul proprio sguardo: quanto desideriamo riconoscere quei segni? Quanto ci rassicurano? Quanto ne siamo dipendenti?

Una scena della rappresentazione – Foto (modificata): Salvatore Pastore

Una corporeità ‘parlante’, racchiusa in una sorta di tela di Penelope

In scena agisce un nucleo ampio di 18 performer, tra attori e danzatori, con l’innesto dichiarato di presenze non professioniste. Non ci sono personaggi nel senso tradizionale: ci sono corpi. Corpi che parlano, che ricordano, che evocano. Corpi che diventano veicolo di un linguaggio non verbale, compositivo, stratificato.

La scena funziona come una tela di Penelope:si costruisce e si disfa continuamente. Quadri, aggregazioni, micro-rituali si accendono e si spengono come ricordi. Nessun protagonista, ma una coralità che suggerisce una memoria condivisa, instabile, frammentaria.

Gesti, musiche, elementi scenografici e sequenze eterogenee richiamano inevitabilmente l’universo bauschiano, ma senza mai cristallizzarlo in una forma definitiva.

Il rischio della citazione: cartolina o lente?

Il rischio di un’operazione simile è evidente: la cartolina. Una sequenza di citazioni che gratifica chi conosce già e lascia fuori gli altri. Le sedie di Café Müller, gli abiti eleganti da sera, la danza che nasce da gesti quotidiani elevati a materia artistica, il pubblico che si ribella, i palloncini rossi, i garofani, le sottane bianche. Segni iconici, potenti, riconoscibili. Sono “cose da fan”, elementi che abitano l’immaginario di chi ama Pina Bausch, ma che rischiano di risultare opachi a quanti non conoscono la sua opera.

Una scena della rappresentazione – Foto (modificata): Salvatore Pastore

Eppure il punto di Sollazzo non è spiegare Pina Bausch. È usarla come lente. Una lente attraverso cui guardare qualcosa di altrimenti incoglibile: il suo processo creativo, le sue domande senza risposta, la sua capacità di trasfigurare una realtà spesso dolente, lasciando sempre spazio all’ironia.

Eredità di metodo: Beatrice Libonati e la memoria incarnata

Un dato decisivo è la presenza di movimenti coreografici firmati da Beatrice Libonati, storica collaboratrice di Pina Bausch. Non si tratta di un dettaglio ornamentale, ma di una scelta precisa: evitare l’imitazione per lavorare su un’eredità di metodo, posture, tensioni relazionali.

Libonati contribuisce a dare corpo a una memoria che altrimenti resterebbe solo evocata. Non una copia, ma una trasmissione. Non una forma, ma un modo di interrogare il corpo, lo spazio, la relazione. La drammaturgia attinge anche a frammenti biografici della vita di Pina Bausch – l’infanzia nel ristorante dei genitori, New York, il rapporto con i danzatori – supportati da una voce fuori campo che restituisce la semplicità e la profondità delle sue parole.

Lo spettacolo tocca inoltre temi sociali duri, come il femminicidio, affrontandoli in modo assolutamente anticonvenzionale. Il disorientamento iniziale che ne deriva è parte integrante della piece: è solo accettando la grammatica dello spettacolo che il pubblico può entrare nel suo modo di procedere.

Una scena della rappresentazione – Foto: Salvatore Pastore

Una domanda che non chiede risposta

Il ‘cuore estetico’ dichiarato nella performance si può riassumere con queste parole: Pina Bausch come artista che non offre risposte ma domande; il teatro come radiografia feroce che contiene anche un ‘pronto soccorso’ per le ustioni. Ferita e unguento. Il limite possibile è quello di ogni operazione a frammenti: se lo spettatore non aggancia il flusso, resta fuori. Ma se lo aggancia, esce con una sensazione rara: non aver assistito a una storia, ma a un meccanismo emotivo. A un’ossessione che si trasforma in teatro.

E così, alla fine, la domanda ritorna: quando la finirai con Pina Bausch?

La risposta è inevitabilmente retorica. Non si finisce con Pina Bausch. Non finiremo mai. Perché non è solo un’artista: è un’istituzione, un punto di non ritorno, un modo di stare nel mondo e sulla scena. L’arte, quando è tale, rende immortali.

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