L’ingresso della mostra a Palazzo della Minerva – Foto: Stefania Rega
Un piccolo dipinto di circa 600 anni fa, eseguito dal grande pittore siciliano e da poco riacquisito dal MiC, può essere ammirato fino al 7 aprile al Palazzo della Minerva di Roma.
I significati di una nota locuzione: dal Vangelo al linguaggio corrente
La locuzione latina “ecce homo” nasce dalle pagine del Vangelo di Giovanni. Come è noto, si riferisce al momento in cui Gesù viene portato davanti alla folla subito dopo la crudele flagellazione a cui i romani sottoponevano i prigionieri. “Ecce homo”, dice Pilato presentando Gesù, o meglio mostrando la carne piagata e i rivoli di sangue vivo su un corpo ormai allo stremo delle forze. “Ecco l’uomo che volete crocifiggere, tormentato nella carne già quasi fino al limite del sopportabile”, sembrerebbe voler aggiungere Pilato, “che bisogno c’è di continuare?”. La folla sceglierà di andare fino in fondo e il corpo di Gesù spirerà sulla croce di lì a poco.
Le parole di Ponzio Pilato, che gli altri tre Vangeli peraltro non citano, si sono cementate, hanno creato una propria nicchia di significato acquisendo una valenza simbolica forte ed efficace.
Per la tradizione cristiana, in quel momento drammatico e cruciale, il Figlio di Dio incarna l’umanità intera, è l’Uomo per eccellenza. Pertanto, “Ecce homo” è un invito a guardare a quale perfezione di amore, di devozione verso il Padre Celeste, di volontà di sacrificio un essere umano può giungere, se sceglie di farlo.
‘Infilandosi’ nella lingua viva, la locuzione ha altresì assunto un significato decisamente più laico e prosaico. “Ecce homo” serve a indicare una persona che per svariati motivi si trovi in condizioni di grande disagio o sofferenza. Ma prima della scarnificazione linguistica, popolare e pragmatica, l’Ecce homo è stato un tema artistico, in particolare nel periodo rinascimentale e barocco. Alcuni tra i migliori pittori di quelle gloriose stagioni si sono cimentati nella rappresentazione del fatale momento in cui il corpo straziato del Cristo viene offerto in sacrificio alla folla. Caravaggio e Correggio sono alcuni dei nomi prestigiosi che contribuirono alla creazione di un vero e proprio canone, al quale partecipò in maniera incisiva anche Antonello da Messina.

L”Ecce Homo’ di Antonello da Messina – Foto: Stefania Rega
Antonello: un celebre interprete di soggetti religiosi
Pittore siciliano nato nel 1430, in nome del suo incontestabile talento Antonello da Messina fu chiamato da committenti di tutta Italia: oltre che nella sua città natale, lavorò a Napoli e a Venezia, ma anche a Torino e a Reggio Calabria. Tra i primi artisti in Italia ad utilizzare i colori ad olio, realizzò un numero discreto di opere che però, in circa sei secoli di vita, hanno percorso lunghi tragitti che le hanno disseminate tra i musei e le chiese di mezzo mondo.
Antonello si dedicò moltissimo ai ritratti, spesso di personaggi suoi contemporanei, dipingendo opere di grande pregio. Suo è il Ritratto di ignoto marinaio, ad esempio. E tanti sono anche i soggetti religiosi, tra cui la bellissima Annunciata di Palermo.
Ma forse la sua opera più famosa è proprio Ecce Homo. In verità, ne realizzò una serie, ben 6. Tranne l’unico che è andato perduto, oggi quei 5 capolavori sono conservati in vari musei, da Piacenza a Parigi, da New York a Genova.
Il primo Ecce Homo fu dipinto intorno al 1465 su una tavola di appena 15×10 centimetri, probabilmente in Sicilia, per poi sparire per molti anni. A marzo del 2026, per la prima volta nella sua lunga e misteriosa storia, il quadro è tornato in Italia, il suo paese di origine. Esposto nella Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, in Piazza della Minerva a Roma, fino al 7 aprile, gratuitamente, il quadro sta richiamando così tanti visitatori, romani e turisti, da formare lunghe spirali di pazienti ammiratori davanti al Palazzo della Minerva. La mostra è stata inaugurata con una pomposa cerimonia ufficiale alla presenza del Presidente del Senato, Ignazio La Russa, e del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Conclusa la breve esposizione romana, il quadro sarà consegnato all’ente che lo ospiterà, si spera per sempre, ossia il Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila.

I sei ‘Ecce Homo’ dipinti da Antonello da Messina – Foto: Stefania Rega
L’Ecce Homo ritrovato: dal volto espressivo di Cristo al San Girolamo sul retro
Il volto di Gesù dipinto da Antonello si staglia su un fondo nerissimo; la testa è leggermente reclinata sulla spalla destra; sul petto, totalmente nudo, una fune getta un’ombra di ulteriore angoscia. Il Cristo incrocia lo sguardo di chi lo osserva, trasmettendo in maniera potente e drammatica la gravità del momento.
Sul lato posteriore della tavola l’artista realizzò un secondo dipinto. San Girolamo Penitente, in ginocchio davanti a un libro aperto e un calamaio in ossequio alla sua traduzione della Bibbia in latino, è sorpreso in un paesaggio naturale di rocce, alberi e uno specchio d’acqua sullo sfondo.
Purtroppo, lo stato di conservazione del quadro sul retro non è ottimale, tutt’altro. Le tante scoloriture, soprattutto in corrispondenza del volto del santo, si devono all’uso a cui il dipinto era destinato. Faceva, infatti, parte delle tante opere di pittura devozionale. I fedeli desideravano avere sempre con sé un’immagine sacra, da poter venerare e a cui chiedere protezione in qualsiasi momento. Nel Quattro/Cinquecento questo genere di opere, che necessariamente dovevano avere dimensioni molto ridotte, era così diffuso da impegnare anche un artista come Antonello da Messina. Naturalmente le piccole tavole venivano trasportate nelle borse di cuoio, tirate fuori, spesso, per essere accarezzate e baciate. Tanta venerazione ha preteso il suo obolo.

Il retro con l’immagine di San Girolamo – Foto: Stefania Rega
Il riconoscimento da parte di Zeri e la vicenda del rientro in Italia
Nonostante la sua veneranda età, poco meno di 600 anni, l’Ecce Homo è stato riconosciuto come opera di Antonello da Messina solo nel 1958 da Federico Zeri, illustre storico dell’arte. In quel momento il dipinto faceva parte di una collezione privata spagnola. Una decina di anni dopo fu acquisito dalla galleria Wildenstein & Co. di New York e successivamente venduto all’asta da Sotheby’s al gallerista Fabrizio Moretti, che a sua volta lo cedette ad un anonimo proprietario.
Nel mese di febbraio del 2026, la famigerata casa newyorkese si preparava a battere di nuovo il dipinto all’asta. Ma questa volta l’Italia non è stata a guardare. Il Ministero della Cultura ha subito manifestato un forte interesse che ha spinto Sotheby’s a ritirare il dipinto dalle vendite e a intavolare una trattativa privata. È stato raggiunto così un accordo, proprio nel febbraio scorso, per 14,9 milioni di dollari. Il quadro è quindi tornato in Italia, approdando come prima tappa a Piazza della Minerva. L’accesso alla mostra consente anche di visitare, in maniera del tutto eccezionale, il pregevole chiostro del Palazzo della Minerva, denominato Guidetti perché realizzato dall’architetto Guidetto Guidetti nella seconda metà del XVI secolo. Tale complesso è decorato da un sontuoso ciclo pittorico, risalente al Manierismo e al primo Barocco, con i Misteri del Rosario e Scene di vita di S. Tommaso D’Aquino.

Uno scorcio del chiostro Guidetti – Foto: Stefania Rega
