Foto: Stefania Rega (modificata con IA)

La ricerca della pienezza della vita raccontata in un romanzo di Bernard Malamud.

Malamud, Roth e Bellow: tre autori che riflettono sulla loro identità ebraica.

Qualche anno fa, nel 2019, la casa editrice Minimum fax ha riproposto al pubblico la produzione letteraria di Bernard Malamud pubblicando un cofanetto in due volumi che contiene tutti i suoi racconti, dal 1940 al 1982. Solo qualche anno prima, Mondadori aveva raccolto tutte le opere dello scrittore americano (racconti e romanzi) in due poderosissimi Meridiani. Il nome di Malamud, non molto noto al grande pubblico, è spesso associato al più famoso Philip Roth e a Saul Bellow. Sono tre autori di origini ebraiche che, nonostante la stima e l’amicizia reciproca, non intesero mai costituire una scuola o un filone letterario ma che effettivamente condivisero alcuni tratti. I loro personaggi erano spesso scrittori o accademici e quindi riflettevano sul mondo delle lettere, dell’arte e della creatività. Sovente, vivevano fuori dai grandi agglomerati urbani, rifugiati in cittadine tranquille, dove i problemi sociali arrivavano attutiti – se arrivavano. Ma, soprattutto, Malamud, Roth e Bellow indagarono a fondo sulla presenza e l’identità degli ebrei nella società americana del secondo dopoguerra.

I primi personaggi di Malamud: tra sogni e problemi del quotidiano

Bernard Malamud era nato a Brooklyn nel 1914 da una coppia di emigranti russi di religione ebraica. Dopo gli studi e il master in letteratura inglese iniziò a lavorare come impiegato nell’amministrazione pubblica, poi come insegnante nelle scuole serali. Intanto, pubblicava racconti sulle riviste letterarie e il suo nome cominciava a farsi ricordare. Con il tempo, gli atenei gli offrirono ruoli di insegnante di letteratura e scrittura creativa. Diventò professore prima presso l’Università dell’Oregon, poi in quella del Vermont. Per tutta la vita, Malamud insegnò letteratura e scrisse letteratura. Il valore della sua opera è ufficialmente riconosciuto dai premi che gli furono conferiti: il National Jewish Book Award, 2 National Book Award, il Premio Pulitzer, l’O. Henry Award e il PEN/Faulkner Award for Fiction.

La poetica di Bernard Malamud nasce dallo sguardo di un giovane ebreo su un mondo di fatica quotidiana. La famiglia in cui crebbe era umile e la sorte le riservò prove piuttosto ardue. Il padre aveva un negozietto di alimentari con cui mantenne la moglie Bertha – fino a quando fu rinchiusa in manicomio per schizofrenia – e i figli Eugene – morto piuttosto giovane dopo una vita segnata dalla malattia mentale – e Bernard, l’unico che riuscì ad afferrare il sogno americano.

Le atmosfere, i personaggi, i dolori e le speranze che il futuro scrittore conobbe durante i suoi anni giovanili nell’attività paterna e tra le strade dei quartieri di immigrati a New York costituiscono il cuore della prima narrativa di Malamud. Nei suoi racconti, soprattutto in quelli dei primi anni raccolti in Il barile magico del 1958 o Prima gli idioti del 1963, ‘sfila’ una serie di personaggi in affanno, uomini e donne – per lo più ebrei – che tribolano alla costante ricerca di una vita agiata, che sopportano l’accanimento di una sorte crudele, infelici in terra straniera e ormai privi di speranza. Come ha scritto con la sua consueta lucidità Alessandro Piperno su Minima et Moralia, “La storia che Malamud racconta è sempre la stessa: quella di Giobbe”. Anche nel romanzo Il commesso, pubblicato negli Stati Uniti nel 1957, si ritrovano queste atmosfere. Il protagonista è Morris Bober, un immigrato russo di religione ebraica che si consuma giorno dopo giorno nel suo negozietto di alimentari. Intorno a lui vi è un quartiere di emigrati che con alterne fortune cerca di farsi strada nella spietata economia americana.

Nel suo penultimo romanzo, Le vite di Dubin, pubblicato nel 1979, Malamud giunge alla sua maturità artistica. Il suo stile è molto diverso dal linguaggio composto e levigato de Il commesso: qui assume un nuovo fraseggio, più personale e complesso. I personaggi appartengono ad una borghesia colta che non deve affrontare la fatica di sopravvivere e che sceglie di abitare, perché può permetterselo, in un piccolo angolo di paradiso naturalistico, a pochi chilometri dalla grande metropoli, New York. Siamo molto vicini alle ambientazioni e ai personaggi di Bellow e Roth. Basti pensare ad Herzog (di Bellow), la storia di uno scrittore ebreo di mezza età in crisi professionale e sentimentale. O a Coleman Sick, il protagonista di La macchia umana (di Roth), un professore universitario di mezza età, ebreo, la cui esistenza viene messa in crisi da una surreale accusa di razzismo. 

Fanny: la dura ‘prova’ per l’integerrimo Dubin

Il protagonista di Le vite di Dubin è William Dubin, un biografo cinquantenne sposato con Kitty e con due figli ormai adulti. La sua tranquilla esistenza di scrittore, che abita e lavora in una comoda casa circondata dal giardino, dai boschi e dai monti che segnano il confine tra lo Stato di New York e il Vermont, si incrina quando sua moglie assume come domestica la giovanissima e attraente Fanny. È la prova, la tentazione a cui William è chiamato a resistere. Il romanzo è intenso, sostenuto da una serie di temi che si dipanano lungo le profonde riflessioni del protagonista, i lunghi dialoghi tra i personaggi, le ampie descrizioni e le tante citazioni di scrittori e filosofi: la relazione tra vita e letteratura, il significato della fedeltà, il ruolo della memoria, la vecchiaia e la morte, la presenza della Natura nell’esistenza umana.

In apertura del romanzo, Dubin è impegnato nella stesura della vita di D.H. Lawrence, che fa seguito a quella di H.D. Thoreau. Una scelta, quella delle biografie, evidentemente non casuale da parte di Malamud, che infatti innesca una progressione di conseguenze che si stagliano a più livelli di profondità. Innanzitutto, stabilisce un campo d’azione che ha come confini la rettitudine, da un lato, e la sessualità, dall’altro. Nella prima lunga conversazione tra William e Fanny, quando lei è ancora la ragazza delle pulizie e l’attempato biografo la intrattiene parlando diffusamente del proprio lavoro, lui le dice che Thoreau morì casto ma che fu un uomo felice e che per Lawrence il sesso non poteva non avere uno scopo e che in ogni caso era più teorizzato che realizzato. Di fronte a tali affermazioni lei risponde così: “Io penso che abbiamo il diritto di goderci il piacere sessuale in qualsiasi modo vogliamo. Senza crucciarci o temere, voglio dire. Perché dovremmo?”.

L’arrivo di Fanny nella vita di Dubin apre la porta non tanto e non solo alla sessualità ma ad un modo nuovo di approcciare la vita. Egli è il figlio di un cameriere ebreo, ha iniziato a lavorare scrivendo necrologi per un giornale locale. Ha sposato una goy, Kitty, conosciuta attraverso un annuncio privo di qualsiasi romanticismo e ne ha adottato il figlio avuto da un precedente matrimonio. Quando la moglie gli dà una figlia, la famiglia è perfetta. Così William passa la sua vita a dimostrare di meritarsi la sua condizione privilegiata. Si dedica alle biografie senza risparmiarsi, ore e ore alla scrivania, per giorni, mesi, anni interi. Per questi lavori ottiene riconoscimenti importanti, persino dal Presidente Johnson. Marito paziente, padre affettuoso, Dubin incarna il Thoreau citato in esergo: “Quale demone mi possedeva perché mi comportassi così bene?” Finché arriva Fanny a scompigliare le carte.

Dubin è sempre stato consapevole che la sua dedizione al lavoro di biografo fosse un modo per giustificare la sua incapacità di prendere in mano la propria vita e farne ciò che desiderava. Sa che si sta negando alla propria realizzazione anche quando dice a Fanny: “Perciò, quello che dicono i poeti, di afferrare il momento, Fanny cara, è incredibilmente vero. Se non vive la vita nella sua pienezza, o, per una qualsiasi ragione, non l’ha vissuta, se ne pentirà… specie invecchiando… per tutti i giorni che seguiranno.”

Accettare le lusinghe di una ventenne attraente, che lo cerca e lo provoca, significherebbe rompere finalmente le catene che lo immobilizzano. E invece William la respinge, almeno inizialmente, e in una scena rapida e piena di tensione il suo perbenismo vince ancora sul desiderio.

Nel tradimento di Dubin il crollo di una ‘famiglia perfetta’

Quando Fanny sembra ormai fuori dalla scena, il caso li fa incontrare di nuovo. Il caso o un’ulteriore, durissima ‘prova’ del Dio di Giobbe. E questa volta William cede.

È la sfida al destino, rischiando il tutto per tutto. È il tentativo di un uomo di mezza età di prendersi ciò che la vita sembra avergli ingiustamente sottratto. Ma mentre Dubin finalmente si concede con pienezza e soddisfazione la sua relazione con l’amante, il figlio che da anni aveva lasciato gli Stati Uniti è ridotto al limite dell’indigenza e invia ai genitori una drammatica lettera dalla Russia. La figlia ha una relazione con un uomo sposato e molto più grande di lei che la rende tremendamente infelice. Kitty vede l’infedeltà di suo marito e ne è devastata. La famiglia perfetta di Dubin non esiste più. Il Dio di Giobbe ha completato la sua opera.

La crisi della vita di Dubin non è la crisi di un ebreo immigrato, né solo di un uomo fragile. Le vite dei morti che il biografo si ostina a ricostruire hanno il potere di moltiplicare all’infinito il suo tentativo fallimentare di realizzarsi, di “vivere la vita nella sua pienezza.” L’elemento cruciale di questo fallimento è la lucida consapevolezza che il colto, sagace, intelligente Dubin manifesta. Lui sa benissimo, e lo dice esplicitamente, che le sue opere biografiche sono velleitarie perché nessuna ricostruzione potrà mai raggiungere la verità della vita di un’altra persona. Lui sa benissimo, e lo dice esplicitamente, che ha consumato la propria esistenza scrivendo quella degli altri per paura di vivere. Lui sa benissimo che non c’è soluzione alla sua crisi. E non c’è nemmeno un Dio che conceda perdono e salvezza.

Il fallimento di Dubin: metafora di una crisi esistenziale e generazionale

Ciò che Malamud ci consegna, quasi alla fine della sua esistenza, è il resoconto lucido di una crisi che non è personale ma è esistenziale e generazionale, per non dire epocale. Dubin non riesce a vivere la sua vita con pienezza, non trova la quadra. Solo un compromesso, uno squallido compromesso per tenere tutto insieme potrà servire a sopravvivere. Voler vivere nella pienezza si rivela un’arma a doppio taglio. Significa permettersi tutto, qualsiasi cosa possa dare il senso della felicità. Ma in un mondo dove tutto è permesso, nulla ha più valore. E William Dubin lo sa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *