Affresco con Odisseo e le Sirene (50-75 d.C.) – Intonaco dipinto ad affresco – Pompei – British Museum, Londra – Foto: Giorgio Manusakis

Tra archeologia, leggenda e memoria simbolica, la mostra dedicata alla sirena fondatrice di Napoli conduce il visitatore in un percorso immersivo tra reperti, culto e trasformazioni iconografiche.

Nelle sale del Mann fluisce veloce una voce, un suono antico, per prendere corpo e diffondersi, attraverso un’eco seducente, tramutandosi in un canto oscuro fatto di voci sussurrate, imbevuto di quella musicalità che si sprigiona proprio dal fragore, misto a risacca, delle onde infrante sugli scogli; ed è proprio intorno a questo flusso magico che il visitatore viene intrappolato da una rete invisibile, per trasformare le sue percezioni visive e mutare l’attenzione ordinaria in uno stato quasi ipnotico, paralizzante, come quello che visse Ulisse insieme ai suoi compagni, (Odissea, libro XII), resosi libero, grazie ai preziosi consigli della maga Circe, facendosi legare all’albero maestro della nave senza, così, cedere alla tentazione di tuffarsi in mare.

Citazione dell”Odissea’ in una sala della mostra – Foto: Giorgio Manusakis

Infatti, l’ospite di questa straordinaria mostra si immerge, come rapito dalla bellezza dei reperti, per fruire della storia di un mito che, silenziosamente, erompe da un fascino carico di emozioni, rinchiuso per millenni in immagini e iconografie che descrivono Parthenope e il suo misterioso culto, per svelarne la storia analizzando i secoli che mostrano diverse fasi trasformative: prima in veste di uccello con il corpo per metà di donna, successivamente, nelle sembianze di una sirena, come donna metà pesce.

Balsamario configurato a sirena (prima metà VI sec. a.C.) – Terracotta – Gragnano, contesto funerario – Napoli, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il comune di Napoli – Foto: Giorgio Manusakis

Una storia che si libera dalle rappresentazioni nascoste tra la materia, fatta di pietra, marmo, metalli antichissimi ed ossidati, dove la polvere del tempo cerca di offuscarne la memoria impoverendone i colori, ma il soffio di quelle note si imprime su tutti i manufatti esposti, collocandoli in una sorta di immaginario dove il mito assume forme numinose. Sculture, monete, oggetti di culto e manufatti ceramici, reperti di grande fascinazione storica ed eleganza esecutiva, messi insieme in una descrizione semplice, ma essenziale, per narrare gli avvenimenti di un mito caro alla città di Napoli: quello di Parthenope, per illustrare la storia della sirena in relazione con le vicende della città, intrecciandosi alla figura di un’altra donna proveniente dal lontano Oriente, esibendo strette connessioni simboliche con la misteriosa leggenda di Santa Patrizia, patrona di Napoli. Infatti, la fanciulla sopraggiunge in città dopo un avventuroso ed estenuante naufragio scaturito da un mare tempestoso approdando e trovando la sua salvezza, sull’isolotto di Megaride.

Leonardo Carpentiero, ‘Busto di Santa Patrizia’ (1625) – Argento, argento dorato, leghe metalliche, legno – Napoli, Deputazione del Tesoro di San Gennaro – Foto: Giorgio Manusakis

Tra la storia vera, il mito e l’archeologia, le leggende recuperano le tracce delle origini della città di Napoli dal primo insediamento greco, situato su Pizzofalcone, fino alla street art della Napoli contemporanea che viene illustrata attraverso le installazioni disposte all’ingresso del primo piano. La mostra, infatti, inaugurata il 3 aprile si protrarrà fino al 6 luglio 2026 e celebra il mito fondativo della città di Napoli, che accadde grazie alla sirena, identificativa di un vero e proprio simbolo di culto. Infatti, attraverso 250 opere, si predispongono le varie fasi iconografiche di Parthenope, da quelle più antiche cantate da Omero a quelle medioevali, in un flusso magico che si impossessa pienamente del visitatore attraverso esplorazioni continue, indagini filologiche e numismatiche; esposizioni allestite con una sapiente ricerca museografica, con la funzione di impaginare interessanti e antichissimi reperti frammentari, come il bellissimo libro di Winckelmann in cui sono raccolte numerose stampe con le immagini di Parthenope, ma anche manufatti votivi, contenitori per balsami e profumi provenienti dalle tombe site in aree circostanti la città come Cuma, Puteoli e Ischia.

Johann Joachim Winckelmann – Incisione raffigurante un bassorilievo con una Musa nell’atto di punire una sirena (1821) – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis

D’altra parte la seduzione che si sprigiona dalla leggenda della sirena, senza alcun dubbio ha origini lontanissime; infatti, secondo il poeta Licofrone (III a.C.), le ammaliatrici, deluse per non essere riuscite a sedurre Odisseo, si gettarono in mare in un tuffo suicida, in greco il katapontismòs (καταποντισμός); il racconto non è presente nell’Odissea, ma ha sicuramente radici più antiche rispetto all’epoca in cui scrive Licofrone. Infatti se ne conservano tracce in immagini e testimonianze letterarie dalla seconda metà del VII sec. a.C. come, tra le altre, quella dell’iconografia rappresentata sul bellissimo stamnos del British Museum, posizionato all’ingresso del percorso espositivo, per rappresentare e svelare la storia di un mito e il suo valore simbolico: infatti, la sirena è rappresentata mentre compie un volo in picchiata per raggiungere il mare.

Stamnos con Odisseo e le Sirene (480-470 a.C.) – Ceramica attica a figure rosse. Attribuito al Pittore delle sirene – Vulci – British Museum, Londra – Foto: Giorgio Manusakis

Secondo la leggenda, dietro a questo gesto suicida si nasconde il passaggio della purificazione, e le sirene rinascono trasformate per diventare da arpie nefaste ad accompagnatrici clementi, per aiutare le anime a oltrepassare l’al di là; diventano, così, protettrici delle fanciulle in attesa, e si connettono ai simboli della maternità e della nutrizione, come l’immagine della fontana dalle cui mammelle fuoriesce l’acqua della vita.

Sabrina Del Gaudio, ‘Fontana di Spinacorona’, via G. Guacci Nobile, 9, Napoli – Carta baritata su forex – Foto: Giorgio Manusakis

La storia delle sirene, ma soprattutto di Parthenope, viene, così, tracciata attraverso un percorso vario e molteplice per sottolineare la profonda bellezza di queste creature liminali e la volontà di svelarne i loro segreti attraverso le forme mutate, che inducono verso riflessioni su come anche l’uomo dovrebbe trasformare i suoi istinti aggressivi.

Sirena (1600 ca.) – Bronzo – Metropolitan Museum of Art, New York – Foto: Giorgio Manusakis

Una mostra che propone un progetto di grande qualità estetica e storica, in cui si è voluto  dare uguale importanza a tutte le opere, anche quelle frammentarie, per consegnarle alla fruizione del visitatore attento, attraverso un input visivo/recettivo di grande valore, trasformando le stesse in presenze vive di un mosaico esteticamente molto complesso e articolato tra le contaminazioni letterarie e gli oggetti, e in cui si vuole sottolineare e mettere in risalto i versi di testi storici per farli diventare moniti, scorrendo, grazie alle azioni multimediali, in flussi di parole continue sulle pareti delle sale: sono citazioni evocatrici di uno straordinario viaggio simbolico che ogni ospite compie per far sì che possa riscoprire le proprie origini.

Paola Germana Martusciello

Lastra di rivestimento con Odisseo e le Sirene (I sec. d.C.) – Terracotta – Museo del Louvre, Parigi – Foto: Giorgio Manusakis

Di admin

Un pensiero su “Parthenope, il canto del mito: un viaggio ipnotico nelle sale del Mann”

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