Villa Medici – Foto: Simona Colletta
A Roma, all’interno di Villa Medici, è visitabile fino al 25 maggio una retrospettiva sull’artista belga, vissuta in un vicolo parigino di Montparnasse e capace di esprimere il suo talento nella fotografia e nel cinema.
a cura di Simona Colletta
Italia e Francia: due grandi paesi uniti nel ricordo di Agnes Varda
Proseguono le iniziative per il 70° anniversario del gemellaggio Roma-Parigi (1956-2026), che rinnova il patto di collaborazione in campo culturale, scientifico e sociale tra le due capitali europee. Questa volta è l’Accademia di Francia a Roma che rende omaggio a una grande artista d’oltralpe, la fotografa e cineasta Agnès Varda (1928-2019), con la mostra Agnès Varda. Qui e là tra Parigi e Roma, aperta dal 25 febbraio al 25 maggio 2026 nella meravigliosa sede dell’Accademia a Villa Medici, a un passo da Trinità dei Monti e Casina Valadier, nel cuore del Pincio.

La locandina dell’evento con una foto di Giulietta Masina alla stazione della metro Rome nel 1956 – Foto: Simona Colletta
Nei corridoi dello storico edificio è organizzata l’esposizione di oltre 130 tra stampe originali, estratti di film, pubblicazioni, documenti, manifesti e fotografie di scena. La mostra nasce dalla minuziosa selezione, durata due anni, del materiale messo a disposizione dal fondo degli eredi di Agnes Varda, nonché dagli archivi di Cinè-Tamaris, la società di produzione da lei fondata. Nata a Bruxelles nel 1928, l’intraprendente artista arriva a Parigi nel 1943 per frequentare l’Ecole du Louvre durante l’assedio nazista. Nella fotografia la giovane Agnes lega il desiderio di dare sfogo alla manualità a una dimensione concettuale e astratta. Perciò, nell’ambito del suo apprendistato, osserva con curiosità e partecipazione il mondo e ritrae gli scenari quotidiani, a cominciare dalle sue tre coinquiline dell’appartamento di Pigalle che si prestano come modelle per le strade di Parigi e sulle rive della Senna.

Agnès Varda, ‘Autoritratto’ (1950) – Stampa alla gelatina d’argento montata su Masonite – Foto: Simona Colletta
Rue Daguerre: da vicolo abbandonato a epicentro artistico
Fin dai primi racconti fotografici emerge immediatamente una forte vena ironica e giocosa, tendente a una spiccata originalità, che l’accompagna per tutta la carriera rendendola un’artista eccentrica e anticonvenzionale. Nel 1950 è ufficialmente una fotografa iscritta al registro dei professionisti e l’anno successivo, grazie all’aiuto economico della famiglia, acquista due locali in pessime condizioni, più simili a ruderi che a uno studio, i quali affacciano su un cortile-vicolo, nel quartiere di Montparnasse, zona abitata da artisti e intellettuali parigini. L’estro e lo spirito creativo di Agnes invadono il vicolo di rue Daguerre che si trasforma da area fatiscente a cortile-atelier, e dunque centro di vita comune sia sul piano culturale che umano. Infatti, oltre ad essere l’abitazione condivisa con l’amica Valentine Schlegel, lo studio fotografico, nonché laboratorio di ceramica, diventa anche rifugio della famiglia Llorca, fuggita dalla Spagna durante il regime franchista. In questo spazio Agnes allestisce la sua prima mostra fotografica nel 1954 e nel 2007 lo trasforma addirittura nel set cinematografico di un suo film.

Agnès Varda, ‘Lavori nel cortile di rue Daguerre’ (1951) – Stampa alla gelatina d’argento – Foto: Simona Colletta
Rue Daguerre diventa anche un punto di incontro per molti artisti che approfittano per farsi ritrarre in momenti naturali e spontanei. La consacrazione di Varda, in realtà, avviene con la nomina a fotografa ufficiale del Festival di Avignone di Jean Vilar, nel 1947, e poi, nel 1951, del Thèatre National Populaire. In questi ruoli, l’artista realizza numerosi servizi e ritratti di personaggi importanti, distinguendosi per il suo stile inconfondibile. Tra questi, Federico Fellini, mentre è a Parigi per presentare il film La strada, si fa fotografare tra le rovine delle fortificazioni della città, mentre sua moglie Giulietta Masina viene immortalata davanti a un negozio che porta il suo nome nella pellicola.

Agnès Varda, ‘Fellini a Porte de Vanves’ (1956) – Stampa alla gelatina d’argento montata su cartoncino – Foto: Simona Colletta
Varda realizza i primi reportage a partire dalla metà degli anni Cinquanta. Il servizio commissionato dalla rivista svizzera Annabelle ha come protagonista una bambina con le ali d’angelo che attraversa la città per ricordare agli abitanti il senso di carità e fraternità delle festività natalizie. La bimba attrae gli sguardi incuriositi dei passanti, che la scrutano a volte dubbiosi altre divertiti. Il racconto lancia una provocazione alla società francese, che paga il prezzo del progresso con la perdita di valori umani imprescindibili di cui il piccolo angelo sembra essere l’incarnazione.

Agnès Varda, ‘Un angelo passa’ (1955) – Stampa alla gelatina d’argento – Foto: Simona Colletta
Il ‘salto’ nel grande schermo, tra denuncia sociale, pacifismo e quotidianità
Negli anni Sessanta la fotografa si avvicina al cinema. Il suo stile e le tematiche affrontate l’accostano da subito ai registi della Nouvelle Vauge. Varda predilige storie al femminile e scenari parigini, realizzando film che sono ritratti di donne aperte all’emancipazione e al contempo veri documentari sulla città. I suoi lavori ruotano attorno al desiderio di pronunciarsi sulle tematiche politiche e di battersi per una società egualitaria.
Nel 1961 gira Cléo de 5 à 7, in cui racconta in tempo reale un’ora e mezza della vita della protagonista, una bella cantante di modesta notorietà, descrivendo la sua sfera intima e psicologica dal momento in cui scopre che potrebbe essere affetta da una grave malattia. La vicenda è ambientata in una città che fa da specchio ai suoi stati d’animo.
Nel 1967, invece, la sua visuale si allarga alle tematiche politiche quando partecipa al film collettivo Loin du Vietnam. Trattasi di un documentario antologico contro la guerra, in cui Varda racconta le sensazioni di una giovane madre angosciata dal conflitto in Vietnam, la quale finisce per confondere la demolizione dei vecchi quartieri parigini con il bombardamento americano su Hanoi.
Le donne che Agnes Varda sceglie non sono dive del varietà, ma piuttosto figure umili, il cui aspetto ha i tratti delle emozioni quotidiane: non solo gioie, ma anche dolori. Ne è un esempio la serie di ritratti che realizza nel 1976 per il film Una canta, l’altra no, in cui racconta le vicende di due donne in lotta per la propria libertà. Le fotografie di prova della pellicola vengono poi esposte in una retrospettiva del 1977 presso la galleria parigina Contrejour, formata da una serie di volti tristi e rassegnati. Anche per il film Daguerréotypes del 1975 sceglie toni quotidiani. I protagonisti sono i suoi vicini commercianti definiti come la “maggioranza silenziosa”, la schiera di personaggi che popola rue Daguerre. La narrazione si sviluppa attraverso volti e gesti che definisce con un realismo poetico, in uno scenario tra il documentario sociale e l’omaggio surrealista.

Agnès Varda durante le riprese di ‘Daguerréotypes’ (1975) – Stampa alla gelatina d’argento incollata su cartoncino – Foto: Simona Colletta
Il rapporto con l’Italia: dai primi viaggi al Leone d’Oro a Venezia
Nel 1959 è in Italia per effettuare i sopralluoghi per un lungometraggio intitolato La Mèlangite (ou Les Amours de Valentin), poi mai realizzato. In questa occasione, visita Venezia, il Veneto e il Lazio, addentrandosi qui nel parco di Bomarzo. Il risultato è una serie di fotografie ambigue e visionarie, che mettono in risalto il suo modo di sentire e di interpretare la realtà. Oltre ai paesaggi, la regista è attratta dall’arte italiana e dalle sue opere da cui si sente catturata, tanto da giocare con le immagini ed entrando a farne parte, come accade davanti a una tela di Gentile Bellini, in cui spiritosamente si fa immortalare mettendo in risalto la sua acconciatura ormai diventata un suo tratto distintivo.
Nel 1963 torna nel Belpaese per realizzare un lavoro commissionato dal mensile Réalités e fotografare Luchino Visconti nella sua villa romana. Nella stessa occasione approfitta per fare visita a Jean-Luc Godard sul set di Disprezzo e ritrarre Brigitte Bardot, Kack Palance e Michel Piccoli.

Michel Piccoli, Jean-Luc Godard e Brigitte Bardot sul set de ‘Il disprezzo’, Roma 1963 – Stampa di lavoro tardiva alla gelatina d’argento su carta plastificata, anni ’80 – Foto: Simona Colletta
L’Italia riconosce il suo talento espressivo conferendole nel 1985 il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia per il film Senza tetto nè legge, in cui il racconto delle ultime settimane di vita di Mona, una giovane vagabonda travata morta assiderata in un fosso, offre lo spunto per affrontare i temi della libertà, della solitudine, dell’emarginazione e della reazione della società di fronte a una donna che rifiuta di accostarsi ai canoni della collettività. Nell’ultimo pezzo della sua vita Agnes Varda passa dal suo status di ‘artigiana della fotografia’ e del cinema a icona del contemporaneo: minuta, con il suo originale taglio di capelli bicolore “alla Giovanna d’Arco” e lo sguardo irriverente. Lei stessa diventa immagine di modernità ed emblema di una dimensione libera e audace.
