Esterno del castello – Foto: Patrizia Ricci/Simona Colletta

L’edificio, fondato secondo una tradizione da Desiderio, re dei Longobardi, custodisce eleganti pitture che illustrano la storia e gli ideali delle famiglie Monaldeschi e Pamphili.

a cura di Simona Colletta

Tra le alture della Tuscia il rifugio prediletto di un artista

L’area della provincia viterbese che guarda verso la valle del Tevere è caratterizzata da alture rocciose su cui il lavoro dell’uomo e il tempo hanno accumulato strati di storia che arrivano fino a oggi. Molti dei borghi caratteristici di questa zona si sono sviluppati sulla cima di speroni vulcanici e poggiano le fondamenta sui resti di antichi insediamenti romani ed etruschi, tanto che, scavando poco sotto il livello del terreno, è facile rinvenire tracce di queste civiltà. Nel Novecento numerosi artisti hanno cercato ispirazione in questi luoghi affascinanti e qualcuno ne ha fatto il proprio rifugio.

È il caso di Balthasar Klossowski de Rola, noto come Balthus, pittore e direttore dell’Accademia di Francia a Villa Medici dal 1961 al 1977. L’artista, grazie all’amicizia con Giovanni del Drago, proprietario del Palazzo del Drago a Bolsena, visitò la Tuscia e scoprì il Castello di Montecalvello, un’antica fortificazione medievale ridotta da anni di incuria a un rudere. Nonostante presentasse i solai crollati e non avesse porte e finestre, Balthus e la giovane moglie, la pittrice giapponese Setsuko Ideta, si convinsero che quella sarebbe diventata la loro residenza al termine del suo mandato come direttore dell’Accademia. In quegli anni l’edificio era di proprietà di Beatrice Mariani, una facoltosa signora del posto, che dagli inizi del secolo lo aveva utilizzato come granaio, nonostante le sale custodissero affreschi elaborati, testimonianza di un passato importante. Balthus, che nello stesso periodo si stava occupando del restauro di Villa Medici, affascinato dalla bellezza del luogo, intraprese una lunga trattativa con la proprietaria, che nel 1970 si concluse con l’acquisto del castello, seguito poi dal restauro curato dallo stesso pittore.

Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia – Foto: Simona Colletta

Come direttore dell’Accademia di Francia, l’artista aveva presieduto per quasi sette anni i lavori di Villa Medici, rimuovendo gli stravolgimenti causati dagli interventi effettuati nell’Ottocento, che avevano snaturato lo splendore degli interni cinquecenteschi. In questo periodo, inoltre, il pittore aveva messo a punto una personale tecnica di muratura assolutamente innovativa che prese il nome di “intonaco alla Balthus”. Attraverso questo metodo le superfici venivano lavorate per simulare un rivestimento grezzo antico, mantenendo una trama molto irregolare e porosa che lasciava trasparire le imperfezioni delle pareti. Inoltre, la stesura in diverse direzioni di più mani di colore a base di caseina o leganti naturali creava incrostazioni cromatiche vibranti e profonde, dall’effetto naturale simile alla stoffa. Il risultato era costituito da interni rinnovati senza perdere il fascino e la ricercatezza dell’ambiente antico. Balthus propose lo stesso tipo di intervento anche all’interno del Castello di Montecalvello, restituendo alla dimora l’intensità e il valore storico acquisiti dalle mura nei secoli.

I passaggi di proprietà, a partire dal Duecento sino all’eccentrico Prince Stash

La tradizione attribuisce la posa della prima pietra del fortilizio, tra il 774 e il 776, al re longobardo Desiderio, ma le prime notizie documentate risalgono al Duecento, quando la proprietà risulta legata alla famiglia dei Calvelli. Successivamente il castello passò ai Monaldeschi del ramo del Cane, che ne trasformarono progressivamente la funzione da fortilizio a palazzo residenziale. Nella prima metà del Seicento il castello passò alla famiglia Pamphili, che lo mantenne fino alla metà del Novecento, quando venne ereditato dalla signora Mariani, per poi essere venduto a Balthus nel 1970. Nell’arco di questi secoli l’edificio subì trasformazioni, ma conserva ancora oggi nelle sue sale una forte continuità con il passato e dà la sensazione di vivere un viaggio in un’altra epoca, dove la concezione del tempo e dello spazio aveva una misura completamente diversa da quella moderna.

Cortile del castello con la fontana voluta dai Pamphili – Foto: Simona Colletta

Oggi il castello è la residenza privata dei figli del pittore francese, Stanislas e Thadèe Klossowki de Rola, che accolgono i visitatori in occasione di aperture e visite guidate organizzate, ed è facile che sia lo stesso Stanislas a illustrare ai gruppi le sale più importanti, raccontando particolari aneddoti. Il primogenito di Balthus è un uomo eccentrico e cosmopolita, conosciuto nel mondo della musica come Prince Stash. Negli anni Sessanta ha militato come percussionista nei Bobby Clark’s Noise di Vince Taylor, suonando dal vivo come spalla ai Rolling Stones. Amico di John Lennon e Paul McCartney, ha vissuto negli ambienti hippy di Londra, accompagnandosi, secondo quanto riportato nella sua biografia pubblica, a donne bellissime come Marianne Faithfull, Linda Eastman e Romina Power, con la quale ebbe una relazione prima che incontrasse Albano Carrisi.

Stanislas possiede diverse residenze nel mondo, ma il castello rimane il luogo favorito in cui ritirarsi nei mesi estivi per studiare musica e alchimia. Quando il padrone di casa accompagna gli ospiti nelle sale dell’edificio, ama soffermarsi al piano nobile e descrivere i numerosi riferimenti allegorici presenti negli affreschi e nelle iscrizioni.

Le decorazioni delle sale: simboli filosofici, miti classici e soggetti cristiani

Nel Salone della loggia troneggia un camino monumentale che riporta sulla cappa un dipinto tondo che rappresenterebbe la “Pietra Filosofale”: al centro una donna seminuda, con un drappo arancione e in mano una spada che arroventa su un braciere fiammeggiante, con sullo sfondo un paesaggio collinare alberato.

Prince Stash che mostra la Pietra filosofale – Foto: Simona Colletta

Nel salone tre porte danno accesso ad altre tre stanze dipinte. La prima che si apre sul lato lungo è la “Stanza degli Amori e dell’Amicizia”, che deve il suo nome alle decorazioni presenti sul camino, negli sguinci delle finestre, nel soffitto e sulle pareti.

Il tema dell’Amor profano, con le figure mal conservate di Venere e Cupido, fa pendant con l’Amor Sacro della Madonna col Bambino dipinti a fresco nel tondo sull’architrave della porta di accesso, entrambi databili alla seconda metà del Cinquecento. Sul fascione che corre lungo il perimetro della stanza, su sfondo nero, racchiuso tra decorazioni a ovoli e perle in finto marmo, sono effigiate rappresentazioni simboliche che rimandano ai filoni dell’ermetismo e del platonismo, in voga in quegli anni nell’ambiente culturale viterbese.

È interessante notare come la stessa scena venga ripetuta continuamente: il personaggio maschile, che nasce dai girali di acanto, nutre goccia a goccia il cane in un’operazione che si ripete senza fine. Nella stanza è riportata anche un’epigrafe in finto marmo su cui corre l’iscrizione “Amicorum presentium et absentium memores esse debemus”, che suggerisce l’ipotesi che la camera fosse riservata agli ospiti ‘iniziati’ del castello.

Fascione d’ornamento della stanza degli amori e dell’amicizia – Foto: Simona Colletta

Dalla “Stanza degli Amori e dell’Amicizia” si accede direttamente alla “Stanza della Carità”, in cui proseguono gli affreschi sul soffitto a cassettoni e sul fascione. Fra tralci di vite, cerbiatti, grifoni, putti a cavallo di delfini nell’atto di fustigare un toro a due teste, si riconosce lo stemma dei Monaldeschi legato con le “mezzelune”, da ricondurre alla moglie di Nicolò Monaldeschi, Brigida Cenci, appartenente a una delle più influenti famiglie della Roma papalina del Cinquecento. Sul lato corto del Salone della Loggia si apre la “Stanza della Giustizia”, che in continuità con la stanza precedente, ad essa adiacente, presenta un analogo fascione ‘ermetico’. Attraverso due finestre presenti sulla parete di fondo dell’ambiente, si accede ad una veranda riccamente affrescata, la Loggia, che guarda verso sud-est, in direzione di Soriano del Cimino e Bomarzo, offrendo una splendida luminosità mattutina e una suggestiva panoramica sulla vallata del Tevere.

Loggia – Foto: Simona Colletta

Anche la Loggia è riccamente decorata con pitture della fine del Cinquecento, con lo stile tipico dei palazzi signorili della zona. Da qui, attraverso uno stretto corridoio, si torna indietro fino alla porta contrassegnata dal monito “Tirannum ut pestis evita” che dà accesso al “Salone di Giove”, il quale prende il nome dal dipinto più grande della sala, posizionato sopra il camino. L’ambiente di rappresentanza è stato decorato per il matrimonio tra Alessandro Monaldeschi e Angelica Giustiniani; infatti, sopra l’immagine di Giove è posizionato lo stemma delle due famiglie circondato da due angeli a cui, contrariamente alla tradizione che li vuole asessuati, sono stati assegnati attributi maschili e femminili.

Salone di Giove – Foto: Simona Colletta

Dal Salone si accede a una camera di passaggio, la “Stanza dei Ludi Puerorum”, dove gli stemmi dei Monaldeschi e della famiglia degli Anguillara sono incorniciati da elementi vegetali. Qui, in otto riquadri realizzati in tonalità rossastre, sono rappresentati gruppi di puttini intenti a giocare oppure nell’atto di svolgere attività legate ai culti di Dioniso, come ballare al suono di strumenti musicali, pigiare l’uva, giocare tra loro o in compagnia di un orso coronato e di un cane che traina una biga. Quest’ultima è una probabile allusione ai simboli degli Orsini e dei Monaldeschi della casata del Cane, con cui i Monaldeschi di Viterbo si imparenteranno nel corso del Cinquecento.

Da qui si accede a una seconda camera di passaggio, la “Stanza dei Grifi”, dove continua il tema dei putti che reggono lire e grifi, simboli di potenza. Si prosegue nella “Stanza degli Animali”, dove colpiscono le decorazioni, nel fascione, di bambini nudi nascosti tra la vegetazione, che sorreggono canopi con la forma di volti femminili con ceste di fiori e frutta sulla testa. Da questa sala si accede infine alla “Stanza dei Girali d’Acanto”, caratterizzata anch’essa da un tralcio su cui si appoggiano figure femminili intervallate da putti reggistemma; qui, il professor Crucianelli, in occasione dei restauri del 1970, volle rendere omaggio a Balthus dipingendo l’arme della famiglia Rola.

Nella mansarda lo studio di Balthus, tra polvere di pigmenti e odore di antico

Attraverso la torre si accede alla mansarda, dove Balthus allestì il suo studio e dove ancora oggi sono conservati i suoi strumenti di lavoro: un tavolo ricoperto di barattoli contenenti pigmenti e caseina e i pennelli sagomati dal pittore stesso in base alle esigenze.

Il laboratorio-studio di Balthus – Foto: Simona Colletta

La luce entra costantemente per tutto l’anno da una finestra posta a nord e da un’altra collocata sulla parete di fianco. Il pavimento è ricoperto da una polvere rossastra, residuo delle composizioni di Balthus. Su tutto regna un odore di antico, con grande stupore dei pochi visitatori che possono accedere in questi spazi.

Nell’intimità dello studio di Balthus sembrano riecheggiare le sue parole rilasciate in un’intervista a Losanna nel 1999: “Non mi sono mai considerato un artista. È una parola che detesto. Rivendico il termine di artigiano, molto più appropriato e nobile. Un tempo, il pittore faceva un quadro, come il falegname faceva un tavolo. Quando, parlando d’arte e di artisti, si impiegano ad ogni proposito i termini creazione e creatori, mi viene sempre voglia di dire: state parlando di Dio? Io non creo, lavoro.” Il castello è stato scelto come set cinematografico in diverse occasioni: nel 2010, nella serie televisiva Preferisco il paradiso dedicata alla vita di San Filippo Neri; nel 2015, per il film di Matteo Garrone Il racconto dei racconti; nel 2019, per Luna nera di Netflix; nel 2020, per la serie televisiva dedicata a Leonardo da Vinci. La struttura è una dimora privata, aperta al pubblico solo con visite guidate. Per informazioni è possibile inviare una e-mail all’indirizzo: annaritaproperzi@gmail.com.

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