Béla Tarr, premiato nel 2009 dalla Fondazione MEDIAWAVE Premio per la Cultura Parallela, da Jenő Hartyándi, direttore del festival – Autore foto: Hartyándi Jenő, főszerkesztő MEDIAWAVE – Licenza: CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Il lavoro del regista magiaro, che ha dato voce a storie di disperazione, marginalità e resistenza, rimane una pietra miliare nel grande schermo a livello europeo.

a cura di Mario Severino

La notizia del decesso

Béla Tarr si è spento il 7 gennaio 2026, all’età di 70 anni, dopo aver combattuto a lungo contro una serie di malattie gravi. La notizia della sua morte è stata confermata dalla sua figliastra, Reka Gaborjani, in un’intervista telefonica con il giornale ungherese MTI (Agenzia Nazionale di Notizie dell’Ungheria). La comunicazione ufficiale è arrivata anche tramite Bence Fliegauf, un regista magiaro che ha dato l’annuncio a nome della famiglia Tarr.

La sua morte ha suscitato un’ondata di commozione e rispetto tra i suoi colleghi, i cineasti e i critici cinematografici di tutto il mondo. Il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, ha espresso il suo cordoglio con un messaggio in cui ha definito Tarr come “l’uomo più libero che abbia mai conosciuto”, lodando il suo impegno nella difesa della dignità umana attraverso il suo lavoro. Il primo cittadino ha anche evidenziato il coraggio del regista nel criticare pubblicamente il regime autoritario di Viktor Orbán, il primo ministro ungherese.

László Krasznahorkai, che aveva collaborato frequentemente con Tarr (in particolare per opere come Sátántangó e Werckmeister Harmonies), lo ha definito uno dei più grandi artisti del nostro tempo, un “creatore instancabile, brutale, inarrestabile”, ricordando con affetto e ammirazione il suo approccio radicale e coraggioso al grande schermo. La sua morte segna la fine di una delle voci più importanti e radicali nel cinema contemporaneo. Con la decisione di ritirarsi nel 2011 dopo aver completato il suo capolavoro finale, Il cavallo di Torino, Béla Tarr aveva già messo un punto finale alla sua carriera cinematografica, dedicando il resto della sua vita alla film.factory, una scuola internazionale di cinema a Sarajevo, continuando a influenzare nuove generazioni di cineasti.

Béla Tarr – Autore foto: Soppakanuuna – Licenza: CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Una visione nichilista, ma ‘animata’ da messaggi di denuncia sociale e politica

Béla Tarr è stato uno dei registi più influenti e originali del cinema contemporaneo, un autore che ha creato un linguaggio cinematografico distintivo, incentrato su una visione nichilista e profondamente esistenzialista. Con il suo stile contemplativo e le sue lunghe inquadrature, ha indagato le condizioni di vita degli esseri umani nelle loro forme più degradate, spesso in ambienti rurali e isolati. Il suo lavoro si distingue per la sua capacità di esplorare l’umanità nei suoi aspetti più intimi e oscuri, mettendo in scena la sofferenza, la solitudine e l’impotenza dell’uomo di fronte a un mondo che appare irrimediabilmente destinato alla fine. Le sue opere non sono solo uno studio dell’esistenza, ma anche un modo di denunciare le ingiustizie politiche e sociali, specialmente quelle legate all’esperienza del comunismo in Ungheria, di cui Tarr ha spesso raccontato le conseguenze più oscure.

Durante la sua prima fase di carriera, Béla Tarr si concentrò su tematiche sociali e politiche, esplorando la disillusione e la miseria nelle vite di persone comuni in Ungheria attraverso un approccio realistico. Film come Family Nest (1979), Almanacco d’autunno (1984) e Perdizione (1988) riflettono una società alle prese con il peso della burocrazia e della repressione. Questi lavori, pur non avendo ancora il distintivo stile che avrebbe caratterizzato la sua carriera successiva, segnavano il suo interesse per il cinema d’autore e per le storie dei più poveri e marginalizzati. Il film Perdizione è considerato il culmine di questa fase iniziale e un passaggio cruciale dove inizia a sviluppare il suo linguaggio cinematografico più personale, utilizzando sequenze lente e una narrazione intimista.

Il punto di svolta

Il vero cambiamento nel suo stile avviene con Sátántangó (1994), il capolavoro che lo consacra a livello internazionale. Questo film, che dura oltre 7 ore, è un’odissea filosofica che segue i destini di un gruppo di contadini in una piccola comunità che si trova ad affrontare una disintegrazione morale e sociale. Basata sul romanzo di László Krasznahorkai, la pellicola è un’esperienza unica, caratterizzata da inquadrature che possono durare anche diversi minuti e da un ritmo che può sembrare quasi ipnotico. La tematica del fallimento del comunismo è al centro della storia; tuttavia, il racconto non si limita a essere un resoconto storico, ma è una meditazione sulla disperazione e sull’ineluttabilità della fine.

Screenshot di una scena del film “Sátántangó”

A partire da Sátántangó Béla Tarr definì le caratteristiche tipiche del suo linguaggio cinematografico: la scelta del bianco e nero e l’uso predominante di inquadrature lunghe che conferivano una grande intensità ai momenti più semplici della vita quotidiana. Questo approccio non si limitava a una scelta stilistica, ma diventava un mezzo per esplorare il senso di tempo e di esistenza.Le sue inquadrature, che a volte sembrano infinite, pongono lo spettatore di fronte a un cinema di ‘lente rivelazioni’, dove ogni gesto, ogni parola, ogni movimento è carico di significato.

Un altro aspetto fondamentale del suo stile è il nichilismo, che impregna le sue opere con una sensazione di decadenza e vuoto. I suoi film raccontano un’umanità che sembra non avere una via di salvezza, dove i personaggi sono intrappolati in un mondo che non ha più speranza, ma che riesce a restituire una forma di bellezza oscura e struggente. Le sue storie sono impregnate di una malinconia che trascende la tristezza e diventa una sorta di contemplazione dolorosa del destino umano.

La collaborazione con Krasznahorkai

Béla Tarr ha collaborato frequentemente con lo scrittore László Krasznahorkai, il cui lavoro si presta perfettamente alla visione del regista. Con lui, nel 2000, ha realizzato due dei suoi film più acclamati: Werckmeister Harmonies, che racconta l’arrivo di un circo misterioso in una città ungherese e la conseguente reazione della locale comunità, e The Melancholy of Resistance, che affronta la frustrazione e la violenza scatenate da eventi apocalittici.

La loro collaborazione ha prodotto un cinema denso e complesso, in cui il tempo sembra rallentare e le azioni dei personaggi sono spesso ridotte a movimenti lenti e meditativi. Krasznahorkai ha definito Tarr uno degli artisti più radicali della sua generazione, sottolineando la forza e la determinazione con cui il regista ha continuato a cercare la dignità umana, anche nei contesti più degradati e senza speranza.

László Krasznahorkai – Autore foto: Miklós Déri – Licenza: CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Il capolavoro finale

Il film che segna la fine della carriera di Béla Tarr è Il cavallo di Torino (2011),una pellicola che racconta la storia di un uomo e di sua figlia, che vivono in una miseria esistenziale, in un paesaggio desolato, dove ogni giorno sembra identico al precedente. La vicenda si ispira a una leggenda su Friedrich Nietzsche, il quale secondo la tradizione avrebbe subito un crollo psichico dopo aver assistito alla flagellazione di un cavallo a Torino. Il film, con la sua ripetitività e il suo ritmo meditabondo, è il culmine di una carriera dedicata a esplorare la sofferenza umana e la fine imminente di un mondo che si avvicina sempre più all’oscurità.

Il cavallo di Torino è considerato da molti critici il suo capolavoro finale, in quanto riassume la sua intera filosofia artistica e il suo approccio al cinema: una visione pessimistica, ma al tempo stesso poetica, che riesce a trovare una bellezza unica anche nelle situazioni più desolate.

La sua eredità

Béla Tarr è stato un regista difficile da etichettare, che ha avuto un impatto duraturo sul cinema europeo e mondiale. Nonostante i suoi film non fossero mai destinati a un grande pubblico, ha ottenuto un’incredibile rispetto e ammirazione tra cineasti e critici. La sua visione unica ha influenzato molti registi contemporanei, come Jim Jarmusch, Gus Van Sant e Abbas Kiarostami, che hanno riconosciuto in lui un maestro nell’arte della narrazione contemplativa e non convenzionale. Il suo cinema di disperazione e speranza nascosta ha regalato al mondo opere indimenticabili, ma Béla Tarr ha sempre affermato di lavorare per la dignità umana e non per il riconoscimento o il successo. Il suo è un linguaggio che sfida le convenzioni e che, pur rimanendo nella sua essenza estrema e radicale, riesce a toccare corde profonde nell’animo umano.

Specifiche foto dal web

Titolo: Béla Tarr, premiato nel 2009 dalla Fondazione MEDIAWAVE Premio per la Cultura Parallela, da Jenő Hartyándi direttore del festival.
Autore: Hartyándi Jenő, főszerkesztő MEDIAWAVE
Licenza: CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons
Link: File:Tarr Béla (2009).jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata

Titolo: Béla Tarr
Autore: Soppakanuuna
Licenza: CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons
Link: File:Béla Tarr.jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata

Titolo: Una scena del film “Sátántangó”
Licenza: screenshot del trailer del film, inserito nell’articolo in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali.
Link: SÁTÁNTANGÓ Official Trailer [1994]
Foto modificata

Titolo: Krasznahorkai László portrait
Autore: Miklós Déri
Licenza: CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons
Link: File:Krasznahorkai László portrait.jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata

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