Ingresso al percorso dei mostri – Foto: Simona Colletta

Chiamato anche “Parco dei Mostri”, questo polmone verde dell’alta Tuscia è stato visitato da grandi poeti e artisti come Goethe e Dalì.

a cura di Simona Colletta

Il rifugio prediletto del principe Vicino Orsini

L’alta Tuscia viterbese è caratterizzata da suggestivi centri storici arroccati su pendici di pietra lavica, immersi in fitti boschi di cerro, leccio, quercia e faggio. La vegetazione florida degrada dolcemente lungo i profili delle colline e rende il paesaggio armonico e verdeggiante. Tra questi borghi si distingue Bomarzo, che custodisce un luogo sorprendente e unico nel suo genere: il “Sacro Bosco”, conosciuto anche come “Parco dei Mostri”.

Questo polmone verde fu ideato dal principe Vicino Orsini – pseudonimo di Pier Francesco Orsini – e poi realizzato nel 1552 da Pirro Ligorio, noto architetto dell’epoca. Si racconta che il committente, il quale discendeva da una famiglia di militari, per un periodo imbracciò le armi partecipando ad alcune campagne belliche e che, turbato dagli orrori e dalle atrocità dei campi di battaglia, rifiutò radicalmente i principi della guerra. Il nobile, dunque, preferì ritirarsi a vita privata nel suo palazzo a Bomarzo, dove coltivò la sua indole pacifica e lasciò libero sfogo alle passioni per l’arte e lo studio.

L’idea di costruire un parco nella vallata sul lato opposto alla sua residenza, poco fuori dal centro abitato, arrivò dopo la morte dell’adorata moglie Giulia Farnese (da non confondere con Giulia “la bella”, amante di papa Alessandro VI), che lo lasciò in totale sconforto. La decisione di realizzare un luogo dove potersi immergere in una dimensione fantastica e immaginifica rappresentò il rimedio al dolore; pertanto, a questo bosco il principe dedicò i suoi sforzi “sol per sfogare il core”, come recita un inciso dei pilastri del parco.

Cascata del torrente – Foto: Simona Colletta

Il progetto del parco: dai canoni manieristi alle sculture esoteriche e mitologiche

In questo mondo grottesco e immaginario le rocce di peperino e basalto, di antica origine vulcanica, vengono intagliate e scolpite per dar vita a edifici surreali e statue mostruose che sorprendono e disorientano continuamente il visitatore. Lungo il percorso, che si addentra in una zona ricca di vegetazione, spuntano all’improvviso sculture di sirene, mostri marini, tartarughe giganti, bocche enormi, satiri, guerrieri in lotta o torturati, sfingi, draghi, grandi maschere: figure mitologiche a cui ancora oggi i ricercatori non sono riusciti ad attribuire un significato definitivo, lasciando le allegorie del parco avvolte in un alone di mistero.

Dopo la morte del principe avvenuta nel 1585, gli eredi abbandonarono il complesso monumentale e la natura si riprese i suoi spazi, ricoprendo le statue e le loro storie di vegetazione, diventando al massimo la compagnia di qualche solitario pastore che in quella zona portava a sfamare il gregge. Solo circa 400 anni dopo, nel 1954, una coppia di intellettuali, Giancarlo e Tina Bettini, dopo essere venuta a conoscenza di questa meraviglia nascosta, decise di acquistare l’area di circa tre ettari e di recuperare i monumenti in forma del tutto privata, restituendo le sculture al loro antico splendore. Dalla loro morte le spoglie dei coniugi riposano all’interno del tempio situato nel bosco.

Una delle statue – Foto: Simona Colletta

Pur rientrando nella cultura architettonica-naturalistica della seconda metà del Cinquecento, il parco di Bomarzo si differenzia dai raffinati giardini all’italiana del Rinascimento, rientrando nella corrente del Manierismo, affermatasi nello stesso periodo. Il giardino si discosta radicalmente dall’ordine geometrico e dai disegni simmetrici e regolari dei modelli rinascimentali, caratterizzandosi invece come percorso enigmatico e originale, dove per qualcuno si riscontra la traccia del simbolismo di matrice alchemica. Molti artisti, vedendo le statue di Vicino Orsini, ne rimasero affascinati, traendo da esse ispirazione per le loro opere. Tra questi si ricordano Wolfgang Goethe, Salvador Dalì, Mario Praz, Michelangelo Antonioni, fino ad arrivare al fotografo dell’agenzia Magnum Herbet List, le cui foto sono esposte all’ingresso del percorso.

La prima parte del percorso di visita, tra sfingi, tartarughe e giganti

La visita inizia da un arco merlato, il cui cancello è sormontato dallo stemma araldico della famiglia Orsini, oltre il quale due sfingi ‘guardiane’ danno il benvenuto e avvisano i visitatori con un messaggio scolpito sul basamento: “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte e dimmi poi se tante meraviglie sien fatte per inganno o pur per arte”.

Una delle sfingi – Foto: Simona Colletta

Il percorso si articola su quattro terrazze degradanti e si snoda attraverso vialetti e scalinate dove lo stupore e la meraviglia fanno da filo conduttore per tutta la visita. Più in basso, la parte nord-est dell’area è delimitata dal “fosso della concia”, che attraversa l’abitato di Bomarzo e forma due cascatelle all’interno del parco. A sinistra spunta dal terreno Proteo, il dio marino che può assumere qualsiasi forma, la cui forza è testimoniata dalla capacità di sostenere la sfera terrestre sulla sua testa. Sul globo è riportato il simbolo degli Orsini, sormontato dal castello di Bomarzo, a simboleggiare la potenza del casato nel mondo. Proseguendo nella parte inferiore del parco, il sentiero costeggia il fossato e il rumore delle cascate crea il sottofondo sonoro che anticipa la scoperta dei sorprendenti gruppi monumentali situati in questa zona: i giganti, la tartaruga e la balena, la fontana di Pegaso.

I giganti – Foto: Simona Colletta

Alle sculture dei giganti sono state date diverse interpretazioni: per alcuni raffigurano la lotta fra Ercole, figlio di Zeus e Alcmena, e Caco, figlio di Vulcano, che dopo aver rubato una mandria di buoi viene sorpreso dal suddetto eroe e ucciso. Per altri, invece, rappresentano un passaggio dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, in cui il protagonista, in preda alla follia, uccide un pastorello. Felci e muschio fanno da sfondo alla scena, mentre, ancora più in basso, appare una grande tartaruga scolpita nel granito, sormontata dalla figura di una donna, che secondo le iscrizioni antiche doveva essere munita di ali e due trombe: si tratta della rappresentazione della Fama, in equilibrio precario su una sfera. La tartaruga, che normalmente è intesa come un essere mite, in questo caso ha un’espressione guerriera e aggressiva, con lo sguardo diretto in basso verso la balena, che sbuca dall’acqua e la minaccia con la bocca spalancata e i denti aguzzi in vista. Tale animale simboleggia lo scorrere del tempo ed è l’unica statua ad essere posta al di là del fiume, a significare l’eternità della vita.

La tartaruga e la balena – Foto: Simona Colletta

Dalla fontana con Pegaso all’Orco, il vero simbolo del parco

A poca distanza da qui vi è la fontana con Pegaso, il cavallo alato. Si racconta che l’opera fosse circondata da dieci Muse e dalle statue di Giove, Apollo, Bacco e Mercurio ai quattro angoli, di cui oggi non resta più alcuna traccia a causa dei secoli di abbandono. Procedendo, si susseguono figure mitologiche, fino ad arrivare alla curiosa Casa pendente, punto di ascensione al livello superiore del parco. Si tratta di un grottesco edificio di due piani costruito su un basamento inclinato di circa 25 gradi: per avere un termine di paragone, basta pensare che attualmente si calcola che la pendenza della Torre di Pisa corrisponde all’incirca a 4 gradi. Nonostante gli interni spogli, l’inclinazione delle pareti e del pavimento fa sì che, entrando nella struttura, si percepiscano immediatamente le sensazioni di vertigine e di forte sbilanciamento, volutamente studiate per far perdere al visitatore il senso dell’equilibrio e dell’orientamento.

La casa pendente – Foto: Simona Colletta

Con la testa che ancora gira, con i punti di riferimento messi a dura prova, si arriva alla scultura che sicuramente rappresenta il simbolo del parco: l’Orcus, o Orco, uno dei nomi di Ade, re degli inferi. In cima a una scalinata un grande mascherone inciso nella pietra fissa il visitatore che si avvicina. Ha la bocca spalancata nell’atto dell’urlo e gli occhi profondi e inquisitori, che sembrano cambiare espressione con il mutare delle ore e della luce del giorno. Sulle sue labbra si legge il messaggio di Vicino rivolto a chi accede: “Ogni pensiero vola”, con il duplice significato di invito o avvertimento. All’interno si apre una stanza scavata nel tufo, dove sono stati realizzati alcune panche e un tavolo che ricorda la forma di altare.

L’orco – Foto: Simona Colletta

La parte interna dell’Orco è simile a una cassa di risonanza studiata per amplificare le voci e i suoni, che una volta emessi rimbalzano sulle pareti creando un’eco dall’effetto mostruoso. Vicino al mascherone si susseguono scene di combattimento, a partire da quella del drago attaccato da tre belve: un cane, un leone e un lupo. È possibile legare tale figura ad una certa passione del principe per la cultura orientale e l’esoterismo, ma al tempo stesso la scultura è soggetta a molteplici interpretazioni. Una di quelle più accreditate attualmente vede nella creatura alata il simbolo del tempo che scorre, incalzato dai cicli stagionali; il cane rappresenta la primavera, il leone è l’estate e il lupo l’inverno. A pochi metri si erge l’elefante, incarnazione dell’eternità ma anche di solidità e saggezza, nell’atto di sollevare un legionario romano stretto nella proboscide, richiamando le imprese di Annibale durante le Guerre puniche.

L’elefante – Foto: Simona Colletta

Il tratto finale dell’itinerario: dal piazzale delle pigne al tempio

Ai livelli superiori del giardino si incontrano altri importanti gruppi scultorei: il piazzale delle pigne, le sirene e i leoni, Proserpina. Il piazzale delle pigne deve il suo nome alle decorazioni fatte di pigne e ghiande scolpite, posizionate sopra i capitelli disposti lungo tutto il muretto di delimitazione dell’area. Due orsi rappresentano simbolicamente la famiglia Orsini: uno porta il blasone e l’altro la rosa romana. Sul lato opposto è posizionata la statua di Proserpina con le braccia aperte. La dea è la versione latina della greca Persefone. Il mito racconta che Proserpina, figlia di Cerere, mentre raccoglieva i fiori sulla riva del lago Pergusa vicino Enna, venne rapita dal dio degli inferi, Plutone, che la costrinse a diventare sua sposa. La madre Cerere, addolorata per il rapimento della figlia, rese scarsi i raccolti sulla terra, causando sterilità e carestie. Visti tali effetti negativi, intervenne dunque Giove, che propose un compromesso: la giovane sposa avrebbe trascorso sei mesi dell’anno con la madre e gli altri nel regno degli inferi con il marito. In questo modo gli antichi spiegavano l’alternanza delle stagioni.

Proserpina e il piazzale delle pigne – Foto: Simona Colletta

La statua di Cerbero, cane a tre teste guardiano degli inferi, che impediva ai vivi di entrare e ai morti di uscire, sembra sorvegliare la scalinata che porta al livello superiore del parco dove è posizionato il tempio.

Cerbero – Foto: Simona Colletta

La struttura è un edificio costruito in stile tardo rinascimentale, che si contrappone all’estetica del percorso. La sua impostazione classica sembra avere poco a che fare con le grottesche figure attorno, in quanto pare che sia stato creato per onorare la moglie defunta del committente. Preceduto da tre file di colonne e da un frontone sul quale si apre un arco, il tempio ha una pianta ottagonale ed è sovrastato da un’elegante cupola. Oltre alle statue il parco custodisce numerosi versi incisi sulle pietre, enigmi e indovinelli che fanno da contorno alle sculture: non solo giochi di parole ma veri e propri approfondimenti e inviti alla riflessione.

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