Rovine della Sala Ipostila e del Pilone di Ramses II a Mit-Rahina – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Nel sito di Mit Rahina, corrispondente alla prima capitale dell’antico Egitto unificato, una missione internazionale sta scrivendo una nuova e interessante pagina di archeologia.
Della storia millenaria e delle attività archeologiche condotte a Menfi – l’antica capitale egizia oggi nota come Mit Rahina – si parla da quasi due secoli. In particolare, dai ritrovamenti isolati ottocenteschi si è passati, in tempi più recenti, a missioni sistematiche e collaborazioni internazionali con risultati straordinari.
Menfi: il fulcro di un grande regno
Menfi (o Men-Nefer), situata circa 20 km a sud del Cairo, fu la prima capitale dell’Egitto unificato e rimase per millenni un fulcro politico, militare e religioso. Fondata intorno al 3100-3000 a.C. dal leggendario re Narmer (o Menes), la città era originariamente chiamata Ineb-Hedj (“Muro Bianco”). Il nome del suo tempio principale, Hut-Ka-Ptah (“Casa dello spirito di Ptah”), è all’origine del termine greco Aigyptos, da cui deriva il nome moderno “Egitto”.
La città era, dunque, il centro principale del culto di Ptah, dio creatore e protettore degli artigiani che aveva la sua manifestazione terrena nel toro Apis. Un’immagine, questa, considerata come un simbolo di fertilità, forza e rinascita, scelta per le sue caratteristiche peculiari: un triangolo bianco sulla fronte e il ventre, le zampe e il fiocco della coda anch’essi bianchi. Dopo la morte, l’animale veniva imbalsamato e sepolto nel Serapeum di Saqqara all’interno di colossali sarcofagi in pietra pesanti fino a 100 tonnellate.

Toro Api – Epoca tolemaica (332-30 a.C.) – Bronzo – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis
Nella necropoli di questo sito, in particolare, è ospitata la piramide a gradoni di Djoser (2630 a.C. circa), progettata da Imhotep (architetto del faraone Ṣośer), che può essere ritenuta come la prima struttura monumentale in pietra tagliata al mondo.

Statua dedicata a Imhotep – Nuovo Regno (1550-1069 a.C.) – Quarzite rossa – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis
La località è celebre per le enormi statue del sovrano Ramses II. Un colosso, alto 12 metri e pesante 83 tonnellate, è stato recentemente trasferito all’ingresso del nuovo Grand Egyptian Museum (GEM). Gli studi geologici e i carotaggi, peraltro, hanno evidenziato come il corso del Nilo, negli ultimi 5000 anni, si sia spostato di circa 3 km verso est, condizionando lo sviluppo della città nel seguire il movimento del fiume. Nel periodo tolemaico, Menfi divenne una metropoli cosmopolita, suddivisa in quartieri etnici (greci, cari, fenici) e dotata di palazzi, guarnigioni e un importante porto internazionale. La città decadde definitivamente dopo la fondazione di Alessandria e, successivamente, del Cairo, venendo spesso utilizzata come cava di materiali. Oggi l’intera area, che include le piramidi da Giza a Dahshur, è protetta dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità.

Statua del faraone Ramses II. Menfi, Antico Egitto – Autore: © Vyacheslav Argenberg – Licenza: CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Le esplorazioni archeologiche
Le esplorazioni moderne nella zona di Menfi iniziarono due secoli fa quando, nel 1820, il viaggiatore italiano Giovanni Battista Caviglia rinvenne una grande statua di Ramses II, alta 11 metri; un colosso disteso in pietra calcarea cristallina conservato nel museo all’aperto di Mit Rahina, nelle immediate adiacenze meridionali del Grande Tempio di Ptah. Nell’occasione si ipotizzò un suo trasferimento a Londra, ma l’operazione non si realizzò per difficoltà tecniche; pertanto, la scultura rimase tra le rovine per oltre un secolo.
Agli albori del XX secolo ebbe inizio l’era delle scoperte sistematiche:
- 1908-1913: W. M. Flinders Petrie, archeologo fondatore della British School of Archaeology in Egitto, realizzò il primo scavo metodico nell’area dell’acropoli e in vari punti isolati intorno al tempio di Ptah, identificando i limiti del temenos, ossia il recinto sacro, che comprende non solo il tempio stesso e l’altare ma anche aree verdi destinate ad accogliere giardini, monumenti ed edifici connessi al culto;
- 1915-1923: Clarence S. Fisher, archeologo per conto dell’University Museum della Pennsylvania, scavò sistematicamente il palazzo di Merenptah (successore di Ramses II), situato a sud-est dell’area di Ptah, recuperando importanti monumenti architettonici.
Nei decenni che seguirono, le campagne archeologiche si fecero sporadiche e, dopo la scoperta di un santuario dedicato a Ramses II, della cappella di Sety I (sovrano della XIX dinastia) e di alcune tombe risalenti all’800 a.C. circa, nel 1941 venne portato alla luce l’edificio per l’imbalsamazione dei tori Apis, con iscrizioni dei re Neko e Aprie.
Nel 1976 B. Kemp rinvenne il palazzo di quest’ultimo monarca (cioè Aprie) e qualche anno dopo (1982) fu avviato il progetto Survey of Memphis sotto la direzione di David Jeffreys, con l’obiettivo di contestualizzare le scoperte precedenti nel paesaggio urbano complessivo. Di grande interesse anche la Missione Archeologica Russa a Kom Tuman (Tell Aziz), che a partire dal 2001 ha identificato officine per la lavorazione della pietra, del metallo e del vetro, attive dal Periodo Tardo (664-332 a.C.) all’epoca tolemaica. Nello specifico, il ritrovamento di sfingi e reperti monetari ha aiutato ad approfondire il ruolo di Menfi come centro religioso dedicato al dio Ptah e la sua evoluzione.

Frammento di stele arpocratea – Epoca Tarda (664-332 a.C.) – Serpentino – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis
Il recente rinvenimento del 2026
La scoperta straordinaria annunciata nel febbraio di quest’anno da una missione archeologica congiunta, composta da esperti egiziani e cinesi provenienti dal Consiglio Supremo delle Antichità, dall’Università di Pechino e dall’Istituto del Patrimonio Culturale dello Shandong, ha riguardato, ancora una volta, il sito di Mit Rahina. Gli scavi condotti nell’area di Tell Aziz, nel Governatorato di Giza, sfruttando l’esperienza cinese nell’archeologia di sito su larga scala, che combina ricognizioni sistematiche, prospezioni geofisiche e scavi mirati, ha consentito di individuare un’area d’interesse dalla quale, nel giro di poche settimane, è riemerso un edificio in pietra calcarea, relativamente ben conservato, che gli studiosi hanno identificato come tempio dedicato al faraone Aprie.
Tale ritrovamento rappresenta un importante passo avanti anche per la comprensione dell’urbanistica e della vita religiosa di Menfi durante il Periodo Tardo. Tra i reperti più significativi emersi dagli scavi figurano sfingi acefale in pietra calcarea e numerosi blocchi e lastre decorati con testi geroglifici. Le iscrizioni che citano il dio Ptah, la divinità principale di Menfi, confermerebbero la natura religiosa dell’edificio. Ai fini dell’attribuzione del tempio sono stati fondamentali i cartigli rinvenuti che recano il nome di Aprie, finendo per collocarlo cronologicamente proprio al tempo del suo regno. La continuità d’uso del sito attraverso i secoli è confermata dal ritrovamento di manufatti in vetro, ceramica e rame, nonché da resti architettonici riconducibili anche ai periodi greco e romano.
Aprie, asceso al trono col nome di Wahibre Haaibra, fu il quarto faraone della XXVI dinastia saitica (589-570 a.C.). Durante il suo regno, ereditato dal padre Psammetico II, l’Egitto si contrappose all’espansionismo babilonese di Nabucodonosor. Internamente il sovrano dovette gestire il malcontento derivante dall’eccessiva influenza dei contingenti mercenari greci nelle file dell’esercito. Sebbene il suo potere terminò con l’usurpazione da parte del generale Amasis, Aprie lasciò un’impronta significativa nell’architettura monumentale, promuovendo un programma di restauri volto a rinvigorire le radici artistiche e religiose del periodo arcaico.

Resti delle colonne del palazzo di Aprie a Menfi – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Importanza della nuova scoperta
Mentre il palazzo di Aprie era la testimonianza del potere amministrativo e regale dell’omonimo faraone, il nuovo tempio a Mit Rahina sottolinea la sua devozione verso il dio Ptah e il ruolo centrale di Menfi come polo spirituale e culturale. L’edificio riflette il vigore dello stile saitico (da molti definito come un periodo di rinascimento egizio), capace di far sopravvivere l’eredità millenaria dell’Egitto in un’epoca di grandi mutamenti. La struttura riesce a fondere armonicamente la solennità dei canoni classici con soluzioni tecniche d’avanguardia, manifestando un approccio che guarda al glorioso passato con gli occhi di un presente tecnicamente evoluto. La collaborazione internazionale tra Egitto e Cina, basata su tecnologie di documentazione all’avanguardia ma anche su metodi di scavo tradizionali, promette di svelare nei prossimi anni l’esatto layout dell’intero complesso templare e il suo rapporto con il tessuto urbano dell’antica capitale.
Specifiche foto dal web
Titolo: Ruins of the Hypostyle Hall and Pylon of Ramses II in Mit-Rahineh (Rovine della Sala Ipostila e del Pilone di Ramses II a Mit-Rahineh)
Autore: No machine-readable author provided. Neithsabes assumed (based on copyright claims)
Licenza: Public domain, via Wikimedia Commons
Link: File:Memphis200401.JPG – Wikimedia Commons
Foto modificata
Titolo: Statue of the pharaoh Rameses II. Memphis, Ancient Egypt (Statua del faraone Ramses II. Menfi, Antico Egitto)
Autore: © Vyacheslav Argenberg / http://www.vascoplanet.com/
Licenza: CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Link: File:Memphis, Pharaoh Rameses II, Ancient Egypt.jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata
Titolo: Palais Apries Memphis (resti delle colonne del palazzo di Apries a Menfi)
Autore: No machine-readable author provided. Neithsabes assumed (based on copyright claims)
Licenza: Public domain, via Wikimedia Commons
Link: File:Palais Apries Memphis.jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata
