Mongolfiere in Cappadocia – Foto: Stefania Rega

Viaggio in Turchia, da Konya alla Cappadocia passando per Sant’Elena.

La città di Konya, in Turchia, si trova a un’ora di volo dalla capitale Istanbul, ai margini dell’imponente Altopiano anatolico. Raggiungendola in aereo sembra di atterrare sul suolo lunare, tanto vasto e piatto è l’Altopiano, percorso però dalle lunghissime strisce arancione delle strade illuminatissime che d’improvviso confluiscono in una grossa forma irregolare e bianca: Konya.

La città è molto estesa, conta più di un milione di abitanti ed è incredibilmente sospesa tra passato e futuro. Passeggiare nel suo centro storico a un europeo ricorda molto le periferie delle sue città. L’architettura è modesta, fatta di piccole palazzine di due o tre piani, senza pretese estetiche. Ad ogni angolo ci si imbatte in locali abbandonati, costruzioni interrotte, casupole diroccate. In comune con le città europee, però, ha il marchio pesante del turismo. In prossimità di ogni luogo di interesse turistico sono sorti miriadi di locali per mangiare e per vendere ogni genere di souvenir, dalle file interminabili di collane e bracciali agli enormi tappeti tradizionali. Dietro al banco si trova il giovanotto rampante che parla inglese e veste alla moda o la vecchina avvolta da vesti nere, testa compresa, che biascica solo parole turche ma ha imparato a convertire l’euro e il dollaro in valuta nazionale e ad usare il pos.

Panorama notturno della città di Konya – Foto: Stefania Rega

Sebbene Konya non sia mai stata un centro politicamente importante, la storia l’ha attraversata in vario modo, e da tempo immemorabile. La regione era abitata fin dalla preistoria come testimonia il sito neolitico ancora oggi visitabile, Çatalhöyük. Fece parte del regno degli Ittiti nel II millennio a.C., poi passò sotto il controllo persiano, quindi macedone e infine diventò città romana con il nome di Iconia. Fu un centro cristiano di notevole interesse sotto l’impero bizantino e quando la regione fu conquistata dai turchi divenne, dalla metà del XII secolo in poi, la capitale del sultanato dei Selgiuqidi di Anatolia o di Rūm, la principale dinastia turca. In questo periodo Konya rappresentò il punto di incrocio di due importanti vie commerciali: quella che univa l’Iran e l’Asia centrale ai porti dell’Egeo e quella che da Costantinopoli arrivava ad Aleppo. Visse, così, il suo periodo di maggiore ricchezza e vivacità artistica.

Nel 1475 divenne parte del grande Impero Ottomano mantenendo il suo ruolo spirituale e religioso, e ancora oggi è considerata una delle città più pie d’Anatolia. Nei secoli, in virtù del suo incrollabile attaccamento religioso, Konya è stata arricchita con numerosissime moschee, i cui alti minareti costellano il panorama altrimenti piatto della città.

I tetti del Museo di Mevlana con la cupola verde – Foto: Stefania Rega

Una delle più antiche è la moschea di Alaeddin costruita tra il XII e il XIII secolo per volere del sultano della dinastia Selgiuqida Alā al-Dīn. Sorge sulla sommità di una minuscola collina in quello che oggi è il centro della città di Konya. Al suo interno è presente un prezioso pulpito in legno intagliato che rappresenta un ottimo esempio dell’elevato livello raggiunto dall’artigianato islamico. 

Ma la più importante, storicamente e artisticamente, è la moschea di Mevlana, annessa all’omonimo mausoleo. Il sito ha origini antiche. Nacque per ospitare la tomba di Jalāl al-Dīn Rūmī, meglio noto come Rumi, poeta e mistico vissuto nel XIII secolo. Oltre a fondare l’ordine sufi dei Mevlevi, Rumi ha lasciato un’immensa quantità di opere poetiche. Negli anni che trascorse a Konya divenne una guida spirituale molto conosciuta sia per le prediche sia per la dottrina, e un gruppo di studiosi si raccolse intorno a lui per redigere una serie di scritti teologici. Alla sua morte, nel 1273, fu realizzato il mausoleo di cui nulla si conserva oggi ma che nei secoli fu ampliato ad opera soprattutto dei sultani ottomani fino a diventare l’importante sito religioso e artistico che è oggi il Museo di Mevlana.

La tomba in legno intarsiato di Rumi – Foto: Stefania Rega

Oltre alla tomba di Rumi, un sarcofago in legno finemente decorato, e a quella di diversi membri della sua famiglia, il sito ospita una piccola moschea con la caratteristica cupola verde, diversi cimeli dell’Ordine sufi, tra cui manoscritti miniati del periodo selgiuqide e leggii in legno con decorazioni a intaglio del XIII secolo.

Il museo e il mausoleo di Mevlana – Foto: Stefania Rega

Appena fuori Konya, si trova il piccolo villaggio di Sille. Per raggiungerlo è necessario viaggiare per circa un’ora attraverso un territorio arido in cui si alternano piccole colline e ampi avvallamenti. Lungo la strada, edifici in costruzione e altri appena completati raccontano di un’area in piena espansione edilizia. Sille è diventato meta di un discreto flusso turistico molto di recente grazie alla presenza di una delle rarissime chiese cristiane sopravvissute in Turchia: la chiesa di Sant’Elena.

L’esterno della chiesa di Sant’Elena a Sille – Foto: Stefania Rega

Fu fondata nel 327 per volere di Elena, la madre dell’imperatore Costantino che, in virtù della sua sentitissima fede, spinse il figlio ad emanare il famoso editto del 313, grazie al quale il cristianesimo si liberò dalla persecuzione. Elena intraprese un pellegrinaggio verso Gerusalemme durante il quale si fermò anche a Konya e a Sille, allora vivace avamposto greco, dove chiese appunto che fosse costruita una chiesa, l’odierna Aya Elena, Chiesa di Sant’Elena. Ristrutturato solo nel 2024, il piccolo luogo di culto contiene preziosi affreschi e una pregevole cupola.

Particolare degli affreschi nella chiesa di Sant’Elena a Sille – Foto: Stefania Rega

Il borgo offre un’atmosfera fiabesca, a ridosso di cime argentee, con strade sinuose e curate dove si susseguono piccole palazzine con alberi e giardini. È facile indovinare che solo un decennio fa il luogo fosse un insieme di casupole e la chiesa di Sant’Elena fosse diroccata e cadente. Grazie ad un intervento oculato si è riusciti a dar vita ad un turismo internazionale che, a sua volta, ha dato fiato a un artigianato locale necessario per alimentare il commercio di souvenir e prodotti del luogo. Dopo aver visitato la chiesa, è piacevole accomodarsi ad uno dei tanti tavolini che si susseguono lungo il corso dei vari torrenti incanalati da strade e muretti in mattoni, e bere il delizioso caffè turco accompagnato dai dolcetti allo zucchero.

Panorama dall’interno di una delle abitazioni in Cappadocia – Foto: Stefania Rega

Se tre o quattro ore di viaggio non spaventano, da Konya si può raggiungere la Cappadocia e ammirare uno dei paesaggi più sorprendenti del pianeta. L’area diventò un altopiano circa dieci milioni di anni fa, quando una serie di vulcani riempì di lava vaste depressioni. Tuttavia, si trattava per lo più di un minerale poco resistente all’erosione degli agenti atmosferici e nel corso dei secoli è stato modellato fino a ottenere le caratteristiche formazioni a punta che oggi costellano tutta l’area. Oltretutto, la malleabilità della roccia nei secoli passati ha consentito agli abitanti di scavare grotte per gli animali o per il deposito dei materiali, nonché per abitazioni. Quelle caverne oggi fanno bella mostra di sé, come tanti occhi puntellano intere colline e si lasciano fotografare da turisti incantati. In certi casi, i proprietari le addobbano e le offrono agli stranieri come un giro di giostra in cambio di qualche euro. Ma l’attrazione più potente della Cappadocia non è storica, non è naturalistica. Vola. Le mongolfiere della Cappadocia sorgono insieme all’alba, ogni mattina. Colorate e pigre come i primi raggi del sole, si sollevano lente e mute dai piedi dei camini delle fate fino al cielo che schiarisce e che le illumina.

Mongolfiere che si alzano in volo nella valle dei camini delle fate – Foto: Stefania Rega

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