Foto: Giorgio Manusakis generata con IA
Prosegue il nostro viaggio alla scoperta di queste figure esoteriche, soffermandoci ora sulle caratteristiche di alcune creme da loro usate.
a cura di Mario Severino
In un nostro precedente articolo abbiamo introdotto il concetto di ‘unguento’, per mezzo del quale la strega assumeva i poteri che le permettevano di volare e recarsi al Sabba (in maniera fisica o secondo alcuni solo immaginata). In questo nuovo focus analizzeremo la natura di tali preparati, le varie ricette che circolavano durante il Medioevo e quali possibili ingredienti erano o meno capaci di questi prodigi.
Dal mondo greco-romano al caso di Alice Kyteler
Il riferimento più antico ad un unguento utilizzato per volare si trova nell’Iliade di Omero, dove la dea Era ricorre all’olio di ambrosia per raggiungere l’Olimpo senza mai toccare la terra. Un’altra menzione si trova nell’Asino d’oro di Apuleio del 160 d.C. Nel romanzo l’autore descrive la strega Pamphile nel togliersi i vestiti e tirar fuori un po’ di unguento da una scatola. Si strofina con esso dalla testa ai piedi: muove gli arti e le piume le crescono sul corpo, si trasforma in un gufo e vola via nella notte. Dopodiché, non si parla più di simili creme per secoli.

La baia di Antica Assini, citata nell’Iliade come luogo di partenza delle navi achee per Troia – Foto: Giorgio Manusakis generata con IA
Nel 1324-25, nel caso isolato di Lady Alice Kyteler, troviamo una nuova fonte scritta in merito ad un possibile ‘unguento volante’. La donna irlandese è sospettata di magia nera e di evocare demoni. La sua casa è perquisita e al suo interno viene trovata una scatola di unguento: “frugando nell’armadio della signora, trovarono una pipa di onte, con la quale unse un bastone, sul quale camminava e galoppava nella buona e nella cattiva sorte, quando e in che modo si inclinava.” Nella sua confessione Kyteler rivela di aver imbrattato un pezzo di legno con l’unguento con cui, insieme ai suoi complici, avrebbe potuto poi “cavalcare e galoppare dove voleva, in tutto il mondo, nella buona e nella cattiva sorte, senza dolore o impedimento.”
Nei documenti del processo troviamo scritto: “Secondo l’inquisizione messa in moto da Richard de Ledrede, vescovo di Ossory, c’era nella città di Kilkenny una banda di stregoni eretici, a capo dei quali c’era Dame Alice Kyteler e contro i quali erano state mosse non meno di sette accuse relative alla stregoneria. La quinta accusa è di particolare interesse nel contesto del ‘bastone unto’ di cui sopra: per suscitare sentimenti di amore o di odio, o per infliggere la morte o la malattia al corpo dei fedeli, si servivano di polveri, unguenti e candele di grasso, che venivano composti come segue. Presero le interiora di galli sacrificati ai demoni, certi orribili vermi, varie erbe non specificate, unghie di uomini morti, i capelli, le cervelle e i brandelli delle cerimonie dei ragazzi che venivano sepolti non battezzati, con altre abominazioni, che cucinarono, con vari incantesimi, su un fuoco di tronchi di quercia in un recipiente fatto con il cranio di un ladro decapitato.”
L’utilizzo dei bambini
Tra il 1395 e il 1405, a Simmenthal in Svizzera, due donne confessano di aver rubato e ucciso bambini con lo scopo di mangiarli e di usare i loro fluidi corporei come unguenti, con i quali trasformarsi in animali, diventare invisibili o volare nell’aria. Il fatto che le streghe utilizzassero infanti innocenti nelle loro pozioni magiche sarà menzionato più volte negli scritti demonologici e nei resoconti dei processi. Heinrich Kramer, nel suo famigerato Malleus Maleficarum del 1485, sostiene che tali figure cucinano i bambini uccisi e li mangiano, oppure usano la carne e le ossa per fare un unguento che spalmano su una sedia o un manico di scopa su cui vengono immediatamente trasportate in aria. A suo avviso, questo preparato non è efficace, ma è un inganno del diavolo per incitarle a compiere ancora più misfatti.

Malleus maleficarum, 1669 – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Nel processo a Matteuccia di Francesco, nel 1428, compare un incantesimo che avrebbe permesso ad un unguento di espletare i suoi poteri: “Unguento unguento, manname a la noce de Beneviento, supra agua et supra viento et supra omne maletiempo.” Questo evento verrà menzionato in numerosi processi, come quello di Marianna di San Sisto del 1456, di Bellezza Orsini nel 1528 e di Fausta Orsini nel 1552. In questo periodo vediamo Benevento essere considerata la roccaforte italiana di questa nuova setta stregonesca. Il processo a Matteuccia di Francesco ci riporta anche alcuni ingredienti dell’unguento: grasso di avvoltoio, sangue di pipistrello e sangue di neonato.
Nel 1460 il compositore e avvocato olandese Johannes Tinctoris afferma che i membri della setta dei Valdesi ricorrono ad uno speciale preparato per andare alle riunioni di notte. Questo unguento, composto, secondo lui, da “rospi, ossa polverizzate di cadavere, sangue di bambini innocenti e sangue mestruale”, permette loro di librarsi rapidamente nell’aria. Anche nell’Errores Valdensium si legge come i Valdesi volino alle loro riunioni su un bastone imbrattato con una crema magica. Lo storico tedesco Matthias von Kemnat cita altri ingredienti dell’unguento: rospi, serpenti, lucertole, ragni e il grasso dei bambini. In realtà, quasi tutti gli ingredienti nominati non hanno alcuna efficacia. C’è una buona probabilità che siano stati menzionati per suscitare disgusto e repulsione verso le streghe. L’unica eccezione è il rospo; alcuni di questi animali, infatti, secernono una tossina nella pelle, che può causare allucinazioni a causa del principio attivo della bufotenina. Tuttavia, all’epoca non ci sono prove dell’uso deliberato di questa sostanza per scopi esoterici; inoltre, il veleno dei rospi europei non contiene abbastanza bufotenina per avere un tale effetto allucinogeno.
L’approccio scientifico
La prima fonte medievale sull’uso dell’unguento delle streghe, che non menziona il culto del diavolo e l’uso di cadaveri di bambini, è il libro di Abramelin de Magus (noto anche come Abramo di Worms) del 1415 circa. In esso questo mistico ebreo descrive che nella città tedesca di Linz incontrò una giovane donna – non la chiama strega – che gli garantì che sarebbe stata in grado di portarlo in qualsiasi luogo desiderasse senza rischi. La stessa, poi, gli diede un unguento che egli strofinò sulle vene delle mani e dei piedi. Cadde, così, in un sonno profondo e gli sembrò di volare nell’aria verso il luogo che aveva desiderato. Si svegliò, poi, con il mal di testa e una forte sensazione di malinconia. Gli sembrava di essere stato davvero e fisicamente in un altro posto. Abramelin considera l’unguento come un rimedio per dormire, che faceva sembrare ciò che si svolgeva nell’immaginazione molto simile alla realtà.
Il teologo spagnolo Alfonso Tostado, uno dei primi teorici della stregoneria, scriverà nel 1440 il trattato De maleficis mulieribus, quae vulgariter dicuntur bruxas, in cui descrive il tipico ‘unguento della strega’. Egli afferma che tali preparati riducono sensazioni come il dolore e causano dissociazione mentale (“ci si sente separati da se stessi.”). Secondo Tostado, le donne cadono in un sonno profondo che le fa immaginare di viaggiare mentre in realtà non vanno da nessuna parte: “Ci sono delle donne, quelle che chiamiamo streghe, che spergiurano che possono andare in ogni parte […] una volta cosparse con uno speciale unguento […] si permettono ogni sorta di piacere. Una volta accadde che una di queste donnicciole che dicono di fare parte di questa setta, non essendo creduta su questo punto dai presenti, un gran numero di persone […] si cosparse di unguento, con dei segni particolari e subito, davanti a tutti, giacque esanime. Quando si riebbe, dopo parecchie ore, asseriva di essere stata in questo o quel luogo […] e i presenti le facevano notare che si sbagliava, che per tutto quel tempo era rimasta lì, stesa a terra; e a conferma di ciò le raccontavano che per essere sicuri le avevano dato dei colpi di bastone, le avevano fatto delle bruciature col fuoco. Ma lei si era svegliata senza sentire né il dolore delle scottature, né la sofferenza delle bastonate.”

Alonso Tostado – Autore: Grabado de Juan Barcelón por dibujo de José Maea – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
L’ecclesiastico domenicano Bartolomeo Spina di Pisa fornisce due resoconti sul potere dell’‘unguento volante’ nel suo Tractatus de strigibus sive maleficis (Trattato sulle streghe o sui malfattori) del 1525. Il primo riguarda un episodio della vita di un suo conoscente, il medico Augusto de Turre da Bergamo: “mentre studiava medicina a Pavia da giovane, Augusto tornò a tarda notte nel suo alloggio [senza chiave] e non trovò nessuno sveglio che lo facesse entrare. Arrampicandosi su un balcone, riuscì a entrare da una finestra e subito cercò la serva, che avrebbe dovuto essere sveglia per accoglierlo. Controllando la sua stanza, tuttavia, la trovò sdraiata priva di sensi – oltre a svegliarsi – sul pavimento. La mattina seguente cercò di interrogarla sulla questione, ma lei rispose solo che era stata in viaggio”. Il secondo racconto di Bartolomeo è più suggestivo e indica un altro elemento nelle fughe delle streghe. Si tratta di un certo notaio di Lugano che, “non riuscendo a trovare la moglie una mattina, la cercò in tutta la loro tenuta e alla fine la scoprì distesa profondamente priva di sensi, nuda e sporca con la vagina esposta, in un angolo del porcile. Il notaio capì subito che era una strega e in un primo momento volle ucciderla sul posto, ma, ripensando a tanta avventatezza, attese che si riprendesse dal suo torpore, per interrogarla. Terrorizzata dalla sua ira, la povera donna cadde in ginocchio e confessò che durante la notte era stata in viaggio.”
Nel De humana physiognomonia di Giovanbattista Della Porta – opera che uscirà solo nel 1598 a Napoli sotto la falsa firma di Giovanni de Rosa – il noto accademico racconta di aver assistito alla cerimonia di preparazione di una strega diretta al Sabba: “Mi capitò sotto mano una vecchia, che spontaneamente si offrì di darmi una risposta in un breve spazio di tempo. Ordinò che uscissero fuori quelli che io avevo chiamato come testimoni. Denudatasi, si frizionò vigorosamente con un unguento, mentre noi la intravedevamo dall’uscio: e cadde in un profondo sonno, a causa dell’azione dei succhi soporiferi. Noi allora apriamo la porta; ci scaccia a male parole. Poi perde i sensi del tutto. Ritorniamo fuori. Il potere del filtro che ha preso ormai si indebolisce lentamente. Si risveglia. Incomincia a delirare, dicendo di aver passato mari e monti e dandomi una risposta falsa alla mia domanda. Le diciamo che non ci convince. Lei insiste. Ci arrabbiamo. Lei è ancora più ostinata di prima.”

Giovanni Battista della Porta – Autore: Line engraving by P. Becceni after G. Bossi – Licenza: CC0 1.0 Universal
Lo studioso napoletano asserisce che il volo delle streghe non è reale, ma si tratta solo di allucinazioni provocate dalle sostanze psicotrope naturali assorbite con gli unguenti – e quindi il diavolo non c’entra nulla: “E così pensano di essere trasportate nell’aria in una notte di luna per banchetti, musica, danze e l’abbraccio di bei giovani di loro scelta.”
Ricette di unguenti
Gli ‘unguenti volanti’ sono stati descritti nel XIII secolo dal famoso alchimista Alberto Magno. È grazie a testi come il suo ed altri che sappiamo quali elementi componevano tali creme nel Medioevo. Il giusquiamo era un ingrediente popolare per la maggior parte degli ‘unguenti volanti’ in quanto proviene dalla famiglia della belladonna. Un preparato descritto nel 1276 da Teodorico di Cervia era composto da: “giusquiamo, mandragora, cicuta, lattuga, oppio, edera, edera rampicante, lapathum, succo di gelso acerbo e lino di euforbia.” Questa miscela doveva essere assunta e inalata immergendovi una spugna. Tre degli ingredienti qui presenti – mandragora, cicuta e oppio – sono piante psicotrope ben note – la cicuta in particolare può essere letale – ma sono anche psicoattivi se usati nelle giuste quantità.
Inoltre, sono pervenute diverse ricette cinquecentesche, per gli unguenti delle streghe, che menzionano erbe aventi un effetto allucinogeno. Secondo alcuni storici, i nomi più utilizzati per tali creme sono unguentum lamiarum e unguentum pharelis. Un altro preparato di cui abbiamo menzione è l’unguentum populeum creato da Nicolas de Myrepse, un farmacologo bizantino del XIII secolo. Era usato per alleviare il dolore e si credeva anche che fermasse il malocchio. Da allora fino al XX secolo, questo unguento a base di pioppo è stato un rimedio rinomato, ampiamente discusso in tutti i libri di farmacia. Nel 1545 il medico spagnolo Andrès Laguna descrive l’unguentum populeum come una sostanza usata fin dal XIII secolo come antidolorifico e come sonnifero. Esso contiene, tra le altre cose, pioppo, papavero, mandragora e belladonna. Queste erbe sono presenti anche nelle creme usate dalle streghe. Dunque, il populeum, con i suoi ingredienti dannosi, potrebbe aver influenzato le idee sull’”unguento volante” in base alla sua ampia diffusione durante questo periodo di tempo. In un’altra citazione, Laguna afferma di credere che la mela spinosa (datura stramonium) sia il principio attivo dei preparati associati alle streghe (bruxas). L’autore scrive che la pianta, appartenente alla famiglia delle solanacee, dà una piacevole illusione, ma può causare follia in quantità troppo grande. Inoltre, contenendo alcaloidi allucinogeni, essa è altamente tossica. Una stampa del pittore tedesco Dürer, del 1500 circa, sembra sostenere l’affermazione di Laguna. Nell’opera in questione, infatti, vediamo una vecchia strega nuda che cavalca un cervo all’indietro; un angelo, davanti alla sua gamba, tiene una pianta che potrebbe corrispondere proprio ad una mela spinosa.

Foto: Giorgio Manusakis generata con IA
In conclusione, notiamo che gli ingredienti più utilizzati sono la belladonna, la datura e la mandragola: tutte piante velenose, che producono l’alcaloide tropanico, un composto allucinogeno. L’aspetto interessante è che queste sostanze non si possono ingerire per via orale, perciò dovevano essere spalmate sul corpo. Applicarle sulle mucose interne probabilmente favoriva l’assunzione del pharmakon e gli effetti desiderati. Ricordiamo che anche Giovanna d’Arco, l’illustre vergine d’Orléans, fu accusata di portare segretamente una radice di mandragola, le cui proprietà allucinogene le avrebbero fatto ascoltare persino le voci dei santi.
Specifiche foto dal web
Titolo: Sprenger – Malleus maleficarum, 1669
Autore: Sprenger, Jakob
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Link: File:Sprenger – Malleus maleficarum, 1669 – BEIC 9477645.tiff – Wikimedia Commons
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Titolo: Alonso Tostado
Autore: Grabado de Juan Barcelón por dibujo de José Maea
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Titolo: Giovanni Battista della Porta
Autore: Line engraving by P. Becceni after G. Bossi
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