Mario Amura, “Napoli Explosion” – Foto: Matilde di Muro

Tre, due, unoooooo, auguriiiiii: è così che solitamente si lascia andare l’anno vecchio per dare il benvenuto a quello nuovo. E poi abbracci, brindisi e, a Napoli, molto altro. I veri protagonisti sono i “botti”: chi più chi meno, tutti amano farne scoppiare qualcuno e da qualsiasi angolo della città, che sia un vicolo o una vista panoramica, si resta col naso all’insù ad ammirare la magia dei mille colori che illuminano il cielo anticipando un nuovo giorno. Sì certo, questa è una pratica che, ormai, è ben diffusa oltre il territorio partenopeo e anche per occasioni diverse, ma quelli di Napoli a Capodanno sono davvero leggendari, frutto di una tradizione che, sin dalle origini, ha simboleggiato il buon augurio, la chiusura con il passato e la speranza per un futuro positivo.

Mario Amura, “Napoli Explosion” – Foto: Matilde di Muro

La pirotecnìa ebbe origini in Cina, circa 1200 anni fa, con la scoperta della polvere da sparo, inizialmente impiegata per scopi militari e poi, successivamente, adoperata anche per celebrazioni di varia natura. Durante i secoli, tra le diverse scuole che si sono specializzate in arte pirotecnica, in Italia si è sicuramente distinta quella campana, con una pratica prevalentemente artigianale perché necessita di processi manuali realizzati con una certa maestria, tant’è che i detentori di questo mestiere sono definiti “mastri”, facendo riferimento all’opera di un artigiano di grande esperienza. Ecco che, per Napoli, i fuochi d’artificio sono diventati un fattore identitario, un motivo di vanto in quanto parte integrante della tradizione campana ma anche, purtroppo, fonte di pregiudizio rispetto a quelli che sono i comportamenti più o meno rischiosi (e più o meno legali) di questa pratica e dei partenopei in particolare.

Ma c’è chi ha considerato i botti di Capodanno solo e unicamente attraverso la magia che trasmettono e, osservandoli a lungo con quello stupore che domina lo sguardo dei bambini, li ha immortalati regalandoci emozioni uniche.

Parlo di un fotografo napoletano davvero particolare: Mario Amura, classe 1974. I suoi progetti di reportage fotografici sono contraddistinti dalla presenza di un ingrediente particolare: il tempo. Infatti le sue opere hanno un inizio preciso ma, poi, necessitano di maturare attraverso lunghissimi archi temporali. Dal 2000 al 2012 è stato il curatore fotografico di varie pellicole presentate nei più prestigiosi festival internazionali e, nel 2003, ha ricevuto il premio ‘David di Donatello’ dell’Accademia del Cinema Italiano con il cortometraggio “Racconto di Guerra”, ambientato nella Sarajevo sotto assedio del 1996. Dal 2005 lavora al progetto “StopEmotion” con cui inizia la sua ricerca fotografica caratterizzata dalla frammentazione della linearità del tempo cronologico in picchi emozionali. Per Amura, il tempo smette di essere misura e contesto per divenire un oggetto concreto la cui essenza è la visibilità delle emozioni vissute e poi trasmesse.

Mario Amura, “Napoli Explosion” – Foto: Matilde di Muro

All’interno di questa particolarissima visione nasce il progetto “Napoli Explosion”, iniziato nel 2010 ma che l’artista definisce tutt’ora “in progress” perché il protagonista è un “soggetto caldo e vivo” che si manifesta ogni anno col Capodanno napoletano.

Ma come nasce questo progetto?

Mario Amura nasce a Napoli e vive per molto tempo a Torre Annunziata alle pendici del Vesuvio che diviene, per lui, una presenza costante con la quale stabilisce un legame profondo. Egli racconta che, nel 2005, ebbe modo di assistere all’esplosione dei fuochi di Capodanno dalla cresta alta del Vesuvio e, in quell’occasione, ebbe la sensazione che, oltre all’aspetto beneaugurante, i fuochi di Capodanno potessero essere portatori di una sorta di antico retaggio scaturito dalla presenza di uno dei vulcani attivi e più pericolosi al mondo. D’altronde, quello degli abitanti di queste terre con il Vesuvio è sempre stato un rapporto di orgoglio e amore tanto forte da originare un particolare stato di incoscienza verso la paura di una possibile eruzione e che potrebbe essere stata, col tempo, esorcizzata anche attraverso questo rituale scaramantico.

Il Capodanno del 2006 Mario Amura lo trascorre sulla cima del monte Faito, da cui si gode una meravigliosa vista del golfo di Napoli che sembra elegantemente adagiato ai piedi del Vesuvio. Da quella prospettiva l’artista sembra fare esperienza autentica e diretta di tutta l’iconografia classica delle gouache o dei capolavori che da Turner a Warhol hanno raccontato del vulcano in eruzione colorato dalla lava che lo inonda.

In quel Capodanno il Vesuvio gli apparve sotto una nuova luce: come ombra silenziosa, non era lui ad esplodere ma era tutto il paesaggio attorno ad accendersi di una miriade di luci e colori.

Mario Amura, “Napoli Explosion” – Foto: Matilde di Muro

Dal 2010 al 2023 Amura, accompagnato da quella che lui stesso chiamerà la Troupe di Napoli Explosion (Claudia Ascione, Serenella Iovino, Serafino Murri, Maurizio Valsania e Christian Arpaia), trascorre tutti i Capodanni fotografando dal Faito l’esplosione dei fuochi sul Golfo di Napoli e nelle zone che circondano il Vesuvio.

I risultati di questa ricerca fotografica sono oggi esposti grazie alla volontà del direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Sylvain Bellenger, il quale, venendo a conoscenza del progetto, ha deciso di promuoverne l’allestimento in una mostra intitolata, appunto, “Napoli Explosion”.  

Inaugurata lo scorso 14 dicembre 2023 e visitabile gratuitamente sino al 1 aprile 2024 presso il Cellaio del Museo e Real Bosco di Capodimonte, la mostra presenta ben 37 opere fotografiche di grandi dimensioni. Ma lo spettatore che sceglierà di visitare questa esposizione si renderà subito conto che parlare di fotografia è alquanto riduttivo. Fotografia, pittura e arte pirotecnica convergono in un solo e unico evento il cui risultato è un’accecante esplosione di colori che assume le forme più disparate. La fantasia si accende e quelle variopinte scie di fuoco diventano nebulose, galassie di stelle, animali, fiori e molto altro. Immagini che sembrano pure astrazioni e che invece sono realtà pura colta nell’atto del divenire e che l’artista ha solo catturato attraverso un obiettivo, con l’ausilio del tempo, realizzando dei veri e propri “dipinti fotografici”.

Mario Amura, “Napoli Explosion” – Foto: Matilde di Muro

Amura non ha fatto altro che essere spettatore, da un punto di vista particolare, di ciò che il popolo napoletano inscena ogni anno attorno al Vesuvio: una festa di colori che ballano una danza primordiale scandita dal ritmo delle esplosioni come da enormi e fragorosi tamburi. Ecco il vero protagonista di queste straordinarie composizioni epifaniche di colore: è il popolo partenopeo che tra le sue tante espressioni genera, senza rendersene pienamente conto, una gigantesca opera d’arte che si manifesta nel tempo e nel suo divenire. Capiamo quindi perché lo storico dell’arte Salvatore Settis, a tal proposito, si è così espresso: “Napoli Explosion è un’opera autobiografica, un inno di Napoli a se stessa”.

È sorprendente come nella nostra epoca, così tanto legata alle evoluzioni tecnologiche che l’uomo genera e che ritiene di saper abilmente governare, la natura non perda occasione di dimostrarci come possa essere, nostro malgrado, autonomamente immaginifica. Noi, che pensiamo di creare artificialmente tutto o di rielaborare a nostro piacimento qualsiasi immagine a colpi di Photoshop, assistiamo a qualcosa di straordinariamente autentico. Attraverso l’impiego della digitalizzazione nella fotografia, che è la più antica delle tecniche nate per catturare la realtà, la luce ha dato origine a nuove forme di scrittura dove le lettere sono i mille colori sprigionati dai fuochi esplosi in contemporanea e che si compongono con un certo ritmo quasi musicale.

“Per 13 anni sono salito alla mezzanotte di Capodanno sul Monte Faito, (…) per immortalare questa specie di rituale esorcistico (…) e centinaia di migliaia di fuochi d’artificio che da quella lontana prospettiva diventano una tavolozza di colore unica che ho davanti per 10/15 minuti l’anno”, dice Mario Amura.

Questo racconto di luce, calore e colore, con esplosioni che evocano distruzioni e creazioni, come in un nuovo Big Bang forse simile a quello da cui tutto ha avuto origine, è letteralmente in grado di suscitare emozioni e sentimenti al punto che, all’uscita da questa mostra, ci si sente un po’ trasformati. Tutto accade grazie all’enorme potere della fantasia che viene stimolata al punto da provocare questo effetto quasi rigenerante, un po’ come quando, da bambini, ci si abbandona alla lettura di una fiaba che scatena, nella nostra mente, la creazione di luoghi immaginari popolati da principi, mostri, cavalieri impavidi e animali fantastici.  

Mario Amura, “Napoli Explosion” – Foto: Matilde di Muro

Ciascuna opera esposta, e che non stento a definire pittorica, è denominata da una sigla, da un anno, che corrisponde al Capodanno in cui è stata generata, e da un commento prodotto dallo stesso curatore della mostra, il direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Sylvain Bellenger. Quelli sono i suoi stimolanti commenti, ma pensate a come sarebbe bello poter ascoltare il racconto di tutte le sensazioni che queste opere suscitano in ciascun visitatore.

In una saletta appartata è possibile anche assistere alla visione di un breve filmato della durata di 19 minuti che testimonia le fasi creative di questo lavoro e di quei momenti emozionanti.

Insomma, quel Capodanno del 2006 Mario Amura ha lasciato che il suo animo d’artista venisse letteralmente folgorato da tanta bellezza al punto da desiderare di imprigionare quello spettacolo. Il risultato ritengo abbia stupito lui, anno dopo anno, come noi oggi, che godiamo di una meravigliosa sintesi. In un tempo di gestazione così lungo, oltre 13 anni, la luce, di cui la fotografia è figlia, si è liberata in forma inedita. Nella notte, tempo di cui le tenebre sono padrone, la luce prende vita in maniera prorompente e straordinariamente incontrollabile ed è colore steso, accostato e donato come nessun pittore ha mai fatto. Eppure sono tante le forme pittoriche che queste opere evocano: guardandone alcune sembra di immaginare Pollock alle prese col suo dripping o Monet che cattura la luce con straordinaria profondità nelle sue serie di Ninfee, o anche ci sembra di scorgere strane creature come nei quadri fantastici della pittura immaginaria di Hyeronimus Bosch o colori e forme sapientemente accostati alla maniera di Kandinskij.

Come ha avuto modo di affermare Sylvain Bellenger, questo“è il regalo di Capodanno che il Museo di Capodimonte dona a Napoli”. E allora riceviamo con gratitudine questo regalo che trasmette calore come il fuoco che l’ha generato, che parla di una delle numerose e antiche tradizioni partenopee che tanto caratterizzano questa città in termini di gioia, ironia e che mai come in questo caso fanno dire di Napoli, come ebbe modo di cantare un altro grande e indimenticabilmente figlio di questa città, Pino Daniele: “Napule è mille culure”.

Mario Amura, “Napoli Explosion” – Foto: Matilde di Muro

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