Una scena della rappresentazione teatrale – Foto (modificata): Simona Pasquale

Amore positivo è uno spettacolo di Alessio Palumbo andato in scena dal 6 all’8 febbraio al Teatro Serra di Napoli.

a cura di Mario Severino

La rappresentazione nasce nell’ambito del Premio Serra – Campi Flegrei, classificandosi finalista. Dal nucleo centrale presentato al concorso, essa si è poi arricchita di nuove parti, configurandosi come un’opera di teatro civile, prodotta da La Nuova Comune, realtà che promuove il benessere psicosociale attraverso l’incontro di diverse competenze.

Un’urgenza contemporanea

Amore positivo parte dal bisogno di parlare di HIV oggi, qui e ora. Perché, anche se spesso la consideriamo come qualcosa di passato, l’epidemia non è mai davvero finita. Dagli anni Ottanta ad oggi sono cambiate molte cose: attualmente, con le terapie adeguate una persona sieropositiva può vivere al pari di una persona sieronegativa e soprattutto non è più contagiosa.

Ai progressi nel campo medico, tuttavia, non si equiparano del tutto quelli nel campo culturale e sociale: lo stigma è ancora fortissimo. L’HIV continua a far paura, a generare silenzio, vergogna e disinformazione. E proprio questo silenzio è uno dei motivi per cui, negli ultimi anni, i nuovi contagi stanno aumentando, soprattutto tra i più giovani. Amore positivo vuole rompere quel silenzio. Vuole parlare di amore, di corpi, di relazioni, di responsabilità e di libertà. Vuole informare, educare alla prevenzione e ricordarci che l’HIV non definisce un individuo, ma ne è solo una parte infinitesimale e, con la giusta terapia antiretrovirale, neanche rilevabile clinicamente.

A completare il cerchio, nelle sale del teatro flegreo, è stata allestita la mostra Fuori dalla tana dei luoghi comuni ad opera dei Conigli bianchi, associazione bolognese che promuove iniziative per combattere lo stigma legato all’HIV, e di Ilenia A. Sicignano, che ha condiviso alcuni suoi versi.

L’attesa come ‘dispositivo scenico’

Il protagonista entra in scena, ascoltando della musica, e si siede. Sul palco sono presenti soltanto delle sedie in fila e delle funi che si annodano intorno al suo polso e lo tengono legato, come se non potesse fuggire da lì. Così inizia il suo “viaggio di scoperta” mentre aspetta il suo turno in una sala d’attesa. Il pubblico si rende presto conto di far parte della scena, che il teatro tutto è una sala d’attesa.

Una scena della rappresentazione teatrale – Foto (modificata): Simona Pasquale

Il pubblico non è solo spettatore, ma parte integrante dello spettacolo, e vive con il protagonista la sua angoscia, aspettando insieme la risposta, il risultato di un test.

Un test che è sì sierologico, volto ad analizzare la presenza di determinati anticorpi, ma anche esistenziale, come se la vita decidesse di metterlo alla prova.

L’attesa diventa il vero motore drammaturgico della prima parte dello spettacolo, fino al momento dell’esito, prima che il mondo del protagonista crolli e gli serva il conto per la sua vita dissoluta. Di quest’ultima dapprima si sente colpevole, ma riuscirà poi a pacificarvisi, guardando dentro se stesso, facendo analisi.

Da sala d’attesa il palco diventa ora lo studio di uno strizzacervelli. Il protagonista della storia schiude il suo animo, liberandosi di tutti i pesi, i dubbi, le angosce, per raggiungere un certo grado di consapevolezza. «Ho studiato» dice. Si è informato riguardo alle cure odierne, sulla loro efficacia e su quanto sia importante aver iniziato la terapia a tempo debito. Anche Alessio, difatti l’autore della pièce, sembra aver studiato: asserisce di essersi recato in alcune comunità di supporto per ottenere più informazioni e potersi calare meglio nel personaggio.

Ironia, racconto e rivendicazione

Con la somministrazione della terapia lo spettacolo vira verso un registro più leggero e ironico. Attraverso tratti da stand-up comedy, Palumbo mette in scena una satira della curiosità morbosa che spesso circonda l’HIV, in particolare il desiderio indiscreto di sapere come il virus sia stato contratto. Gli sketch, talvolta volutamente licenziosi, accompagnano il personaggio da uno stato di angoscia a una progressiva rivendicazione della propria dignità. La preoccupazione lascia spazio alla riaffermazione di sé.

Il protagonista, ora rasserenato, non vive più nella paura, sa che la sua vita non è finita e ha tanto ancora da raccontare. È proprio questo racconto, dice, a costituire di per sé una buona ragione per vivere, suggerendo l’idea che il senso della vita si costruisca attraverso il processo di narrazione. Egli descrive quindi la propria storia, ma anche quella di molte altre persone incontrate negli andirivieni dagli ospedali: uomini, donne, cis, trans, etero, gay, italiani, stranieri, poveri e benestanti. È questa, infatti, la realtà del virus in questione, come del resto di ogni malattia: ci si può illudere che colpisca solamente alcune categorie di persone e pensare di esserne protetti, ma nel momento del contagio l’HIV non fa distinzioni di sorta.

Questo è sicuramente uno dei momenti più toccanti dello spettacolo e forse anche tra i più riflessivi. Ci vengono presentati vari personaggi con le loro storie e ce li immaginiamo tutti, nei loro attributi peculiari. Figure forse conosciute dall’attore nei suoi momenti di ricerca nelle comunità, o semplicemente immaginate, ma non per questo meno vere. Alessio non è più solo sul palco ma è affiancato da una grande comunità ‘multistratica’, che non condivide identità o esperienze comuni, se non quella dell’umanità. Sono storie di corpi che sono stati segnati, ma che non si sono arresi, hanno continuato il loro ciclo biologico arrivando, in alcuni casi, persino alla riproduzione. Alessio spiega, infatti, come grazie alla terapia antiretrovirale sia possibile, da individui sieropositivi, generare prole sieronegativa.

Una scena della rappresentazione teatrale – Foto (modificata): Simona Pasquale

L’aspetto divulgativo è sicuramente l’elemento principale nella rappresentazione e uno spettatore medio, che non ha particolari conoscenze medico-scientifiche a riguardo, ne esce sicuramente arricchito, affrontando tematiche che da un lato non gli sono mai state presentate nel modo giusto, ma che dall’altro rifugge per paura. Così, in quest’ottica, Alessio parla della terapia antiretrovirale, della PrEP (profilassi pre-esposizione) e dell’importanza di eseguire il test per scoprire il proprio stato sierologico, in modo da potersi curare, nel caso risulti positivo, e azzerare le possibilità di contagio per gli altri. L’esigua quantità di persone che si sottopongono a questo accertamento è una delle principali cause della diffusione dell’HIV. Tale trascuratezza non fa altro che peggiorare lo stato di salute dei pazienti, che migliorerebbe se scoprissero in tempo di aver contratto il virus e quindi si curassero.

L’amore come legame e cura

Come la terapia inizia a fare effetto, il protagonista inizia a star meglio e guarisce dalle infezioni ‘opportunistiche’ che lo attanagliavano (tipico segnale di immunosoppressione), ma ciò che lo aiuta davvero a risollevarsi dallo stato depressivo in cui era sprofondato e a ritrovare un nuovo senso alla vita è l’amore. Un amore che guarisce e che quindi è chiaramente positivo. Come si evince dal gioco di parole del titolo, esso è il vero protagonista dello spettacolo: l’amore è il motore che permette al protagonista – come agli altri personaggi narrati – di affrontare il proprio destino. Non è l’amore “bulimico”, dei rapporti occasionali della vita precedente, ma neanche un amore romantico. È il concetto, cantato da Battiato a Giorgia, di amore come cura: un sentimento salvifico, totalizzante, che guarisce, che è esso stesso terapia.

La corda, che prima ci sembrava un vincolo, ora assume chiaramente il valore di legame. Proprio questo sentimento ritrovato unisce indissolubilmente il protagonista alla sua donna, ma anche a se stesso, agli altri e alla vita stessa. A questo legame fa anche riferimento la canzone che ascolta in cuffia mentre aspetta il risultato del test nella sala d’attesa. Il brano ripete: “’O scuro nun me fido ‘e sta, passanno vienem ‘a piglià”, proprio come se il protagonista invocasse un aiuto da una forza superiore per uscire da questo “scuro.” La canzone in questione, Kevlar, dei 24 Grana, è la vera chiave di lettura e la metafora di quest’amore positivo. Il titolo, infatti, rimanda ad una fibra sintetica utilizzata, tra gli altri scopi, per la fabbricazione di corde, in quanto tra le sue proprietà unisce leggerezza e grande resistenza.

Uno spettacolo a tutto tondo, che contrasta una diffusa disinformazione

Pur non mancando qualche incoerenza, dovuta al tentativo di tenere insieme registri, generi e intenti differenti, lo spettacolo funziona: intrattiene, commuove, diverte, educa, ma soprattutto mette in luce quanta disinformazione continui a circolare intorno all’HIV e quanto lavoro resti ancora da fare sul piano culturale. Quello che manca al giorno d’oggi non sono le cure, ma la consapevolezza, l’educazione sessuale e affettiva, gli spazi per parlarne senza giudizio. Dunque, ben vengano attività come questa, che sfidano i pregiudizi, le convenzioni, abbattano le barriere e danno voce a chi spesso viene messo ai margini. Il teatro, come strumento di educazione e cambiamento sociale, può davvero fare la differenza, stimolando una maggiore coscienza collettiva e promuovendo una società più giusta e inclusiva.

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