Santa Maria dell’Assunta – Foto: Demis Giannini

La cattedrale di Santa Maria dell’Assunta e l’Oratorio di San Pellegrino, situati nella frazione di una cittadina in provincia di L’Aquila, contengono al loro interno stupende testimonianze di arte romanica.

a cura di Demis Giannini

Bominaco: un ameno e silenzioso borgo, lontano dalle grandi vie di transito

Bominaco è una frazione di Caporciano, in provincia dell’Aquila, che conta poche decine di abitanti. Il paese si trova a circa novecento metri di quota, nel versante meridionale del massiccio del Gran Sasso, in una zona in cui la montagna si apre su vallate percorse da strade secondarie e da silenzi lunghi. Non è un luogo di transito. Ci si arriva perché si è cercato, o perché qualcuno, prima, ha indicato la strada.

Eppure, in questo borgo che quasi non esiste più come comunità viva, si conservano due edifici di architettura medievale tra i più significativi dell’intera regione: la cattedrale di Santa Maria dell’Assunta e l’oratorio di San Pellegrino. Li separa una breve distanza fisica, ma li divide anche, almeno in parte, la funzione che assunsero nel tempo e la destinazione per cui vennero costruiti. Insieme, però, compongono qualcosa di raro: un complesso che ha attraversato quasi mille anni senza perdere la propria sostanza.

Oratorio di San Pellegrino – Foto: Demis Giannini

Le origini del paese da un antico monastero benedettino

Secondo le fonti, la storia di Bominaco comincia con la fondazione di un monastero benedettino, collocato sulla sommità di un colle che domina una valle. Le prime attestazioni risalgono all’VIII secolo, anche se le strutture che si vedono oggi sono il risultato di successive campagne costruttive avviate nell’XI e nel XII secolo. Il monastero era intitolato a San Pelino, vescovo martire legato alla tradizione ecclesiastica della Marsica, e la sua presenza determinò per secoli la vita religiosa e amministrativa del territorio circostante.

Il contesto storico in cui si inserisce questo sviluppo è quello tipico dell’Italia medievale centro-meridionale: un territorio conteso tra poteri ecclesiastici e signorie laiche, in cui i monasteri benedettini fungevano non solo da centri di vita religiosa ma anche da poli di organizzazione economica e di conservazione della cultura scritta. L’abbazia di Bominaco godette di protezioni e privilegi da parte di vari pontefici e mantenne una propria autonomia fino alla sua soppressione, avvenuta nel corso del XV secolo. Successivamente, la struttura passò alla diocesi per finire poi gradualmente nell’abbandono.

Santa Maria dell’Assunta: un pregevole esempio di Romanico abruzzese

La chiesa di Santa Maria dell’Assunta è ciò che rimane del complesso abbaziale. Fu edificata, nella forma attuale, nel XII secolo ed è uno degli esempi più integri di architettura romanica abruzzese. La facciata è in pietra calcarea locale, tagliata e lavorata con cura da maestranze abituate a trattare questo materiale con precisione. Il portale principale presenta un arco a tutto sesto decorato con motivi vegetali e geometrici scolpiti: un tipo di ornamentazione diffusa nelle chiese romaniche dell’Appennino centrale, in cui l’influenza lombarda si mescola con soluzioni locali. Il campanile, addossato al lato sinistro della facciata, ha bifore con colonnine sottili e capitelli lavorati: è sobrio e nella sua essenzialità è quasi esemplare.

Santa Maria dell’Assunta, lato posteriore – Foto: Demis Giannini

L’interno è a tre navate, divise da colonne con capitelli di spoglio o lavorati ex novo in stile corinzio semplificato. La luce entra dalle finestre laterali e dall’oculo della facciata in modo da colpire la pietra con angolazioni variabili nel corso della giornata. Il pavimento conserva in parte la lastratura medievale, anche se con integrazioni più tarde. L’abside centrale, semicircolare e rialzata, ospita un altare e ha alle spalle una piccola finestra ad arco. Il tutto è pensato secondo una logica spaziale che non appartiene all’ostentazione, ma alla misura: ogni elemento è proporzionato agli altri e il risultato è un insieme che non impressiona per grandiosità ma per coerenza.

Tra gli elementi più notevoli dell’interno vi è il pulpito, databile al XII o ai primi del XIII secolo, che presenta rilievi scolpiti con scene figurate e motivi decorativi. Nella chiesa si trovano anche frammenti di affreschi medievali, parzialmente conservati, che testimoniano la presenza di un ciclo che doveva in origine ricoprire superfici più ampie. Non è inusuale, in queste chiese abbaziali, che la decorazione pittorica integrasse quella scultorea in un programma iconografico unitario, pensato per una comunità monastica capace di leggere le immagini come testi.

Santa Maria dell’Assunta, l’altare e il ciborio – Foto: Demis Giannini

San Pellegrino: una cappella monasteriale decorata da straordinarie pitture

L’oratorio di San Pellegrino si trova a breve distanza dalla chiesa abbaziale, appena più in basso sul colle. È un edificio di dimensioni ridotte, quasi schivo nel suo proporsi, e per questo spesso sorprende chi vi entra per la prima volta. Fu costruito nel XII secolo, probabilmente come cappella annessa al monastero, forse destinata a usi funebri o para-liturgici. San Pellegrino è un santo di origine incerta, venerato in diverse zone d’Italia e d’Europa, spesso associato alla protezione dei viaggiatori: la sua presenza come titolare di questo oratorio suggerisce un legame con le pratiche devozionali legate agli spostamenti, forse con qualche via di percorrenza locale che serviva i fedeli di passaggio.

Oratorio di San Pellegrino, lato posteriore – Foto: Demis Giannini

La particolarità dell’oratorio di San Pellegrino non sta nell’architettura esterna, che è semplice e quasi austera, ma nel suo interno, interamente affrescato. Il ciclo che ricopre le pareti e la volta è tra i più importanti della pittura romanica italiana e la sua qualità ha attirato l’attenzione degli storici dell’arte già dall’Ottocento, quando i primi studi sistematici sul Medioevo abruzzese cominciarono a prendere forma.

Gli affreschi furono realizzati nella seconda metà del XII secolo, probabilmente intorno all’ottavo decennio, da una o più botteghe che lavoravano in una tradizione figurativa di matrice bizantina, ma ormai orientata verso soluzioni formali proprie dell’Italia centrale. Il confronto con altri cicli pittorici coevi – in particolare con quelli dell’Umbria e del Lazio meridionale – suggerisce una circolazione di modelli e forse di artisti che percorrevano l’Appennino lavorando per le comunità monastiche locali.

Il programma iconografico è complesso e si sviluppa su più registri. Sulla parete di fondo, nell’abside, domina il Cristo in mandorla circondato dai simboli degli evangelisti e da figure di angeli, secondo uno schema teologico consolidato – il Pantocrator o la Maiestas Domini – che nella pittura medievale aveva la funzione di affermare la presenza del divino nello spazio liturgico. Sulle pareti laterali si sviluppano scene cristologiche: eventi dell’infanzia di Gesù, episodi della Passione, scene della vita dei santi. Il ciclo non è frammentario, come accade in molte chiese che hanno subito danni o rimaneggiamenti, ma è leggibile nella sua continuità.

Oratorio di San Pellegrino, la controfacciata con l’affresco di San Pellegrino a sinistra – Foto: Demis Giannini

Uno degli elementi più discussi dagli studiosi è la presenza, nel registro inferiore di una delle pareti, di un calendario, ovvero di una sequenza di immagini che illustrano i mesi dell’anno con le attività tipiche di ciascun periodo – le cosiddette Occupazioni dei mesi. Questo tipo di rappresentazione, derivato da modelli manoscritti di area franco-carolingia, era abbastanza diffuso nella scultura romanica (si trovano esempi sui portali di molte cattedrali europee), ma è più raro in pittura murale e l’esemplare di Bominaco è considerato uno dei più integri e meglio conservati d’Italia. Le immagini mostrano figure intente a trebbiare, a vendemmiare, a cacciare, a scaldarsi al fuoco: sono immagini del tempo umano, del lavoro e del ciclo agricolo, inserite in uno spazio sacro con una coerenza che non è contraddizione ma complementarità. Il tempo degli uomini e il tempo di Dio occupano le stesse pareti.

Oratorio di San Pellegrino, affresco raffigurante parte del calendario – Foto: Demis Giannini

La tecnica pittorica è quella dell’affresco vero e proprio, eseguito su intonaco fresco con pigmenti minerali. I colori principali sono l’ocra, il rosso ferrico, il verde terra, il bianco di calce, il blu ottenuto dall’azzurrite. La tavolozza è limitata, ma il risultato è di grande intensità cromatica, soprattutto nelle scene con molte figure, dove il pittore ha saputo variare le campiture e alternare i toni per evitare la monotonia. I volti sono trattati con una certa attenzione alla resa espressiva, anche se nel rispetto dei canoni formali della pittura tardoromanica: le figure non cercano il realismo, ma la chiarezza.

L’Abruzzo del XII secolo: una regione di frontiera controllata dal potere ecclesiastico

Capire cosa significasse costruire, nel XII secolo, due edifici simili in un luogo come Bominaco richiede di tenere presente il contesto più ampio. L’Abruzzo medievale era una regione di frontiera, tra il regno normanno di Sicilia a sud, i territori pontifici a nord, i comuni dell’Italia centrale a ovest. I monasteri benedettini erano presidi culturali e religiosi, ma erano anche soggetti politici, proprietari di terre, protagonisti di controversie giuridiche. La decisione di edificare o di rinnovare un complesso abbaziale non era mai solo devozionale: era anche un atto di presenza e di affermazione.

Oratorio di San Pellegrino, affresco raffigurante l’adorazione dei Magi – Foto: Demis Giannini

Il XII secolo, poi, fu in Italia il periodo di massimo sviluppo dell’architettura romanica, con un fiorire di cantieri che coinvolsero non solo le grandi città ma anche i centri minori e le aree interne. In Abruzzo, accanto a Bominaco, si possono citare altri esempi di grande qualità: la chiesa di Santa Maria di Propezzano, quella di San Clemente a Casauria, l’abbazia di San Giovanni in Venere sul mare. Sono luoghi che si parlano a distanza e che insieme compongono una geografia del Medioevo abruzzese ancora in larga parte da raccontare al pubblico non specialistico.

La sopravvivenza di questi edifici è tutt’altro che scontata. Bominaco si trovava in una zona soggetta a terremoti, come tutto l’Appennino centrale. Il sisma del 1915, che devastò la Marsica, causò danni anche in questo territorio. Anche il terremoto del 2009 che distrusse L’Aquila e i paesi vicini interessò tale area, portando, di conseguenza, a nuovi interventi di consolidamento. La continuità tra costruzione medievale e conservazione moderna è, in questo senso, una storia non di inerzia ma di scelte ricorrenti, di generazioni che hanno deciso, in epoche diverse, che questi edifici meritassero di restare in piedi.

Santa Maria dell’Assunta, affresco raffigurante il trittico dei santi e il Cristo risorto – Foto: Demis Giannini

Gli ultimi restauri a San Pellegrino: esiti, domande e plausibili risposte  

Chi si occupa di restauro medievale sa che ogni intervento pone problemi etici oltre che tecnici. Nel caso degli affreschi di San Pellegrino, gli interventi novecenteschi hanno cercato di stabilizzare l’intonaco e di fermare il danneggiamento dei pigmenti, lavorando il più possibile in modo conservativo. Ma il degrado è un processo che non si arresta: l’umidità, le variazioni termiche stagionali, la frequentazione turistica stessa producono effetti che si accumulano nel tempo. La visione di questi affreschi è, in un senso preciso, una visione in diminuzione: quello che si vede oggi è meno di quello che si sarebbe visto nel XIII secolo e probabilmente più di quello che si vedrà tra un altro secolo.

C’è una domanda che si impone, guardando questi due edifici così vicini eppure pensati per usi diversi: perché si costruì con tanta cura in un luogo così marginale? La risposta più ovvia è che Bominaco non era marginale nel XII secolo, che la gerarchia del territorio era allora diversa, che i monasteri erano centri e non periferie. Ma c’è anche un’altra risposta, meno storica e più legata alla natura stessa dell’arte religiosa medievale: che la qualità non dipendeva dal livello culturale dei fedeli; che si dipingeva e si scolpiva con precisione non per un pubblico vasto ma per un ordine delle cose che si credeva reale e permanente.

Oratorio di San Pellegrino, affresco del ‘Ciclo dell’infanzia di Cristo’ – Foto: Demis Giannini

L’oratorio di San Pellegrino non ha mai visto grandi folle. Era uno spazio piccolo, probabilmente riservato alla comunità monastica o a pochi devoti. Eppure qualcuno, nel XII secolo, decise che quelle pareti dovessero essere coperte di immagini elaborate, di colori precisi, di figure trattate con cura. Non per essere visto da molti, ma perché così doveva essere. C’è in questo una logica che non appartiene alla retorica né alla propaganda, ma a qualcosa di più quieto: l’idea che il lavoro fatto bene avesse un valore in sé, indipendentemente dal numero degli occhi che lo avrebbero guardato. Forse è proprio questo che rende ancora interessante un viaggio a Bominaco. Non la rarità dei manufatti, non la lista dei primati storico-artistici, ma quella strana sensazione che si ha davanti a certe opere medievali: di essere arrivati in un posto in cui qualcuno, molti secoli fa, ha fatto le cose con serietà. E che quella serietà, chissà come, è rimasta.

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