Una scena della rappresentazione teatrale – Foto (modificata) Ivan Nocera

Con la pièce di Lina Prosa, in scena dal 26 febbraio all’8 marzo al Mercadante di Napoli, il teatro si configura come spazio di memoria collettiva.

a cura di Mario Severino

Il Mediterraneo, silenzioso testimone di una dolorosa problematica

Lampedusa Beach è molto più di uno spettacolo teatrale: è un dispositivo emotivo, politico e poetico, capace di riportare al centro dell’attenzione ciò che troppo spesso viene sommerso dal flusso ininterrotto delle notizie. Non è solo il racconto di un naufragio, ma la descrizione della ferita, ancora aperta, delle migrazioni contemporanee. Il Mediterraneo, troppo spesso ridotto a confine invalicabile o a tomba liquida, torna qui a essere spazio tragico, umano e profondamente simbolico.

Lampedusa Beach si configura come un monologo sull’immigrazione, primo capitolo della Trilogia del naufragio di Lina Prosa, nella nuova produzione del Teatro di Napoli, con la regia di Alessandra Cutolo, impegnata da anni nel progetto I sud (laboratori con le comunità di migranti).

L’autrice affida al suo personaggio, Shauba, una prosa visionaria e potentissima: ogni frase è come una bolla d’aria che risale dall’abisso, un respiro che lotta contro il silenzio. Il mare, in questa prospettiva, non è il carnefice. È testimone. È elemento primordiale e innocente. Le responsabilità sono altrove: nelle politiche migratorie restrittive, nei confini militarizzati, nei respingimenti, nell’incapacità dell’Europa di trasformare l’accoglienza in progetto condiviso.

Una scena della rappresentazione teatrale – Foto (modificata) Ivan Nocera

Dai fondali di Lampedusa la vicenda di Shauba

Shauba, interpretata da Cristina Parku con un’intensità vibrante e controllata, è una giovane donna africana che annega al largo di Lampedusa. La sua voce affiora dal fondo del mare, da quel punto sospeso in cui finisce la vita e comincia il racconto. È una voce che non chiede pietà, ma ascolto. Nel suo monologo si condensano le storie di migliaia di donne, uomini e bambini che negli ultimi decenni hanno tentato di attraversare il Mediterraneo per inseguire un’esistenza più dignitosa. Accanto alla parola, il corpo. La danza di Moussan Yvonne N’dah introduce un secondo livello di narrazione: il corpo come archivio vivente di memorie, tradizioni, traumi. Non c’è spettacolarizzazione del dolore, ma testimonianza incarnata. Il corpo migrante diventa simbolo di resistenza, di continuità, di identità che non si lascia cancellare nemmeno dall’acqua.

La regia di Alessandra Cutolo è asciutta, rigorosa, priva di compiacimenti estetici. La scena non cerca effetti, ma verità. Il teatro torna a essere rito civile, luogo in cui una comunità si riunisce per guardare in faccia ciò che tende a rimuovere. In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dalla sovrapproduzione di informazioni, la scena rallenta, costringe a restare, a sentire. I video di Caterina Biasiucci, nei quali riecheggiano le voci di chi Lampedusa l’ha vissuta realmente, completano l’impianto narrativo. Le lingue madri, i dialetti, i racconti diretti non sono un semplice commento, ma un controcanto emotivo che rompe la distanza tra palco e platea. Lo spettatore non può più rifugiarsi nell’astrazione: è chiamato a confrontarsi con volti, suoni, respiri.

Una scena della rappresentazione teatrale – Foto (modificata) Ivan Nocera

L’odissea sott’acqua e il simbolo degli occhiali

La discesa di Shauba verso il fondo coincide con il tempo stesso del monologo. Questa scelta registica amplifica l’angoscia: si ha la sensazione fisica dell’aria che manca, del corpo che lotta per restare a galla. Gli occhiali da sole donati dalla zia Mahama diventano un oggetto-simbolo struggente: ultimo frammento di vita quotidiana, fragile talismano di un sogno europeo che si infrange contro la realtà.

Nel suo viaggio subacqueo, Shauba ricostruisce la propria identità, i desideri, il legame ancestrale con l’acqua. E proprio mentre sprofonda, la sua voce si fa più lucida: non è solo una vittima, ma una coscienza che interroga l’Occidente. Chiede di invertire la rotta, di ripensare il senso stesso del viaggio, di riconoscere nell’Africa non solo un luogo da cui si fugge, ma uno spazio con cui costruire un dialogo diverso.

Lo spettacolo si inserisce in un contesto storico in cui l’emigrazione viene spesso raccontata come emergenza continua. Lampedusa è diventata negli anni un simbolo mediatico: sbarchi, numeri, decreti, polemiche. In realtà, dietro tutto ciò, vi sono biografie, famiglie, speranze. Il Mediterraneo, una delle culle della civiltà, è tuttora attraversato dalle rotte migratorie più letali al mondo. La forza di Lampedusa Beach sta nel ribaltare la prospettiva: non più masse indistinte, ma un nome. Non statistiche, ma una storia. Il teatro, a differenza del dibattito politico, non semplifica e non polarizza. Restituisce complessità. Ricorda che la migrazione è un fenomeno strutturale, legato a disuguaglianze economiche, conflitti, cambiamenti climatici, eredità coloniali. E suggerisce che la risposta non può essere solo difensiva, ma deve essere etica e culturale prima ancora che legislativa.

Una scena della rappresentazione teatrale – Foto (modificata) Ivan Nocera

Una drammaturgia multimediale che diventa esperienza

Parola, corpo e video non sono elementi separati, ma parti di un’unica drammaturgia espansa. Il risultato è un’esperienza immersiva: lo spettatore non assiste soltanto, ma partecipa emotivamente. Si trova dentro un confine liquido, in bilico tra empatia e smarrimento. La tripartizione linguistica amplifica il senso di diaspora: frammenti che si cercano, che dialogano, che si rincorrono. È un teatro che non consola ma interroga, che ritrova la sua funzione più alta nel custodire la memoria e trasformarla in coscienza collettiva. Il Mediterraneo non è più solo uno spazio geografico; diventa un testimone che parla, accusa, ricorda. In questo modo Lampedusa Beach riesce a restituire dignità a chi rischia di essere dimenticato due volte: dal mare e dall’indifferenza.

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