Veduta dell’antica Pompei col Vesuvio – Foto: Giorgio Manusakis

La scoperta di una situla egizia all’interno di una popina della città vesuviana dimostra l’ampia portata della globalizzazione culturale nell’Impero romano.

In merito alla diffusione dei culti orientali nell’antichità, si può pensare alla società romana come a una spugna, capace di assorbire e riutilizzare elementi culturali e religiosi provenienti da tutto il Mediterraneo, non solo a livello elitario, ma in ogni anfratto della vita quotidiana. Proprio quest’ultimo aspetto è dimostrato dal recente rinvenimento di una situla alessandrina, in pasta vitrea, nella cucina di una modesta osteria di Pompei, situata nel quartiere della Regio V.

Veduta dall’alto della Regio V – Foto (modificata) da comunicato stampa

La situla alessandrina e il contesto della popina

Il vaso, probabilmente prodotto ad Alessandria d’Egitto, è decorato con scene di caccia o motivi in stile nilotico. La sua presenza nel retrobottega di una popina è significativa, poiché contenitori invetriati di questo tipo erano solitamente considerati elementi pregiati di decorazione, destinati a giardini o ambienti rappresentativi nell’area vesuviana. In questo contesto, l’oggetto era stato riutilizzato evidentemente come semplice vaso da cucina.

La Situla ritrovata nel termopolio della Regio V – Foto (modificata) da comunicato stampa

Le indagini archeologiche che hanno portato a questa scoperta sono state avviate tra il 2023 e il 2024 nell’area circostante il Thermopolium del Gallo. Il complesso, già scavato parzialmente nel 2020/21, era ancora frequentato e abitato al momento dell’eruzione del 79 d.C., sebbene in condizioni precarie, presentando rinforzi strutturali verosimilmente realizzati per far fronte ai danni dei terremoti degli anni Sessanta del I secolo d.C.  I rilievi hanno messo in luce gli ambienti di servizio e il piccolo appartamento al primo piano dove abitavano i gestori dell’attività. Nel vano al piano terra, che fungeva da cucina e laboratorio, sono stati rinvenuti gli strumenti per la preparazione dei cibi, come mortai e tegami, oltre a numerose anfore vinarie di varia provenienza mediterranea. La situla era poggiata vicino a un piccolo altare domestico, su una basetta in terra cruda, suggerendo così che potesse far parte di un allestimento rituale. Le analisi sono ancora in corso, con la speranza di rivelare il contenuto del vaso al momento dell’eruzione.

Il termopolio della Regio V – Foto (modificata) da comunicato stampa

Il significato culturale del reperto: l’Egitto tra le classi sociali medio-basse

Il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, ha sottolineato che la scoperta rivela una “certa creatività nell’arredare spazi sacri e profani” e testimonia la “permeabilità e la mobilità di gusti, stili e verosimilmente anche di idee religiose nell’Impero Romano.” Questo fenomeno si manifesta “a un livello medio-basso della società locale” che, tuttavia, si dimostra “essenziale nella promozione di forme culturali e religiose orientali, tra cui i culti egiziani.” Il fatto che l’arte egizia fosse presente in una popina dimostra che lo scambio culturale aveva raggiunto tutte le classi sociali dell’Impero Romano.

Questo specifico ritrovamento si inserisce perfettamente nel contesto della ricezione della cultura egizia in Italia: un tema ampiamente studiato, che ha generato il progetto “Egitto Pompei”, frutto della partnership tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN).

Affresco del sacerdote isiaco che porta due candelabri verso una statua di Arpocrate fuori dal Tempio di Iside – Pompei, Tempio di Iside – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis

L’influenza egizia a Pompei e in Campania

La Campania fu una terra strategica nelle rotte commerciali di Roma in l’Oriente, potendo godere di una posizione privilegiata negli scambi attraverso il Mediterraneo. Questa condizione favorì la diffusione di usi, costumi e credi orientali. A Pompei, l’influenza egizia è profondamente radicata; basta ricordare la presenza in città del Tempio di Iside. L’Iseo (Regio VIII, 7, 28) è l’unico edificio di culto egiziano pompeiano ritrovato in un eccezionale stato di conservazione. La sua scoperta avvenne nel 1764. Il culto di Iside, che costituiva una triade con Serapide e Arpocrate, si diffuse ampiamente nel mondo romano grazie al suo messaggio salvifico. Il tempio della dea fu ricostruito a fundamento dopo il terremoto del 62 d.C. grazie a Numerius Popidius Ampliatus, un liberto che agì in nome del figlio Celsinus e che, per promuoverne l’ascesa sociale, ne finanziò la realizzazione.

Plastico del Tempio di Iside a Pompei – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis

L’egittomania, che si diffuse soprattutto dopo la battaglia di Azio del 31 a.C. (evento che segnerà la conquista definitiva dell’Egitto da parte di Roma), era una componente magico-superstiziosa che si manifestava attraverso oggetti di uso quotidiano. Gli Aegyptiaca (manufatti e cimeli dell’antico Egitto) erano usati già nell’Italia meridionale, a partire dall’VIII secolo a.C., spesso come amuleti; basta pensare, ad esempio, agli scarabei rinvenuti in due tombe femminili ad Amendolara (in provincia di Cosenza), considerati protettori della fecondità femminile e della salute infantile.

L’influenza egizia si rifletteva anche negli affreschi e nei mosaici. Ne sono testimonianza, sempre a Pompei, oltre al tempio di Iside, le numerose domus decorate con motivi egittizzanti – come la Casa dei Pigmei, ubicata nell’insula 5, dove sono affrescate scene con personaggi sulle sponde del Nilo – ed i rinvenimenti di Ercolano nell’area della Palestra.

L’affresco con il Navigium Isidis, rinvenuto nel Sacrarium del Tempio di Iside a Pompei: Iside traina la barca con il corpo di Osiride tra busti del Nilo; in basso serpenti striscianti verso una cista mistica – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis

Molti di questi reperti, incluse le decorazioni del Tempio di Iside, sono oggi esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che conserva gioielli, decorazioni e le pregevoli coppe di ossidiana (skyphoi) da Stabia, capolavori di artigianato prodotti probabilmente ad Alessandria. Anche il culto di Sabazio, di origine forse frigia o tracia, lasciò testimonianze in Campania: dalle mani votive pantee – rinvenute a Ercolano e Pompei – all’individuazione della sede di un thiasos (gruppo di persone che partecipavano a culti orientali misterici) nel Complesso dei Riti Magici a Pompei. La situla ritrovata nel retrobottega di questa popina della Regio V arricchisce, così, il quadro della complessa e dinamica interazione culturale a Pompei, dimostrando che il fascino dell’Egitto era diffuso in tutti gli strati della società.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *