Foto: Simona Colletta

Nel suo ultimo romanzo, pubblicato a gennaio da La nave di Teseo, Christian Raimo ci porta nello storico stabilimento della Technicolor Italia a Roma.

a cura di Simona Colletta

Il legame di Christian con una grande tradizione familiare

Technicolor Italia, sede dal 1962 al 2013 della succursale dell’omonima azienda statunitense, ha sviluppato e post-prodotto pellicole cinematografiche di grande successo. Molti dei film qui lavorati hanno fatto la storia del grande schermo grazie alle importanti innovazioni introdotte nel campo della colorazione della pellicola, tali da arricchire di intensità e attributi le riprese. Il nero di Apocalypse Now, il rosso di Suspiria, il giallo brillante di Nel fantastico mondo di Oz oppure il contrasto tra il colore e il bianco e nero di C’eravamo tanto amati o Un mondo di marionette hanno assunto il valore di linguaggio visivo grazie ai forti contenuti emotivi veicolati dalle note cromatiche.

Il protagonista del romanzo in questione è Christian, professore cinquantenne in un liceo della periferia nord est di Roma. Alternando elementi biografici a momenti puramente immaginari, il personaggio si racconta attraverso la ricostruzione della figura di Raffaele, suo padre, che, nonostante sia morto sedici anni prima, inizia ad apparirgli in sogno scatenando in lui una moltitudine di quesiti esistenziali. La vita di Raffaele Raimo è strettamente legata alla storia della Technicolor, azienda per cui ha lavorato per trentotto anni, inizialmente come tecnico specializzato nel laboratorio chimico e poi in qualità di responsabile delle risorse umane.

A lui e a Ernesto Novelli si deve l’invenzione della tecnica di sviluppo chiamata ENR, che prevede la stratificazione di tre colori (giallo, magenta e ciano) ottenuta in seguito a un particolare bagno chimico, con cui si arriva a realizzare apprezzabili effetti pittorici sulla pellicola. Vittorio Storaro, storico direttore della fotografia, fece ricorso a questa innovazione per realizzare Apocalypse Now (1980), Reds (1982) e L’ultimo imperatore (1988), film premiati con l’Oscar per la fotografia.

La camera oscura: un punto di vista e un luogo del cuore

Christian racconta il mondo dell’industria cinematografica non dalla prospettiva patinata dei set e delle sue celebrità, ma dalla camera oscura, dove “operai anonimi trasformano la luce e la offrono agli spettatori.” Il protagonista parla di se mentre cerca le tracce del padre; si svela attraverso i dubbi e le domande, a cui cerca di dare risposte scavando nell’archeologia familiare, passando al vaglio ogni relazione, tra cui anche il rapporto con la madre e la sorella. Christian entra nella ‘camera oscura’ della sua famiglia per restituire il colore alle scene della sua infanzia e riportare alla luce gli eventi che lo hanno reso l’uomo che è oggi, quello che vive gli alti e bassi nella storia d’amore con Gadda e che si rapporta ai suoi allievi, che in lui reclamano il ruolo di guida.

Tra gli studenti c’è Paolo, che nell’ultimo anno ha avuto un drastico calo nel rendimento scolastico. Il ragazzo risente dell’assenza della famiglia a causa del padre e della madre, che sono presi dai problemi di coppia e dimenticano la loro funzione genitoriale. Per forza di cose, Paolo cerca all’esterno del nucleo domestico il calore che lo sostenga nel suo sviluppo. Christian è un uomo che si fa carico delle criticità giovanili fuori controllo e si consegna senza pregiudizi a uno scambio di esperienze che lo porta a sperimentare un senso di complicità paterna. Grazie al rapporto con Paolo rivede con la maturità di adulto il suo ruolo di figlio e il livello di comprensione della vita dei propri genitori.

Christian: una vita ‘stratificata’, piena di significati ed emozioni

La ricerca esistenziale di Christian, che si interroga sul senso delle sue scelte politiche, procede su diversi piani. Il suo metro di paragone è Gadda, che lotta per cambiare il mondo, ribaltare gli schemi delle speculazioni, restituire i diritti agli sfruttati, dare voce a chi non può permetterselo. La sfida è raggiungerla nei ‘luoghi mentali’ in cui si trova, a costo di combattere la sensazione di ammirazione e difetto che pesa costantemente su di lui e che lo porta ad abbandonarsi a uno stato di “innamoramento senza appello.” Raimo gioca con le luci e le ombre della storia: ‘stratifica’ simbolicamente la vita del protagonista come se sviluppasse una pellicola con diversi bagni di colore per regolarne la saturazione e accentuarne i contrasti, arrivando a realizzare un’opera narrativa complessa, ricca di emozioni e significato.

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