L’abbazia di Fossanova – Foto: Demis Giannini

Da Fossanova a Priverno, questo territorio conserva i segni di un passato che non smette di parlare.

a cura di Demis Giannini

L’abbazia di Fossanova: il più antico esempio di gotico italiano

C’è un momento preciso, lungo la strada che scende verso Fossanova, in cui il paesaggio smette di essere campagna e diventa qualcos’altro. Gli alberi si fanno più alti, l’aria più ferma e la luce – quella piatta e argentina che d’estate tiene la pianura pontina sotto una sorta di torpore – comincia a filtrare diversamente, come se qualcosa la radunasse. L’abbazia appare d’improvviso, oltre una curva, con la sua facciata in pietra calcarea.

Abbazia di Fossanova – La facciata – Foto: Demis Giannini

Fondata nel XII secolo dai cistercensi, Fossanova è il primo esempio di architettura gotica in Italia. Ciò che i libri di storia e le guide faticano a restituire è la sensazione fisica di stare in un luogo che non ha voluto invecchiare nell’aspetto, ma solo nelle funzioni. I muri sono integri, le proporzioni rispettate: tre navate, una croce latina, il chiostro con le sue arcate binate che racchiudono un giardino dove l’erba cresce senza fretta. I cistercensi avevano una regola precisa sull’ornamento: niente che distraesse. E così le superfici sono nude, i capitelli appena accennati e la bellezza, se si può chiamarla così, dipende unicamente dalla misura.

Qui, nel 1274 morì Tommaso d’Aquino, di ritorno dal Concilio di Lione. Era malato da settimane. I monaci lo ospitarono nella foresteria, una stanza piccola che si raggiunge ancora oggi attraverso un corridoio laterale. Sul muro c’è una lapide. Sotto, nessuna tomba; il corpo fu portato via, conteso tra più luoghi che ne rivendicavano la presenza. Resta la stanza, resta la pietra e qualcosa di difficile da nominare: la sensazione che certi luoghi abbiano trattenuto, nel tempo, non il ricordo di un evento ma la sua importanza.

Abbazia di Fossanova – L’interno – Foto: Demis Giannini

Priverno: dal silenzio delle chiese ai tesori del museo archeologico

Priverno dista pochi chilometri da Fossanova, ma è un altro mondo. Non nell’architettura; anche qui le pietre sono antiche, anche qui le strade salgono strette verso una sommità, ma nel tono. Fossanova è raccoglimento e silenzio. Priverno è vita che continua sopra le rovine, con quella disinvoltura tipica dei centri medievali che hanno imparato a coesistere con la propria storia senza farsene schiacciare.

La chiesa di Sant’Antonio Abate sorge al margine del centro storico, con la sua facciata che conserva un portale romanico di sobria eleganza. L’interno è piccolo. Le volte sono basse, la luce entra obliqua dalle finestre laterali e tocca gli affreschi con quella delicatezza che appartiene alle cose che nessuno ha restaurato troppo. Si vedono ancora figure di santi con i colori consumati ma non scomparsi, un rosso brunito, un azzurro che è diventato grigio senza smettere di essere azzurro. C’è qualcosa di commovente nell’incompiutezza di questi cicli pittorici: raccontano come, per secoli, questa chiesa abbia servito una comunità che vi teneva abbastanza da dipingerla, ma non abbastanza – o forse non disponeva dei mezzi – per mantenerla sempre in ordine.

Chiesa di Sant’Antonio Abate – Affreschi – Foto: Demis Giannini

A poca distanza, la chiesa di Santa Maria Annunziata porta con sé una storia più lunga. Le fondamenta affondano in una stratificazione che va dal tardoantico al medioevo e l’edificio attuale è il risultato visibile di questa sovrapposizione: un portale gotico, una torre campanaria irregolare, un interno che ha cambiato aspetto più volte senza perdere mai del tutto le tracce delle forme precedenti. È per il tipo di luogo, che richiede una certa lentezza per essere letto, non basta un passaggio: bisogna tornare, guardare da angolazioni diverse, accettare che non tutto si lasci capire subito.

La chiesa di Santa Maria Annunziata – Foto: Demis Giannini

Il Museo Archeologico di Priverno occupa un palazzo medievale nel cuore del centro storico e raccoglie i reperti provenienti dall’area dell’antica Privernum, la città sannitica, prima, e romana, poi, che sorgeva nella pianura sottostante, nel sito oggi chiamato Mezzagosto. Il centro fu un avversario tenace di Roma: si ribellò più volte, fu conquistato e ripopolato, finché nel III secolo a.C. i suoi abitanti ottennero la cittadinanza romana.

Nel museo, questa storia è raccontata attraverso oggetti che, come sempre, dicono cose che le cronache non possono dire. Ci sono ceramiche a vernice nera con la superficie lucida come uno specchio oscuro; monete con il profilo consunto dei magistrati locali; frammenti architettonici che mostrano come la città avesse adottato i modelli romani mantenendo nel dettaglio qualcosa di proprio. Ci sono anche epigrafi – alcune quasi illeggibili – che fissano nomi di persone comuni: liberti, commercianti, soldati. Leggere quei nomi, o provarci, è un esercizio strano, come cercare di sentire una voce che viene da troppo lontano per essere distinta ma non così lontano da non arrivare affatto.

Museo Archeologico di Priverno – Particolare di un mosaico – Foto: Demis Giannini

Una sezione del museo è dedicata alla documentazione degli scavi: fotografie in bianco e nero degli anni Sessanta e Settanta, planimetrie, disegni di reperti. C’è qualcosa di malinconico in questi materiali, non per il contenuto, ma per come rivelano il meccanismo del sapere storico: un lento processo di paziente e parziale raccolta, sempre in ritardo sul passato, sempre costretta a ricostruire ciò che non ha potuto vedere direttamente. Prima di uscire, in uno degli ultimi ambienti, c’è una statua acefala in marmo bianco, di misura poco più che reale. Doveva raffigurare un personaggio di rilievo; la qualità dell’esecuzione lo dice, ma chi fosse non è dato saperlo. Il corpo è integro, la toga piegata con cura attorno alle braccia, i piedi calzati. Solo la testa manca, staccata da qualche parte lungo i secoli, portata altrove o semplicemente perduta. La statua è appoggiata a una parete, in una luce che non è pensata per essa ma che la ‘tratta bene’ lo stesso. È difficile non fermarsi a guardarla. Non per commozione, ma per quella sensazione particolare che danno le cose incomplete: il senso di qualcosa che continua, da qualche parte, senza di noi.

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