Il regista affida ad un novello Ovidio, interpretato da Francesco Colella, il compito di analizzare e giudicare le complesse relazioni amorose della sua storia.
a cura di Simona Colletta
Un sentimento poliedrico e imprevedibile, dall’antica Roma al XXI secolo
Nel film Il dio dell’amore, uscito al cinema il 26 marzo scorso, il regista Francesco Lagi assegna al poeta latino Ovidio il compito di esplorare i processi dell’amore e i miti che ne influenzano le dinamiche, riportando gli spettatori all’epoca della Roma imperiale, quando Cupido, scoccando tra gli esseri umani le sue frecce dalle punte d’oro e di piombo, era artefice di sconvolgimenti emotivi. Cupido, nato dall’unione della bella Venere con il dio guerriero Marte, continua ad essere al centro delle riflessioni di ogni tempo per la sua natura ambigua e imprevedibile, nonostante siano trascorsi secoli dal periodo in cui lo scrittore latino componeva le opere che lo hanno reso celebre.
Lagi caratterizza il ‘suo’ Ovidio, interpretato da Francesco Colella, con una veste contemporanea e gli assegna il compito di giudice super partes dell’intreccio narrativo che compone le vite di otto personaggi, ciascuno alle prese con le proprie vicissitudini amorose. Il film è una sovrapposizione articolata e interconnessa di eventi legati reciprocamente gli uni agli altri, tali da creare una trama in cui nessuna storia ruba lo spazio alle altre, ma anzi rappresenta lo sviluppo della narrazione stessa.

Una scena del film
Ada (Isabella Ragonese), giornalista di cronaca nera, è sposata con Filippo (Vinicio Marchioni), insegnante all’Accademia delle Belle Arti. Quest’ultimo ha una relazione con Silvia (Chiara Ferrara), una frequentatrice del suo corso, dalla quale decide di prendere le distanze quando scopre che sua moglie è incinta. La giovane, addolorata dall’improvviso allontanamento, attira le attenzioni di Arianna (Anna Bellato), medico cardiochirurgo, sposata con Ester (Vanessa Scalera), una psicoterapeuta. Anche quest’ultima coltiva un rapporto ambiguo con un suo giovane paziente, Jacopo (Enrico Borello), autista di autobus che non riesce ad accettare la fine della storia con Linda (Benedetta Cimatti), la sua ex fidanzata che, nel frattempo, si è legata a Pietro (Corrado Fortuna), un musicista del Teatro dell’Opera. Costui ha contemporaneamente una relazione con Ada, che conosce da tempo e da cui aspetta il figlio che Filippo crede sia suo, arrivando in questo modo a completare l’intero cerchio narrativo.

Una scena del film
Effetti speciali e passaggi metaforici
Per rendere l’effetto dei frequenti cambi di prospettiva e della frammentazione del racconto, il regista, con il direttore della fotografia Edoardo Bolli, ha scelto di ricorrere come espediente narrativo all’accostamento di scene girate con diversi formati di ripresa in cui risaltano luci, colori e grana delle immagini molto diversi tra loro. Come risultato, dunque, si hanno delle sequenze movimentate e realistiche che trasmettono atmosfere del passato, che suscitano nello spettatore la sensazione di rievocare ricordi, rimarcati da un forte carico emotivo. Inoltre, il regista fa largo uso dei primi piani per raccontare lo stato di tensione e il vuoto interiore dei personaggi, che cercano di colmare le loro mancanze attraverso i legami vissuti nel rapporto d’amore. Questo stato d’animo, che spinge alla ricerca dell’altro, assume un carattere universale, che accomuna le persone al di là dei luoghi e del tempo, ma al contempo è per sua natura fonte di squilibrio e stravolgimenti.

Una scena del film
I poeti come Ovidio hanno la capacità di portare alla luce e raccontare questi sentimenti che, altrimenti, resterebbero oscuri e incomprensibili. Tutto ciò che è riguarda il dio dell’amore è soggetto a cambiamenti e metamorfosi: un concetto rappresentato nel film dal trapianto di cuore che esegue Arianna in sala operatoria. L’intervento, da un punto di vista metaforico, allude alla fine drammatica di un amore ma al contempo, con la ripresa dei battiti e della circolazione, al ritorno alla vita. Il film alterna toni allegri e divertenti ad altri drammatici, ricorrendo a diversi registri espressivi. Il risultato è una narrazione ben strutturata, che tiene viva l’attenzione fino alla conclusione della storia. Le musiche che accompagnano le scene sono composte dal jazzista italiano Stefano Bollani, che ha curato l’intera colonna sonora e il brano principale interpretato da Valentina Cenni, che fa da filo conduttore emotivo per tutto il film. La sceneggiatura è stata scritta da Francesco Lagi in collaborazione con Enrico Audenino, il quale nel 2025 ha curato la scrittura di Tre ciotole.
Specifiche foto:
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