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Il regista americano ripropone in forma integrale e con alcune modifiche un suo film ideato nei primi anni Duemila, nel quale vengono omaggiati i generi wuxia, chambara, spaghetti western ed exploitation.
a cura di Mario Severino
La proiezione completa e organica di una pellicola dai grandi numeri
C’è qualcosa di straordinario nel vedere un film tornare in sala dopo oltre vent’anni e apparire al contempo come una novità assoluta. È quello che sta accadendo con Kill Bill: The Whole Bloody Affair, la versione integrale del capolavoro di Quentin Tarantino. La pellicola è arrivata nei cinema italiani come evento speciale, destinata inizialmente a una permanenza di appena 7 giorni, ma la risposta entusiasta del pubblico è stata tale da costringere i distributori a prolungarne la programmazione fino al 10 giugno. I numeri parlano chiaro: quasi 860 mila euro d’incasso e oltre 82 mila spettatori nei primi 6 giorni; risultati notevoli per un’opera di 281 minuti, quasi 4 ore e 40 minuti di durata. Il dato risulta ancora più sorprendente se si considera che un film così lungo riduce inevitabilmente il numero di spettacoli giornalieri disponibili. Eppure il pubblico ha riempito le sale, dimostrando che l’attrazione esercitata dall’universo di Tarantino è tutt’altro che esaurita.

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The Whole Bloody Affair non è una semplice proiezione nostalgica. È il film che Tarantino aveva originariamente immaginato. Quando il regista concluse il montaggio dell’opera nei primi anni Duemila, la durata superava abbondantemente le 4 ore. La produzione dell’epoca, la Miramax, ritenne impossibile distribuire un film così lungo e convinse l’artista a dividerlo in due parti. Nacquero così Kill Bill: Vol. 1 (2003) e Kill Bill: Vol. 2 (2004), entrambi enormi successi commerciali e critici. Ma per Tarantino quella divisione rappresentava un compromesso. L’idea originaria era quella di un unico gigantesco racconto di vendetta, un’epopea cinematografica che attraversasse generi, stili e tradizioni diverse senza soluzione di continuità. Per anni The Whole Bloody Affair è rimasto una sorta di leggenda cinefila: mostrato sporadicamente al Festival di Cannes nel 2006 e in rarissime proiezioni speciali organizzate dallo stesso Tarantino, ma sostanzialmente irraggiungibile per il grande pubblico. Solo recentemente è stato distribuito in maniera più ampia, permettendo finalmente agli spettatori di vedere l’opera nella forma più vicina possibile alla visione originaria del regista.

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Un film diverso o lo stesso film?
La differenza più evidente è naturalmente la struttura. Non si tratta semplicemente di vedere i due film uno dopo l’altro. Tarantino ha rielaborato il montaggio affinché la storia fluisca come un unico racconto. Sono stati eliminati i cliffhanger che chiudevano il primo capitolo, sono scomparsi alcuni raccordi pensati per separare le due opere e la progressione narrativa risulta molto più organica. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda la celebre rivelazione sulla figlia della Sposa. Nella versione originale essa veniva anticipata alla fine del primo volume come colpo di scena destinato a creare attesa per il secondo. Nel caso di In The Whole Bloody Affair quella rivelazione arriva invece nel momento narrativamente previsto, insieme alla protagonista, rendendo l’impatto emotivo molto più potente. Sono altresì presenti alcune sequenze estese, materiale aggiuntivo e una versione ampliata del segmento dedicato alla storia di O-Ren Ishii. Diverse scene violente tornano inoltre nella loro forma integrale, senza alcuni compromessi adottati all’epoca per ragioni di classificazione e censura. Particolarmente celebre è il combattimento alla House of Blue Leaves, che recupera dettagli visivi e cromatici originariamente attenuati nelle versioni internazionali.
La trama resta identica: Beatrix Kiddo, conosciuta come La Sposa, sopravvive a un massacro organizzato dal suo ex amante e capo Bill e intraprende una spietata vendetta contro tutti i membri della Deadly Viper Assassination Squad. Eppure, l’esperienza cambia radicalmente. I due film originali erano costruiti come opere autonome. Il primo era una deflagrazione pop, un concentrato di arti marziali, sangue, anime giapponesi e cinema exploitation. Il secondo era invece più riflessivo, più vicino al western classico e al dramma umano. Nella versione integrale queste anime convivono all’interno dello stesso flusso narrativo. La trasformazione stilistica non appare più come un cambio di registro tra un film e il suo seguito, ma come una naturale evoluzione del viaggio della protagonista. È forse questa la ragione principale per cui tanti appassionati considerano The Whole Bloody Affair la forma definitiva dell’opera.

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Il ruolo di Kill Bill nella carriera di Tarantino
Il primo volume arrivò nelle sale nel 2003, mentre il secondo uscì nel 2004. Tarantino proveniva da un periodo complesso della propria carriera. Dopo il trionfo di Pulp Fiction e l’accoglienza più controversa di Jackie Brown, il regista sentiva il bisogno di realizzare qualcosa di totalmente diverso. Con Kill Bill costruì invece il suo personale museo del cinema mondiale. Il film è contemporaneamente un omaggio ai wuxia hongkonghesi, ai chambara giapponesi, agli spaghetti western italiani, alle pellicole di kung fu della Shaw Brothers, agli anime e al cinema exploitation degli anni Settanta. Ma l’aspetto davvero rivoluzionario è che Tarantino non si limita a citare questi linguaggi: li fonde in qualcosa di nuovo. Ogni capitolo sembra appartenere a una tradizione diversa, ma tutto contribuisce a creare un’identità estetica immediatamente riconoscibile.

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La figura della Sposa, interpretata da Uma Thurman, è diventata una delle icone assolute del cinema contemporaneo. La tuta gialla, la katana di Hattori Hanzo, il fischio di Elle Driver, il duello nella neve con O-Ren Ishii: stiamo parlando di immagini ormai entrate nella cultura popolare mondiale. Se Pulp Fiction è il film che ha reso Tarantino una star, Kill Bill è probabilmente quello che ne ha definito l’estetica definitiva. Qui il regista porta all’estremo tutte le sue ossessioni: la frammentazione narrativa, la contaminazione dei generi, la centralità della musica, la costruzione mitologica dei personaggi e la trasformazione della violenza in spettacolo coreografico. Molte delle opere successive, da Inglourious Basterds a Django Unchained fino a Once Upon a Time in Hollywood, derivano direttamente dalle libertà formali sperimentate in Kill Bill. Il film consolida, inoltre, la collaborazione artistica con Uma Thurman, nata ai tempi di Pulp Fiction e qui portata al massimo livello. Beatrix Kiddo non è soltanto un personaggio di vendetta: è una madre, una sopravvissuta, una guerriera, una figura tragica, nonché una delle protagoniste femminili più memorabili del cinema del XXI secolo.

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Un ritorno che è diventato evento
Il successo dell’iniziativa dimostra anche qualcosa di più ampio. In un’epoca dominata dalle piattaforme digitali, migliaia di persone hanno scelto di trascorrere quasi cinque ore in una sala cinematografica per vedere un film che molti possedevano già in DVD, Blu-ray o streaming. Non è soltanto nostalgia. È il riconoscimento del fatto che Kill Bill appartiene a quella categoria sempre più rara di opere che acquistano una forza diversa quando vengono vissute collettivamente. Le esplosioni di applausi durante i duelli, le risate provocate dai dialoghi, la tensione crescente verso il confronto finale con Bill sono elementi che ritrovano la loro dimensione ideale sul grande schermo.
Rivedere oggi Kill Bill: The Whole Bloody Affair significa confrontarsi con un film che ha conservato intatta la propria intensità. La prima impressione è quella di assistere a un’opera sorprendentemente moderna. Nonostante sia stata concepita oltre vent’anni fa, la regia di Tarantino continua a risultare energica, inventiva e imprevedibile. Ogni sequenza è costruita con una precisione quasi musicale. I combattimenti non sono semplici scene d’azione ma veri e propri numeri coreografici. La celebre battaglia contro i Crazy 88 resta ancora oggi uno dei momenti più spettacolari mai realizzati nel cinema contemporaneo: un’esplosione di movimento, sangue e invenzioni visive, che non ha perso un grammo della sua potenza.
La maturità narrativa di Tarantino nel personaggio di Bill
Ma ridurre Kill Bill alla violenza sarebbe un errore. La grandezza del film risiede soprattutto nella sua dimensione emotiva. Dietro il racconto di vendetta si nasconde una riflessione sul dolore, sulla maternità, sull’identità e sulla possibilità del perdono.
David Carradine costruisce un Bill sorprendentemente umano, capace di essere contemporaneamente mostro, amante e figura paterna. E quando la trama giunge al confronto finale, Tarantino evita la spettacolarità e sceglie invece il dialogo, dimostrando una maturità narrativa straordinaria.

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La colonna sonora, come sempre nel cinema del regista, è impeccabile. Brani provenienti da epoche e paesi differenti si fondono in una partitura emotiva che accompagna perfettamente il viaggio della protagonista. La fotografia passa dal western al noir, dal manga al melodramma senza mai perdere coerenza. Ogni inquadratura sembra appartenere a una galleria d’arte pop. A oltre vent’anni dalla sua uscita, Kill Bill resta così uno dei vertici assoluti della filmografia di Quentin Tarantino.
Specifiche foto:
le immagini sono screenshot del trailer del film, inserite nell’articolo in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali.
