La facciata principale – Foto: Demis Giannini

Nel primo di una serie di articoli dedicati a L’Aquila, città designata per il 2026 Capitale Italiana della Cultura, ci occupiamo della basilica fondata da Pietro da Morrone, la quale ospitò il primo giubileo cristiano della storia.

a cura di Demis Giannini

Pietro da Morrone e Collemaggio: dalla visione della Madonna alla Bolla del Perdono

C’è un momento, arrivando a L’Aquila da est, in cui la basilica di Santa Maria di Collemaggio appare all’improvviso, oltre il margine delle mura medievali, appoggiata su un colle basso e aperto. La facciata si staglia nel cielo con una precisione quasi geometrica: strisce orizzontali di pietra bianca e rosa, tre portali, tre rosoni e nessuna torre campanaria che le faccia da contraltare. È una presenza singolare, fuori scala rispetto al paesaggio circostante, e il senso di straniamento che provoca ha molto a che fare con la sua vicenda, che comincia con un sogno, attraversa la più clamorosa rinuncia della storia della Chiesa e arriva fino al crollo di una notte di aprile del 2009.

L’origine della basilica si perde in quella zona grigia dove la tradizione si sovrappone alla cronaca. Pietro da Morrone – monaco eremita fondatore dei Celestini, un ordine religioso di ispirazione benedettina attivo soprattutto in Abruzzo e nel Molise – si trovò a passare dall’altura di Collemaggio intorno agli anni Settanta del Duecento, mentre era in viaggio verso la Francia per partecipare al secondo concilio di Lione. L’area era probabilmente occupata da una struttura più piccola dedicata a Santa Maria dell’Assunzione, di cui si sa poco. Secondo la tradizione, Pietro ebbe qui una visione della Vergine che gli chiese di edificare una chiesa in suo onore. La fondazione vera e propria avvenne nel 1287, quando i monaci celestini della Badia Morronese acquistarono il terreno e avviarono i lavori. Il 25 agosto 1288, con la concelebrazione solenne di otto vescovi, la chiesa venne consacrata, anche se era probabilmente ancora incompleta.

Uno degli affreschi presenti all’interno – Foto: Demis Giannini

Ciò che rese Collemaggio qualcosa di più di una chiesa di campagna, destinata a rimanere tale, fu un evento che nessuno aveva previsto e che nessuno, probabilmente, desiderava. Il 5 luglio 1294 Pietro da Morrone venne eletto papa dal conclave che si trascinava da oltre due anni senza raggiungere un accordo. L’eremita rifiutò, poi si rassegnò all’obbedienza. Il 29 agosto dello stesso anno, nella basilica che lui stesso aveva voluto costruire, Pietro da Morrone fu incoronato papa con il nome di Celestino V. Fu un evento di portata eccezionale: la cerimonia si svolse non a Roma, non in un palatium cardinalizio, ma su quel colle ai margini di una città di montagna, davanti a una chiesa non ancora completata. L’Aquila entrò nella storia della Chiesa in modo inatteso e definitivo.

Celestino V restò in carica solo quattro mesi. Il 13 dicembre 1294, con un gesto che non aveva precedenti nella storia pontificia e che i contemporanei faticarono a interpretare – Dante, pur non nominandolo esplicitamente, lo ricorda in un verso della Commediarinunciò al soglio (di questo breve papato abbiamo narrato la storia in questo articolo). Questo fatto, al di là del giudizio morale che ciascuna epoca gli ha attribuito, aveva una conseguenza pratica importante per Collemaggio: la Bolla del Perdono, promulgata il 29 settembre 1294, era già stata emanata. Con quell’atto Celestino istituì un giubileo annuale, il primo nella storia cristiana, anticipando quello del 1300 voluto da Bonifacio VIII. Ogni anno, fra il tramonto del 28 e quello del 29 agosto, chiunque varchi la Porta Santa di Collemaggio, dopo essersi confessato e aver ricevuto l’Eucarestia, ottiene l’indulgenza plenaria. La Perdonanza Celestiniana esiste ancora oggi ed è stata inserita dall’UNESCO tra i patrimoni orali e immateriali dell’umanità. Collemaggio è dunque la sede della prima Porta Santa del mondo cristiano.

La struttura e le decorazioni della basilica, tra Medioevo, Rinascimento e Barocco

Le spoglie di Celestino V giunsero a Collemaggio nel 1327, trent’anni dopo la sua morte, avvenuta nel castello di Fumone il 19 maggio 1296, dove era stato recluso dal successore Bonifacio VIII per scongiurare il rischio di uno scisma.

Le spoglie di Celestino V – Foto: Demis Giannini

Furono dapprima sistemate in una cappella laterale, mentre nel 1517 vennero traslate all’interno del mausoleo che ancora si può vedere nell’abside di destra. L’opera fu realizzata da Girolamo da Vicenza, maestro di Andrea Palladio, a spese dell’Arte della Lana, la principale corporazione cittadina. È un manufatto rinascimentale di notevole qualità, con un baldacchino sorretto da colonne, lunette decorate e la statua marmorea del pontefice disteso. Il finanziamento da parte di una corporazione mercantile dice qualcosa di preciso sul rapporto che L’Aquila intratteneva con la memoria di Celestino: non solo devozione, ma orgoglio civico, investimento di prestigio.

La facciata di Collemaggio viene citata sistematicamente come la massima espressione dell’architettura abruzzese medievale. È un giudizio che può sembrare enfatico ma che ha un fondamento solido. La struttura è a coronamento orizzontale – nessuna verticalità gotica, nessuna guglia, nessun movimento ascensionale – e questo la distingue nettamente dai grandi cantieri italiani coevi. Tre portali, dei quali quello centrale è il più elaborato; tre rosoni di differente finezza esecutiva; un rivestimento in pietra bianca e rosa alternata, che costruisce una trama bicroma sull’intera superficie. La datazione precisa della facciata rimane oggetto di discussione tra gli storici dell’arte, ma è certo che il portale principale fu eseguito da Domenico da Capodistria, probabilmente nella prima metà del Quattrocento, con tabernacoli e statue di buona fattura. La basilica era comunque già completata nel 1438, anno in cui Bernardino da Siena sostò per dodici giorni a pregare sul sagrato alla presenza di Renato I di Napoli e di una grande folla.

La porta santa esterna con l’affresco nella parte superiore – Foto: Demis Giannini

L’interno è a tre navate divise da pilastri a base ottagonale con archi ogivali. Il pavimento di quella centrale riprende la bicromia della facciata, alternando mattonelle bianche e rosse.

Nell’abside e nel transetto sopravvivono affreschi medievali, tra i quali alcuni attribuiti ad Antonio Martini di Atri, attivo nel XIV secolo. La lunetta della Porta Santa ospita un’immagine della Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Celestino V con la Bolla del Perdono in mano. La basilica possiede inoltre un ciclo di quattordici tele secentesche di Carl Ruther da Danzica, allievo di Rubens, dedicate alla vita di Celestino V: un insieme di rara omogeneità per una regione dove la pittura di questo livello non è frequente. Le opere sono attualmente fuori sede per interventi di restauro e non sono visibili all’interno della chiesa.

L’interno con le tre navate – Foto: Demis Giannini;

La storia costruttiva di Collemaggio è inseparabile dalla geologia del territorio. I terremoti che hanno colpito l’Abruzzo – nel 1315, 1349, 1456, 1461, 1703, 1915 – hanno imposto interventi ripetuti, in quanto ognuno di essi ha lasciato tracce visibili o ha cancellato ciò che c’era prima. Il sisma del 1703 fu particolarmente devastante per gli interni: la successiva ricostruzione convertì la chiesa in uno spazio barocco, con soffitto a cassettoni, stucchi e apparato decorativo di gusto diverso da quello originario. Questo intervento fu a sua volta rimosso tra il 1969 e il 1973, in un restauro che riportò la basilica a una presunta forma medievale, rimuovendo gran parte delle aggiunte seicentesche e settecentesche. La copertura lignea della navata che si vede oggi è semplice e a vista, ma è una ricostruzione novecentesca, non un originale.

La facciata intatta in mezzo alle macerie: un simbolo di rinascita dopo il sisma del 2009

Il 6 aprile 2009, alle 3.32 di notte, un terremoto di magnitudo 6.3 colpì L’Aquila, provocando 309 morti; la città in larga parte divenne inagibile. A Collemaggio crollarono il transetto, la cupola, le volte dell’area presbiteriale e la parte terminale della navata principale. L’organo a canne, un manufatto di valore, andò distrutto. Il mausoleo di Celestino V riportò danni seri, ma le spoglie del pontefice furono recuperate integre. La facciata rimase in piedi, illesa, come se la sua massa orizzontale avesse assorbito le scosse in modo diverso dal resto dell’edificio. Quel dettaglio – la facciata ‘in piedi’ tra le macerie – diventò rapidamente un simbolo, forse sfruttato un po’ troppo dalla retorica della resilienza, ma non del tutto privo di fondamento come immagine.

La riapertura al culto avvenne il 24 dicembre 2009, in forma parziale, e in quell’occasione la basilica prese il titolo provvisorio di procattedrale, essendo la cattedrale dei santi Giorgio e Massimo del tutto inagibile. I lavori di restauro veri e propri iniziarono il 25 novembre 2015, finanziati da ENI per un importo complessivo significativo, con la supervisione scientifica dell’Università La Sapienza di Roma, del Politecnico di Milano e dell’Università dell’Aquila. Il cantiere si concentrò sulla ricostruzione del transetto, sul ripristino dei quattordici pilastri della navata – sei dei quali avevano riportato danni strutturali gravi – sulle murature, sulla facciata e sull’apparato decorativo. La basilica fu riaperta al pubblico il 20 dicembre 2017. Nel 2020, il restauro ricevette il Grand Prix degli European Heritage Awards di Europa Nostra, il riconoscimento europeo più importante nel campo del patrimonio culturale.

Le spoglie del beato Jean Bassand – Navata sinistra – Foto: Demis Giannini

C’è qualcosa di peculiare nella funzione che Collemaggio ha assunto nel corso dei secoli: non è mai rimasta soltanto una chiesa. È stata il luogo di una incoronazione papale anomala, la sede del primo giubileo cristiano, il sepolcro di un pontefice che aveva rinunciato al potere, il bersaglio di terremoti ripetuti e la sede di restauri altrettanto reiterati. Ogni volta che si è ricostruita, ha incorporato qualcosa di ciò che era prima e qualcosa di ciò che il momento le imponeva: architettura cistercense nelle fondamenta, stile romanico-gotico nella facciata, Rinascimento nel mausoleo, Barocco negli interni – poi rimosso – cemento armato nella cupola degli anni Sessanta, acciaio antisismico nel transetto del 2017. È una stratificazione che non si vede – o non si vede tutta in una volta – ma che è lì, come lo è nella maggior parte dei monumenti medievali sopravvissuti in zone sismicamente attive. L’Aquila è Capitale Italiana della Cultura nel 2026 e Collemaggio è una delle ragioni per cui quella candidatura aveva senso. Non perché sia un monumento intatto – non lo è – ma perché ha continuato a esistere attraverso le interruzioni, portando con sé, nella pietra e nelle campiture di cemento rifinite a calce, la storia di ciò che è sopravvissuto e di ciò che è andato perduto.

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