La locandina dell’evento – Foto: Demis Giannini

Il Palazzo delle Esposizioni di Roma omaggia uno dei massimi interpreti italiani della Pop Art con una retrospettiva fruibile sino al prossimo 12 luglio.

a cura di Demis Giannini

Una mostra che indaga il ‘ritmo’ di una ricerca artistica

La luce di via Nazionale ha qualcosa di particolare nelle mattine primaverili. Entra dalle vetrate del Palazzo delle Esposizioni con un’inclinazione che sembra studiata apposta per certi quadri, e in queste settimane la grande retrospettiva dedicata a Mario Schifano ne approfitta. Le sale al piano nobile ospitano poco più di cento opere, sistemate secondo un ordine cronologico che parte dalla fine degli anni Cinquanta e arriva agli anni Novanta, quando l’artista — nato a Homs nel 1934, morto a Roma nel 1998 — aveva ormai attraversato ogni decennio del secondo Novecento senza mai fermarsi davvero.

La mostra, curata da Daniela Lancioni, non si presenta come un catalogo ragionato né come un’operazione celebrativa. C’è piuttosto il tentativo di restituire il ritmo della ricerca di Schifano: quella successione di accelerazioni e ripensamenti che per lui non era il sintomo di un’incertezza ma il modo stesso di guardare. Il percorso si snoda attraverso la rotonda e sette grandi stanze.

Dai primi lavori fotografici ai monocromi e ai paesaggi anemici

Entrando nella prima sala c’è un corridoio fotografico: immagini d’archivio, scatti rubati, ritratti di gruppo. È una mappa di incontri e circostanze che a Roma, tra la fine degli anni Cinquanta e tutto il decennio seguente, sembrava naturale attraversare. La città in quegli anni funzionava così: le strade si incrociavano, gli atelier erano aperti e chi faceva cinema poteva trovarsi a cena con chi dipingeva.

Alcune foto in esposizione – Foto: Demis Giannini

I lavori sono ancora informali, carichi di materia, dove la tela si fa superficie densa e impastata. Il colore viene steso in modo fisico, quasi aggressivo. Schifano in quel momento non ha ancora venticinque anni; lavora di notte al Museo Etrusco di Villa Giulia come restauratore mentre di giorno dipinge. Le tele di questo periodo parlano di una gestualità che cerca ancora la propria direzione, ma già in qualche punto si intravede qualcosa: un’attenzione al bordo, alla delimitazione dello spazio, come se il quadro fosse già un frame, un fotogramma in attesa di messa a fuoco.

Mario Schifano, ‘Pittura n.1’ (1959) – Tecnica mista su tela – Foto: Demis Giannini

Nella seconda sala cambia tutto. Qui si entra nel 1960 e ci si trova davanti ai monocromi. Sono opere di grande formato, superfici interamente ricoperte da un unico colore applicato con smalto industriale su carta intelata. Il primo che si incontra è Aut Aut, un dittico giallo di 150×170 centimetri. Il colore è quello che viene dal barattolo, senza sfumature, senza modulazioni. Schifano lo stende veloce, con pennellate larghe e visibili. Non c’è intenzione di nascondere il gesto, ma nemmeno di enfatizzarlo. Resta lì, a vista, con le colature in basso che tradiscono l’urgenza dell’applicazione. Accanto, altri monocromi: verdi, rossi, grigi. Qualche volta compare una lettera stampigliata al centro o un numero. Sono segni minimi, quasi per caso, che spezzano l’uniformità cromatica senza davvero descrivere nulla. Il bordo di queste tele è spesso arrotondato, come se Schifano volesse richiamare la forma del fotogramma, della diapositiva. Ed è proprio questo il punto: il monocromo non è un’astrazione assoluta, è una prima inquadratura. Un campo vuoto su cui le immagini, da lì a poco, cominceranno ad affacciarsi.

Mario Schifano, ‘Aut Aut’ (1960) – Smalto su carta applicata su tela – Foto: Demis Giannini

Nella terza sala ci sono i primi paesaggi anemici: strisce orizzontali di colore, visioni appiattite dove il cielo, la strada, l’orizzonte si riducono a campiture essenziali. Maurizio Fagiolo Dell’Arco ha scritto che in questi quadri non c’è «niente cielo, niente tramonto, niente panorama; o meglio, il fantasma del panorama». Ed è vero. Quello che Schifano dipinge è l’idea di paesaggio dopo che l’hai attraversato in macchina, dopo che l’hai visto scorrere dal finestrino. Non è la natura, è il ricordo della velocità.

Mario Schifano, ‘Splendido e astratto con anima’ (1963) – Smalto su carta applicata su tela – Foto: Demis Giannini

Tra rivisitazione futurista e critica della società dell’immagine

La quarta sala è dedicata al Futurismo rivisitato. Qui siamo nel 1965 e Schifano lavora su una fotografia storica: quella del gruppo futurista scattata a Parigi nel 1912. L’immagine viene ripresa, ingrandita, rielaborata in decine di varianti. Le figure dei sei protagonisti diventano sagome nere, profili senza volto, spesso velati da pannelli in perspex colorato che Schifano sovrappone alla tela. Il risultato è straniante: la fotografia, che dovrebbe fissare un momento, si trasforma in qualcosa di evanescente. Il passato non viene celebrato, ma filtrato, come se Schifano volesse mostrare che anche i movimenti d’avanguardia, una volta entrati nella storia, sono destinati a diventare immagini consumate, ricordi sfocati.

Mario Schifano, ‘Futurismo rivisitato a colori’ (1965) – Combinazione di materiali tradizionali e industriali – Foto: Demis Giannini

La quinta sala è quella dei Paesaggi TV, e qui siamo negli anni Settanta. Schifano in quel periodo lavora con decine di televisori sempre accesi nello studio, a volume spento. Fotografa le immagini che scorrono sullo schermo – scene di film, telegiornali, pubblicità, frammenti di programmi – e le trasferisce su tela emulsionata, applicandovi poi lo smalto. Sono opere piccole, spesso non più grandi di una fotografia, ma l’effetto è potente. L’immagine televisiva, già di per sé mediata, passa attraverso due filtri: la fotografia e la pittura. Quello che arriva all’osservatore è un fotogramma emotivo, un’istantanea fermata in un punto qualsiasi del flusso continuo. La cornice curvilinea del tubo catodico è sempre visibile, come a ricordare che quella non è la realtà ma la sua rappresentazione. Schifano con questi lavori anticipa di decenni le riflessioni sulla società dell’immagine, sull’eccesso di visibilità, sul fatto che ormai si guarda il mondo attraverso schermi. Le pennellate di smalto trasparente che aggiunge sulla fotografia sono minime, quasi timide. La pittura si ritrae, lascia spazio all’immagine prelevata. Ma proprio quel gesto minimo è il segno che l’artista c’è, che ha scelto quel frame e non un altro.

Mario Schifano, ‘Inventario’ (1973-74) – Smalto su tela, emulsione fotografica e vernice spray – Foto: Demis Giannini

Le ultime opere: paesaggi non-finiti, urgenze ambientali e catastrofi belliche

La sesta sala raccoglie le opere degli anni Ottanta, quando Schifano torna alla pittura con una gestualità più marcata. Sono tele di grande formato dedicate alla natura. Il soggetto è riconoscibile ma non descrittivo. Schifano dipinge il ricordo del paesaggio, non il paesaggio. Le pennellate sono larghe, cariche di colore, e lasciano ampie zone di tela scoperta. C’è un senso di ‘non-finito’ che attraversa tutte queste opere, come se l’artista avesse deciso che aggiungere altro sarebbe stato superfluo.

Mario Schifano, ‘Orto botanico’ (1982) – Smalto su tela – Foto: Demis Giannini

L’ultima sala chiude il percorso con la produzione relativa agli anni Novanta. Qui il tono cambia. Compaiono tele di dimensioni eccezionali, realizzate con le prime tecnologie digitali e poi dipinte a mano. Sono immagini che parlano di urgenze ambientali, di guerra, di catastrofi. Schifano le aveva presentate nel 1990, alla riapertura del Palazzo delle Esposizioni, in una mostra intitolata Divulgare. Molte di queste opere sono state danneggiate da un incendio e i segni del fuoco sono ancora visibili. L’artista non volle restaurarle: disse che quelle tracce erano la prova che i quadri erano sopravvissuti, che avevano una loro vitalità al di là delle intenzioni di chi li aveva fatti.

Mario Schifano, ‘1344 fotografie ritoccate a pennarello’ (fine anni ’80 inizio ’90) – Foto: Demis Giannini

Schifano: una pittura analitica senza filtri

Uscendo dalla mostra ci si ritrova di nuovo in via Nazionale, con il traffico e il sole di aprile. Schifano ha passato la vita a prelevare immagini dal flusso quotidiano e a fermarle sulla tela. Non per salvarle, non per nobilitarle, ma per vederle meglio. Per capire cosa resta quando un’immagine smette di essere funzionale e diventa altro. La pittura, per lui, non era un rifugio dalla realtà mediatica: era il modo per attraversarla senza farsi travolgere, un ‘nervo scoperto’, appunto. Qualcosa che reagisce al contatto, che registra la temperatura del presente senza filtri consolatori. Le sale di Palazzo delle Esposizioni restituiscono questo movimento: dalle superfici monocrome degli inizi fino alle grandi tele degli ultimi anni, passando per tutti i tentativi, le deviazioni, i ritorni. Chi cerca un percorso lineare rimarrà spiazzato. Schifano non ha mai proceduto per accumulo progressivo. Ha sempre lavorato per salti, per improvvise virate, per abbandoni e riprese. L’itinerario rispetta questa logica: non spiega, mostra. E alla fine è forse questo il modo più onesto per raccontare un artista che ha sempre diffidato delle spiegazioni e ha preferito guardare. Un dettaglio, prima di uscire dal Palazzo delle Esposizioni: nella sala dei monocromi c’è un quadro, Grande verde del 1960. La superficie è fatta da 35 fogli di carta incollati sulla tela, con le pieghe e le grinze ancora visibili. Lo smalto è steso in modo irregolare, le pennellate si vedono tutte. In basso, una colatura di vernice scende fino al bordo. Non è un difetto, è la firma. Il modo di Schifano di dire che la pittura non è perfezione ma presenza, traccia di un gesto che è già passato.

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