Foto: Demis Giannini
Con Perché ero ragazzo, volume in cui descrive la sua vicenda biografica di emigrazione e reclusione, lo scrittore libico ha ottenuto il Premio Terzani 2026.
a cura di Demis Giannini
Il racconto di Faraj: dalla Bengasi devastata alla strage di Ferragosto
Il libro si apre con una traversata. Un barcone nel Mediterraneo, agosto 2015: centinaia di persone ammassate sul ponte e nella stiva. Alaa Faraj ha vent’anni, viene da Bengasi, studia ingegneria, gioca a calcio. Quando il barcone viene soccorso si scopre che 49 persone sono morte soffocate nella stiva. I giornali parlano di ‘strage di Ferragosto’. Alaa viene arrestato insieme ad altri passeggeri e accusato di essere uno degli scafisti. Viene condannato a trent’anni. Da allora scrive lettere dal carcere, confluite poi in Perché ero ragazzo, volume pubblicato da Sellerio che ha appena vinto il Premio Terzani 2026.
Non è un libro di memorie nel senso tradizionale. È una raccolta di lettere scritte a mano, a stampatello, su fogli recuperati in prigione. Le epistole sono indirizzate ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto che Faraj ha conosciuto durante un laboratorio in carcere. La corrispondenza è andata avanti per anni. Sciurba ha raccolto le lettere, le ha messe in ordine, ha curato il testo senza modificarne la voce. Il risultato è una scrittura che conserva qualcosa dell’oralità, della lingua appresa in prigione, dell’italiano che Faraj ha imparato da autodidatta dopo l’arresto. La lingua del libro è una delle sue caratteristiche più originali. Faraj scrive in un italiano particolare, che ha imparato ascoltando gli altri detenuti, guardando la televisione, leggendo quello che riusciva a trovare. È una lingua semplice, diretta, a volte incerta ma proprio per questo efficace. Non ci sono costruzioni complesse, non c’è retorica. Le frasi sono brevi, essenziali. Quando Faraj descrive la traversata, usa le parole che ha, quelle che gli servono per dire quello che ha visto. Non cerca effetti letterari, cerca solo di raccontare.
Il racconto della partenza dalla Libia occupa le prime lettere. Faraj descrive Bengasi devastata dalla guerra civile, l’università chiusa, il campionato di calcio sospeso. Descrive i mesi passati a cercare un modo per partire legalmente, i tentativi di ottenere un visto, le porte chiuse. Poi, la decisione di salire su un barcone con due amici, anche loro calciatori. Avevano pagato per stare sul ponte, non nella stiva. Questo dettaglio torna più volte nel libro. Faraj lo ripete come se fosse importante stabilirlo, come se facesse differenza.
La parte più dura del libro è quella dedicata alla traversata. Faraj descrive il barcone sovraccarico, il mare mosso, il mal di mare che lo tiene piegato in due per ore. Descrive il rumore del motore, gli odori, la paura. Non sapeva che sotto di lui, nella stiva, c’erano decine di persone ammassate. Lo scopre solo quando il barcone viene soccorso e i soccorritori aprono la stiva, trovando 49 persone morte per asfissia. Faraj scrive di quel momento con una precisione quasi fotografica. Non aggiunge commenti, non cerca di spiegare quello che ha provato. Si limita a descrivere quello che ha visto.
Dall’arresto sino al processo e al carcere
L’arresto arriva subito dopo il salvataggio. Il protagonista e altri passeggeri vengono identificati come possibili scafisti. Le prove sono scarse, le testimonianze confuse, raccolte da sopravvissuti ancora sotto shock. Ma il processo va avanti. Faraj descrive le udienze, gli interrogatori, l’attesa. Descrive la sensazione di trovarsi dentro un meccanismo che non riesce a fermare. La condanna arriva dopo mesi: trent’anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione. Trent’anni per essere salito su un barcone.
Il libro non si ferma al processo. La parte più lunga è quella dedicata alla vita in carcere. Faraj racconta i primi giorni all’Ucciardone di Palermo, lo smarrimento, la difficoltà di comunicare senza conoscere la lingua. Racconta le celle, i suoi compagni, le giornate tutte uguali. Racconta di aver cominciato a studiare italiano, prima ascoltando gli altri detenuti, poi con i libri della biblioteca del carcere. Racconta le ore passate a copiare parole su un quaderno, a cercare di capire la grammatica da solo.
C’è una scena che torna più volte nelle lettere: Faraj che gioca a calcio nel cortile del carcere. Pochi metri quadrati di cemento, una palla sgonfia, partite improvvisate con gli altri detenuti. È uno dei pochi passaggi in cui il libro si ‘apre’, in cui si sente qualcosa che somiglia alla leggerezza. Faraj descrive quei momenti come se fossero preziosi, come se in quei pochi minuti riuscisse a recuperare qualcosa della vita che aveva prima. Non lo dice esplicitamente, ma si capisce dalla precisione con cui descrive ogni dettaglio: il modo in cui la palla rimbalza sul cemento, il rumore delle scarpe, la sensazione di correre anche solo per pochi metri.
Il rapporto con Alessandra Sciurba è centrale nel libro, anche se Faraj non ne parla direttamente. Si intuisce dalle lettere, dal modo in cui si rivolge a lei, dalla confidenza che cresce pagina dopo pagina. Sciurba è diventata la sua interlocutrice, la persona a cui affida i suoi pensieri, le sue frustrazioni, le sue piccole vittorie. È anche diventata la voce della sua battaglia per la revisione del processo, l’avvocata della sua innocenza. Ma nelle lettere Faraj non le chiede aiuto, non la supplica. Le racconta semplicemente la sua giornata, quello che ha visto, quello che ha pensato.
Il titolo del libro, Perché ero ragazzo, compare in una delle lettere. Faraj lo usa per spiegare perché ha preso certe decisioni, perché si è fidato delle persone sbagliate, perché non ha capito in tempo cosa stava succedendo. Non è una giustificazione, è una constatazione. A vent’anni si fanno scelte senza avere tutti gli strumenti per valutarle. Si parte senza sapere davvero dove si va. Il titolo suona come un’ammissione di vulnerabilità, ma anche come una rivendicazione: aveva vent’anni; aveva diritto a sbagliare, a non capire, a sperare.
Le lettere di Faraj: frammenti di vita personale e di memoria collettiva
La struttura del libro è frammentaria. Non c’è una narrazione lineare, non c’è un crescendo drammatico. Ogni lettera è un pezzo a sé, un frammento di vita carceraria o un ricordo della vita prima di quella traversata. Alcune epistole sono lunghissime, altre di poche righe. Alcune parlano di eventi importanti, altre di dettagli minimi: un libro letto, una conversazione con un compagno di cella, un sogno fatto la notte prima. Questa frammentarietà non è casuale. Rispecchia il tempo del carcere, fatto di giornate tutte uguali in cui gli eventi significativi sono rari e i dettagli diventano importanti solo perché rompono la monotonia. Faraj non si presenta mai come una vittima. Non chiede pietà, non cerca compassione. Racconta i fatti con una sorta di distacco che a volte sembra incredibile, dato quello che sta vivendo. Descrive le sbarre, il rumore delle porte che si chiudono, le ore passate in cella con lo stesso tono con cui potrebbe descrivere una giornata qualunque. Solo quando parla delle 49 persone morte nella stiva, il tono cambia. Lì si sente la rabbia, la frustrazione, il senso di impotenza. Faraj torna spesso su quel numero. Lo ripete come se fosse importante non dimenticarlo, come se quelle morti pesassero su di lui anche se non ne era responsabile.
Il libro tocca anche questioni più ampie senza mai diventare un saggio. Faraj racconta di altri detenuti con storie simili alla sua, di ragazzi arrestati dopo essere sopravvissuti a traversate. Racconta di processi costruiti su prove fragili, di testimonianze contraddittorie, di condanne esemplari. Non fa analisi politiche, non propone soluzioni. Si limita a raccontare quello che vede intorno a sé. Ma il quadro che emerge è chiaro: un sistema che criminalizza i sopravvissuti perché i veri trafficanti sono irraggiungibili, rimasti nei paesi di partenza. Nel dicembre 2025, dopo dieci anni di carcere, Faraj ha ricevuto la grazia parziale dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: uno sconto di pena di 11 anni e 4 mesi. Il libro era già scritto quando è arrivata la notizia. Non c’è un capitolo dedicato alla grazia, non c’è una riflessione su cosa significhi. Il libro si chiude prima, con le lettere scritte quando la fine della pena era ancora prevista per il 2045. Questa scelta editoriale rafforza l’impressione che il volume non sia costruito su un arco narrativo tradizionale, con una tensione che cresce verso una risoluzione. È piuttosto una documentazione, un archivio di pensieri e osservazioni raccolti nel tempo.
Una storia di dignità e coraggio da non dimenticare
La giuria del Premio Terzani ha parlato di “una storia esemplare di dignità e coraggio”. La dignità sta forse nel modo in cui Faraj affronta la detenzione senza lasciarsi schiacciare, nel modo in cui continua a studiare, a scrivere, a giocare a calcio. Il coraggio sta nel continuare ad affermare la propria innocenza anche quando tutto sembra andare nella direzione opposta, nel non accettare il ruolo del criminale, pur trovandosi comunque in quello di detenuto. Ma il libro non enfatizza né l’uno né l’altro aspetto. Procede per accumulo, per dettagli quotidiani che nel loro insieme compongono il ritratto di una persona che cerca di mantenere la propria umanità in condizioni disumane. Ci sono momenti in cui Perché ero ragazzo sembra sul punto di diventare un libro di denuncia, un atto d’accusa contro un sistema giudiziario che ha fallito. Ma Faraj non prende mai quella direzione. Non attacca i giudici, non critica apertamente il processo. Continua a esprimere fiducia nello Stato, a credere che prima o poi la verità emergerà. È una posizione che può sembrare ingenua, forse lo è, ma che dice qualcosa sul modo in cui Faraj ha scelto di affrontare la sua condizione. Ha deciso di non diventare cinico, di non lasciarsi corrodere dalla rabbia.
Il libro si chiude con una lettera breve, di poche righe. Faraj ringrazia Sciurba per averlo ascoltato, per aver raccolto le sue parole, per aver creduto in lui. Poi aggiunge una frase che sembra riassumere tutto il contenuto del volume: “Questa tragedia deve essere raccontata anche per le persone morte che non hanno avuto giustizia”. Non parla di sé, ma delle 49 persone morte nella stiva. È come se il libro, pur essendo la sua storia, fosse scritto anche per loro, per tenere viva la memoria di una tragedia che altrimenti rischia di essere dimenticata insieme a tante altre. Leggere Perché ero ragazzo significa entrare in un tempo sospeso, quello della vita carceraria, dove le giornate si susseguono senza cambiamenti apparenti. È una lettura che non offre consolazioni facili, che non si chiude con una risoluzione rassicurante. Faraj è ancora in carcere mentre scriviamo, anche se con una pena ridotta. La sua battaglia per la revisione del processo è ancora in corso. Il libro non può offrire un finale perché la storia non è finita. Quello che offre è una voce, una testimonianza, un modo di guardare a una tragedia senza trasformarla in retorica.
