Teodoro Duclère – Napoli da Mergellina (1847) – Olio su carta incollata su tela – Foto: Giorgio Manusakis

Dodici sale e duecento opere per riscoprire una città crocevia del Gran Tour, tra paesaggi di luce orientalismi e generi veristici.

L’Ottocento narrato in una nuova sezione permanente della Certosa e Museo di San Martino che diventa punto focale per descrivere, attraverso dipinti, preziosi oggetti come porcellane della Real Fabbrica di Capodimonte, maioliche di Castelli, terraglie della Fabbrica Giustiniani, splendidi vetri di murano, coralli e stampe, gouache, sculture tra cui le famose icone di Vincenzo Gemito, un patrimonio senza alcun dubbio stratificato, proveniente dalle diverse collezioni private, che ridefinisce adeguatamente l’identità di una città, attraverso cui si legge una storia interessante e ricca di spunti.

Manifatture di Murano (1700 ca.) – Foto: Paola Germana Martusciello

La Napoli capitale di un regno, in competizione con la sfavillante Parigi, ma soprattutto crocevia di quel Gran Tour che, con i suoi viaggiatori, trasformò la città in luogo di vivacità culturale per le scoperte archeologiche che condussero a ricercate mode pompeiane, acquisizioni nuove di pensiero per tutti gli intellettuali, ricercatori, archeologi, ma, soprattutto, per le persone illuminate del periodo.

Manifattura francese e Pasquale Spina (decoratore) – Piatti con veduta di Palazzo Reale di Napoli e di San Francesco di Paola (1835 ca.) – Porcellana policroma – Foto: Giorgio Manusakis

Dodici sale, in un riallestimento museale secondo scelte di modernità espositiva, duecento opere presentate in un nuovo progetto museografico reso possibile, con l’accesso ai finanziamenti Pnrr, recuperando ambienti che ritornano ad essere fruibili grazie ai restauri mirati, per restituire al territorio cronache d’arte ottocentesche, frammenti di vita quotidiana, dai poveri ai borghesi, prodotti artistici di raffinate arti applicate che divennero il prestigio e l’abbellimento di una città potente e mirabile in quel periodo storico, rivoluzionario e industrializzato, segnato da trasformazioni politiche, urbane e sociali che rispecchiò ciò che accadeva nell’Ottocento europeo. Il percorso narrativo che accompagna i visitatori a svelare le bellezze dell’arte ottocentesca, viene così addensandosi in modo particolare intorno alla pittura di paesaggio, dove si affacciano, in sequenze, delicati lirisimi peculiari del Romanticismo, vicino alle raccolte che assorbono i caratteri dell’Impressionismo francese, per sottolineare le nuove tendenze partenopee che si distinguono con la scuola di Posillipo, fondata da Pitloo, riuscendo a cogliere i valori atmosferici della natura locale, le architetture e gli abitanti con i sui famosi temi paesaggistici realizzati all’aria aperta, a cui seguirono gli scorci di Giacinto Gigante.

Giacinto Gigante – La Riviera di Chiaia (1835) – Olio su tavola – Foto: Giorgio Manusakis

Altra corrente che viene rappresentata da numerosi artisti è quella che si identifica in aspetti più crudi, veritieri, ma soprattutto densi di vivacità espressive e coloristiche proprie di quella tendenza legata al Realismo, della scuola di Resina. Rappresentarono la scuola: Giuseppe De Nittis, celebre per le sue vedute luminose e intense, soprattutto capresi, di Ischia e Portici; Nicola Palizzi, paesaggista di grande talento; Adriano Cecioni, che portò le teorie della macchia, trovando a Napoli interpreti avanzati, a cui si affiancarono Eduardo Dalbono, con i suoi caratteristici paesaggi meridionali, Vincenzo Caprile, famoso per le scene di vita quotidiana, Raffaele Belliazzi.

Filippo Palizzi – Letterato nel bosco (1878) – Olio su tela – Foto: Giorgio Manusakis

Usando tutti uno stile schietto, genuino, ma soprattutto legato alla luce e al colore, anticiparono la pittura moderna. In sintonia con la corrente verista che venne a svilupparsi in ambito letterario, molti artisti ritrassero la vita dei ceti più umili, i mestieri di strada ed il folklore partenopeo evitando le idealizzazioni del romanticismo. In questo ambito spicca la figura di Antonio Mancini, che rappresentava scugnizzi, poverelli e mendicanti con una sua personalissima tecnica che fondeva colori, sabbie, vetri e stoffe applicati sulla tela, esprimendo i disagi di quei ceti poveri.

Antonio Mancini – La figlia del marinaio (già “Ritorno da Piedigrotta” – 1877) – Olio su tela – Foto: Giorgio Manusakis

Mentre Francesco Paolo Michetti, partendo dalla realtà rurale dell’Abruzzo, si avvicina al Simbolismo e Decadentismo letterario rappresentando riti religiosi o feste contadine il cui ductus sfocia in rappresentazioni grottesche, molto teatralizzate.

Francesco Paolo Michetti – Pastorella e pastorello al pascolo (1877) – Olio su tela – Foto: Giorgio Manusakis

D’altra parte in pieno Risorgimento gli artisti napoletani trovarono nel realismo una via di fuga dagli stereotipi dell’Accademia e, allo stesso tempo, la possibilità di avvicinarsi alla realtà, osservare anche la sua componente sociale; tra loro si distinsero Filippo Palizzi e Domenico Morelli.

Domenico Morelli – La moglie di Putifarre (1861) – Olio su tela – Foto: Giorgio Manusakis

In mostra si ritrova anche la corrente orientalista, che ebbe un gran seguito applicando il realismo alle immagini evocative di un Oriente reale ma incantato; ne fecero parte Tofano, Marinelli e Cercone. Nell’ambito della scultura emerge potente la figura di Vincenzo Gemito, con opere in terracotta i cui soggetti sono popolani oppure uomini illustri modellati con un verismo naturale ed essenziale da cui traspaiono i moti dell’animo.

Vincenzo Gemito – Ritratto di popolana – Terracotta – Foto: Giorgio Manusakis

Per le arti applicate, invece, emerge con grande bellezza la Collezione Bonghi, la quale venne acquisita tra il 1871 e il 1872 per volontà del Direttore Fiorelli dal banchiere Bonghi e costituisce un nucleo importantissimo di oggetti tra cui i vetri veneziani, gli specchi di Murano, le ceramiche Castelli e le porcellane di Capodimonte; tra queste spicca la scultura in biscuit di Filippo Tagliolini, con trionfi da tavola di grande eleganza e gusto impareggiabile, oltre i magnifici oggetti in avorio corallo e pietre dure.

Al centro: Filippo Tagliolini (1790-1810 ca.) autore ignoto – Olio su tela – Ai lati: Real Fabbrica Ferdinandea e Filippo Tagliolini – Il supplizio di Dirce (1835) – Biscuit – Foto: Giorgio Manusakis

Il racconto della Napoli dell’Ottocento emerge in tutta la sua bellezza artistica in una mostra che riempie non solo lo sguardo di bellezza, ma anche il cuore, perché ha svelato la storia di una città che è stata, forse silenziosamente, tra le più importanti capitali d’Europa.

Paola Germana Martusciello

Di admin

2 pensiero su “Napoli nell’Ottocento: storia di una capitale europea alla Certosa e Museo di San Martino”
  1. Questo articolo riguardo la grande idea di allestire una mostra permanente nella Certosa di San Martino è così pieno di particolari ricco di belle foto che ci invita senz’altro ad andare a visitarla e a godere di questi capolavori dell’arte napoletana.

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