Un momento delle celebrazioni – Foto: Demis Giannini
Nella festa indù, vissuta e tramandata dalle comunità tamil anche nei suoi aspetti devozionali più estremi, il corpo umano è celebrato come dono e simbolo di identità culturale.
a cura di Demis Giannini
Un popolo riunito nel nome di Murigan
C’è un momento, durante il Thaipusam, in cui il confine tra il corpo e il sacro sembra dissolversi del tutto. Uomini e donne camminano per chilometri con la pelle trafitta da aghi, lance e strutture metalliche elaborate, senza apparente dolore, con gli occhi fissi su qualcosa che chi guarda dall’esterno fatica a vedere. Non è spettacolo, non è folklore: è uno degli atti devozionali più intensi e antichi che l’umanità conosca.
Il Thaipusam è una festa indù celebrata prevalentemente dalle comunità tamil – originarie del sud dell’India e dello Sri Lanka – in onore del dio Murugan, figlio di Shiva e Parvati, dio della guerra, della virtù e della sapienza. Il nome della festa unisce due parole: Thai, che corrisponde al decimo mese del calendario tamil (tra gennaio e febbraio), e Pusam, appellativo di una stella particolarmente luminosa che raggiunge il culmine del cielo proprio in quei giorni. La solennità si celebra, quindi, quando la luna è piena e la stella è alta: un momento cosmico preciso, non arbitrario.

Latte in offerta a Murugan – Foto: Demis Giannini
Le origini di una leggenda
Come spesso accade nelle grandi narrazioni religiose, anche qui c’è una battaglia. Secondo la mitologia indù, un demone di nome Surapadman aveva ottenuto un potere immenso, poi usato per terrorizzare il mondo e sfidare persino gli dèi. Per sconfiggerlo, Parvati donò al figlio Murugan una lancia sacra, la vel, che gli permise di trionfare. Il Thaipusam celebra questa vittoria: quella della luce sull’oscurità, dell’ordine sul caos, della devozione autentica sulla prepotenza.
Ma c’è di più. La vel non è solo un’arma: è anche un simbolo di conoscenza e giustizia. La sua forma a doppia punta rappresenta la capacità di vedere in entrambe le direzioni, dentro e fuori di sé. Portarla infilata nel proprio corpo durante la festa non è un atto masochistico – come potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale – ma una forma di identificazione con il divino, un modo per dire: “io porto in me la forza di Murugan, io sono il suo strumento”.
Murugan, del resto, non è una divinità distante e maestosa come certe figure del pantheon indù. È giovane, ardente e vicino agli uomini. I tamil lo chiamano anche Karttikeya o Skanda, ma è nel nome Murugan che si riassume il senso di una relazione quasi personale tra il fedele e il suo dio: un legame fatto di dono reciproco, di promesse mantenute, di gratitudine che non basta dire a parole.

Un momento di preghiera – Foto: Demis Giannini
Il kavadi: quando il peso è una preghiera
L’elemento più vistoso e perturbante del Thaipusam è senza dubbio il kavadi: una struttura portata sulle spalle dei devoti durante la processione. Nella versione più semplice è un bilanciere di legno curvo, carico di offerte al dio. In quella più elaborata e impressionante, invece, è una costruzione di metallo a forma di arco o cupola, decorata con piume di pavone, fiori, immagini sacre, attaccata al corpo del portatore attraverso decine di aghi e uncini conficcati nella pelle.
La parola kavadi in tamil significa appunto “peso”. È un peso scelto liberamente, come forma di ringraziamento o di supplica. I devoti lo portano come voto: chi ha ricevuto una grazia, chi chiede guarigione per un familiare, chi sta attraversando un momento di crisi e cerca forza interiore. Non c’è imposizione: ciascuno sceglie autonomamente quanto peso portare e quale forma dare alla propria devozione. Prima della processione, i portatori del kavadi si preparano per settimane: digiuno, astinenza sessuale, meditazione, bagni rituali, preghiere continue. Lo scopo è raggiungere uno stato alterato di coscienza in cui il dolore fisico non viene percepito come tale perché la mente è altrove, immersa nel divino. Non si tratta di una trance nel senso clinico del termine: è concentrazione portata all’estremo, un’ascesi che ha radici profondissime nella cultura indiana.
Gli aghi che trapassano la pelle – guance, lingua, petto – non lasciano cicatrici se il rito viene compiuto in stato di purezza. È ciò che la tradizione insegna ed è ciò che molti portatori raccontano con sorpresa anche la prima volta: nessuna ferita, nessun segno rimasto sul corpo. Che lo si voglia spiegare con la fisiologia – l’adrenalina, le endorfine, lo stato meditativo – o con qualcosa di più difficilmente riducibile, il fenomeno è documentato e reale.

Un uomo che porta il Kavadi – Foto: Demis Giannini
Le celebrazioni più sentite, dal Tamil Nadu al resto del mondo
Le origini del Thaipusam sono nel Tamil Nadu, nel sud dell’India, attorno ai grandi templi di Murugan. Ma nel corso dei secoli, con le migrazioni delle comunità tamil, la festa si è diffusa in tutto il mondo. Oggi le celebrazioni più grandi e spettacolari si tengono a Kuala Lumpur, in Malesia, alle Grotte di Batu: un complesso di caverne calcaree a nord della capitale, dove una statua dorata di Murugan alta quarantadue metri sorveglia i duecentosettantadue gradini che i devoti salgono portando i loro kavadi. Ogni anno si raduna lì oltre un milione di persone.

Interno della grotta – Foto: Demis Giannini
La Malesia ha una lunga storia di presenza tamil: lavoratori portati dall’India durante il colonialismo britannico per le piantagioni di gomma e tè, rimasti poi a costruire una comunità, una cultura, un’identità propria in terra straniera. Il Thaipusam è diventato per loro qualcosa di più di una festa religiosa: è l’atto con cui ogni anno affermano di esistere, di appartenere a qualcosa, di non aver dimenticato. Lo stesso vale, con varianti diverse, per le comunità di Singapore, Sudafrica, Mauritius, Regno Unito e Australia. Ovunque i tamil siano arrivati, il Thaipusam li ha seguiti, portando con sé non solo la devozione religiosa ma anche un senso di appartenenza. Si tratta di un modo per trasmettere ai figli nati altrove qualcosa di essenziale: chi siamo, da dove veniamo, cosa portiamo con noi.
Il suono della festa
Il Thaipusam non è un evento solo visivo: è anche sonoro, in modo potente e continuo. Le processioni sono accompagnate da un ritmo incessante – tamburi, flauti, canti devozionali – che serve a guidare i portatori, a tenerli nello stato di concentrazione necessario, a coinvolgere tutta la folla in un ritmo comune. La musica non è intrattenimento: è parte integrante del rito, quasi un secondo corpo che avvolge e sostiene quello fisico.
I familiari che accompagnano i portatori cantano o recitano preghiere ad alta voce, a volte toccandoli con delicatezza per ricordare loro che non sono soli. I bambini osservano con occhi grandi. Gli anziani ricordano le loro precedenti esperienze o quelle dei propri padri. C’è, dunque, una continuità generazionale che commuove, indipendentemente da qualsiasi fede.

Piume di pavone per offerte – Foto: Demis Giannini
Sensazioni ed emozioni del turista occidentale
Per chi viene da una cultura occidentale e secolarizzata, assistere al Thaipusam è un’esperienza che mette in discussione molte delle proprie certezze. Il primo istinto è spesso quello del disagio, quasi della repulsione: vedere corpi trapassati da oggetti metallici attiva immediatamente una risposta di allarme. Ma fermarsi a questo sarebbe un errore grave, anche dal punto di vista intellettuale.
La domanda giusta non è “come fanno a sopportarlo?” ma “cosa stanno dicendo con questo gesto?”. E la risposta è complessa e affascinante. Stanno dicendo che il corpo non appartiene solo a se stessi, ma può essere offerto, può diventare linguaggio, può essere il mezzo attraverso cui una relazione con il sacro prende forma concreta. Stanno dicendo che la devozione non è un fatto solo mentale o spirituale: è qualcosa che si vive con le mani, con le gambe, con la pelle.
C’è anche, in tutto questo, una dimensione comunitaria che la nostra cultura tende a dimenticare. Il Thaipusam non è un rito privato: è una festa collettiva in cui tutta la comunità partecipa, chi portando il kavadi e chi assistendo, incoraggiando, cantando, suonando. Il dolore, se c’è, non è mai solitario.
Va detto anche che il Thaipusam ha attirato negli anni l’attenzione dei media occidentali quasi sempre per le immagini più estreme: i volti trafitti, i kavadi più pesanti, i momenti di maggiore intensità fisica. È comprensibile, ma è anche una forma di distorsione. È come se, volendo parlare del cattolicesimo, si mostrassero solo le processioni dei flagellanti del Venerdì Santo, ignorando tutto il resto. La festa è molto di più: è preghiera quotidiana, preparazione silenziosa, comunione, gratitudine.

Uomo trafitto in segno di sacrificio – Foto: Demis Giannini
Un’occasione per riscoprire il valore del sacro
Esiste in molte tradizioni religiose l’idea che il divino possa incarnarsi, scendere nel corpo umano, abitarlo. Nel Thaipusam questa idea prende una forma concreta e visibile: il devoto non prega il dio da lontano, non gli chiede di manifestarsi in cielo o nei sogni. Lo invita dentro di sé, nel senso più letterale possibile.
Quello che rimane, dopo aver capito almeno un po’ tutto questo, è una specie di rispetto muto. Non è necessario condividere la fede tamil per riconoscere che qui c’è qualcosa di profondo: una civiltà che ha elaborato, nel corso di millenni, una concezione secondo cui il corpo non è un ostacolo alla spiritualità ma il suo strumento più diretto, più onesto. Una tradizione in cui la devozione costa qualcosa, in cui le parole non bastano e bisogna dimostrare con i fatti quanto si creda. In un’epoca in cui molti hanno perso il senso del sacro, guardare il Thaipusam con occhi aperti e mente libera è un esercizio utile. Non per convertirsi, non per imitare. Ma per ricordare che ci sono molti modi di essere umani e che alcuni di essi ci sorprendono ancora.
