Foto: Simona Colletta

Tesori dei Faraoni è una mostra di eccezionale rilevanza, inaugurata a Roma il 24 ottobre scorso all’interno delle Scuderie del Quirinale.

a cura di Simona Colletta

Italia ed Egitto: un radicato sodalizio all’insegna dell’archeologia

Per diversi motivi l’evento si presta ad essere unico nel suo genere, in quanto è frutto di un attento lavoro e di buone relazioni diplomatiche tra Italia ed Egitto. Quest’ultimo ritorna a presentare una mostra di tale rilievo nel nostro Paese dopo la famosa esposizione di Palazzo Grassi a Venezia nel 2002-2003, in cui vennero messe a disposizione 80 testimonianze archeologiche. Nell’attuale itinerario delle Scuderie possono essere ammirati 130 reperti provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, concessi in prestito dal Consiglio Supremo delle antichità egizie, che oltre ad essere un’irripetibile offerta culturale rappresentano il segno di una crescente apertura allo scambio e alla ricerca tra le due nazioni.

Le parole del curatore della mostra, Tarek El Awady, chiariscono la portata storica e la rilevanza dell’allestimento: “È difficile descrivere cosa significhi realizzare una mostra che porterà l’anima dell’antico Egitto nel cuore di Roma, non solo attraverso oggetti splendenti d’oro e pietra, ma attraverso storie. Storie di scoperta, di resilienza, di ingegno umano. E storie che non erano mai state raccontate oltre i confini dell’Egitto, fino ad ora.” Anche il Museo Egizio di Torino partecipa a questo importante evento esponendo il primo pezzo giunto nella sua collezione: la Mensa Isiaca. Si tratta di una tavola di bronzo intarsiata con oro, argento, rame, zinco e niello, realizzata ad imitazione delle opere d’arte dell’antico Egitto a Roma tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C., proveniente probabilmente dall’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio. Il reperto giunse a Torino quasi 400 anni fa e oggi, secondo Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino “testimonia il profondo legame storico tra l’Egitto e Roma; un simbolo di come i nostri due paesi siano in dialogo e in contatto da millenni.”

La Mensa Isiaca (I sec. a.C.-V sec. d.C.) – Foto: Simona Colletta

L’iniziativa si inserisce nel quadro delle relazioni tra Italia ed Egitto ed è sostenuta dal Piano Mattei per l’Africa, che annovera la formazione e la valorizzazione del patrimonio culturale tra i suoi obiettivi strategici. È un progetto che afferma la cultura come strumento di dialogo e amicizia, capace di valorizzare ulteriormente il profondo legame che da millenni unisce Roma e Il Cairo, nell’ottica di antiche reciprocità che si rinnovano in epoca moderna.

L’antico Egitto: una civiltà amante del lusso

Tesori dei Faraoni è un viaggio alla scoperta di una delle civiltà antiche più misteriose e affascinanti che siano esistite, dove i faraoni, oltre a rappresentare la reggenza dell’antico Egitto, erano l’incarnazione della divinità in tutto il suo splendore. La raccolta di reperti narra il grandissimo ingegno che da sempre ha contraddistinto questo popolo e la ricchezza delle materie prime disponibili lungo il Nilo. Architettura, astronomia, letteratura, medicina, arte, ma anche religione e magia sono alcuni dei campi in cui questa civiltà si è distinta raggiungendo i massimi livelli.

Il ruolo divino dei faraoni è rappresentato in sei sezioni espositive: il potere e la divinità, la città d’oro, la vita quotidiana, spiritualità e religione, passaggio all’aldilà, splendore e eternità.

Panoramica della sala 2 – Foto: Simona Colletta

La mostra descrive approfonditamente il ruolo dei faraoni che, in virtù del concetto di regalità, provvedevano alla costruzione dello stato e alla sua organizzazione politica e amministrativa. Inoltre, rivela la visione della vita nella cultura egizia, dove la morte è intesa come prosecuzione dell’esistenza. Grazie all’importanza conferita a questo passaggio, oggi ci giunge l’eredità di un popolo che possiamo ancora ammirare dopo più di cinquemila anni. Piramidi, templi e obelischi sono opere attraverso cui si può leggere la volontà di superare l’oblio e sopravvivere per sempre.

L’oro è presente in abbondanza lungo tutto il percorso espositivo. Tutt’oggi l’Egitto ne è ancora ricco, soprattutto nel deserto orientale vicino alle colline del Mar Rosso e nel sud. Esso veniva utilizzato, oltre che per il conio delle monete, anche come unità di misura nell’acquisto delle merci. Inoltre, era considerato il materiale per eccellenza, in grado di incarnare l’immortalità, perciò utilizzato per i corredi funerari e per la costruzione delle statue delle divinità nei templi. Questo fece sì che l’arte orafa si diffondesse nel regno, sia per la manifattura delle maschere e degli arredi funerari che per la creazione di sfarzosi monili. Nella mostra di Roma ne sono stati esposti oltre quaranta, tra cui la collana di Psusennes I, composta da sette fili d’oro di oltre seimila dischetti, considerata oggi il gioiello più pesante conservato dall’antichità.

Collana di Psusennes I (1047 – 1001 a.C.) – Foto: Simona Colletta

La morte vista dagli egizi, tra simboli, rituali e credenze

Gli antichi egizi osservavano la ciclicità e l’alternanza dei fenomeni terreni (il giorno e la notte, le stagioni, i movimenti degli astri), riconducendo la vita e la morte a fasi di uno stesso corso, come se l’una fosse la naturale prosecuzione dell’altra. Uno dei simboli ricorrenti in molte opere esposte è il loto. Questo fiore, che sboccia di giorno e si chiude di notte, per gli egizi è l’incarnazione del ciclo vitale e nel tempo ha assunto il significato di continuazione della vita dopo la sua fine. La transizione verso la morte era un momento che doveva seguire un rituale preciso per permettere al defunto di aspirare all’immortalità. Fondamentale era l’esistenza di una sepoltura dove il corpo venisse conservato attraverso il processo di mummificazione. Il rituale funerario era la preparazione alla prova più difficile che il defunto doveva affrontare al cospetto di Osiride. Il signore dell’oltretomba, ponendo su un piatto della bilancia il cuore del defunto e sull’altro una piuma della dea Maat, custode della verità e della giustizia, avrebbe stabilito il suo peso: qualora si fosse rivelato più pesante della piuma, perché carico di peccati, il morto era destinato a perire per mano del mostro Ammit o a essere dannato nei laghi di fuoco; al contrario, il cuore leggero era il lasciapassare per l’immortalità nei Campi di Iaru. Anche la mummificazione e la conservazione degli organi avevano un ruolo molto importante per l’acquisizione della vita ultraterrena.

Nella mostra è esposto uno dei quattro esemplari di vasi canopi in cui venne contenuto l’intestino imbalsamato di Tuya, madre della regina Tiye, sposa di Amenhotep III – il termine “vaso canopo” deriva dal nome di una città situata nei pressi di Alessandria.

Vaso canopo di Tuya (1390-1352 a.C.) – Foto: Simona Colletta

Il reperto fu rinvenuto nella Valle dei Re a Luxor, nella tomba di Yuya e Tuya, durante lo scavo condotto dall’egittologo inglese Theodore Davis nei primi del Novecento. I due personaggi erano i genitori della regina Tiye e per questo ebbero l’onore di essere sepolti nella necropoli destinata ai faraoni del Nuovo Regno. Altra componente essenziale presente nelle sepolture era la stele funeraria, che serviva ad identificare l’identità del morto e a garantirgli il sostentamento nell’aldilà. Infatti, in tutte le lapidi funebri veniva rappresentato il defunto seduto davanti ad una tavola imbandita con offerte votive per facilitarne la rinascita. È ricorrente, altresì, la rappresentazione del morto che aspira le essenze dal fiore di loto, associato alla vita eterna, così come sono sempre presenti frasi e formule di adorazione per la divinità, scritte dai parenti per far sì che il nome del proprio caro vivesse per sempre.

Stele funeraria di Njt-Ptah (2000-1700 a.C.) – Foto: Simona Colletta

Un modello sociale piramidale: dalla corte faraonica alla servitù

Per più di tremila anni l’Egitto ha conservato la sua struttura sociale a forma piramidale. Nel percorso delle Scuderie sono esposti reperti legati ad un’organizzazione gerarchica che ha permesso a tale civiltà di conservarsi e svilupparsi nel corso dei secoli. Il faraone era considerato l’incarnazione del dio Huros, che aveva lottato per riconquistare il trono del padre Osiride. Era l’autorità assoluta che rivestiva diversi ruoli, da quello politico e amministrativo a quello militare e religioso. Immediatamente dopo il faraone si collocavano gli aristocratici, i sacerdoti e i ministri; tante figure di contorno, che avevano la funzione di amministrare e gestire le attività statali. Se per tutto l’Antico Regno le cariche più alte furono ricoperte in maniera quasi esclusiva dai membri della famiglia reale, a partire dal Medio e Nuovo Regno il sistema cambiò: l’assegnazione della qualifica avveniva sulla base del merito e non del ceto, dando seguito al riconoscimento dei talenti e alla dinamicità della società. La classe media invece era costituita dagli scribi, soldati e professionisti specializzati come artigiani e artisti. Seguivano i contadini, i pescatori, i marinai ed infine i servi.

Il sindaco Ukhhotep e la sua famiglia (1981-1802 a.C. ca.) – Foto: Simona Colletta

Nella “Città d’oro” un prezioso contesto di vita quotidiana

Diverse opere esposte raccontano la vita quotidiana dell’antico popolo. Il Nilo rappresentava la linfa vitale del paese poiché nella sua area garantiva fertilità e prosperità per la coltivazione dei campi e abbeveraggio per gli allevamenti di bestiame. Dal fiume i pescatori ricavavano abbondanza di pesce per il sostentamento. Allo stesso tempo il Nilo era la più usata via di comunicazione e di trasporto delle merci, facilitando il commercio interno ed esterno. Anche le donne erano coinvolte nella produzione agricola, occupandosi della coltivazione dei campi e della lavorazione dei prodotti, dalla macinazione del grano al processo di fermentazione della birra.

Modellino barca, legno dipinto (2000 a.C. ca.) – Foto: Simona Colletta

Durante la missione guidata dall’archeologo Zahi Hawass, nell’autunno del 2021, è riemersa una delle più importanti città di artigiani dell’antichità, risalente al regno di Amenhotep III, battezzata come “Città d’oro”. I ricercatori hanno portato alla luce un complesso ben conservato, di cui sono state ricostruite le attività che venivano svolte al suo interno: la lavorazione dei tessuti e della ceramica, la conciatura della pelle con cui venivano realizzati i sandali e manifatture varie. Erano presenti, inoltre, una grande fabbrica di mattoni crudi, numerose botteghe, laboratori di artigiani e scultori ed un grande lago artificiale che forniva l’acqua per tutte le esigenze quotidiane e di lavoro. La città era divisa in quartieri separati e al centro era posizionata una zona amministrativa adibita al controllo e alla promozione delle diverse attività.

La mostra si chiude in bellezza con la maschera funeraria del re Amenemopem, rinvenuta nella sua tomba dall’archeologo francese Pierre Montet nel 1940, e la Triade di Micerino.

Maschera funeraria d’oro di Amenemopen (1001-992 a.C.) – Foto: Simona Colletta

Tesori dei Faraoni è visitabile fino a giugno 2026 tutti i giorni, dalle 10.00 alle 20.00 (il sabato, la domenica e i giorni festivi l’apertura è anticipata alle 9.00) presso le Scuderie del Quirinale. Oltre alle visite organizzate si svolgono laboratori per bambini a cui è possibile partecipare su prenotazione. Tutte le informazioni per l’acquisto online dei biglietti e le riduzioni sono sul sito www.scuderiequirinale.it.

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