L’ingresso della mostra d’Oltremare in una foto del 2000 – Foto: Paola Germana Martusciello
La genesi del grande complesso fieristico napoletano tra il progetto coloniale fascista, l’architettura razionalista e la valorizzazione del patrimonio storico e naturalistico dei Campi Flegrei.
Come tutte le storie degne di rispetto, anche la storia della Mostra d’Oltremare va narrata dall’inizio. E il suo inizio coincide con il 6 maggio del 1936, quando il generale Pietro Badoglio, alla testa delle truppe vittoriose, come scrissero i giornali dell’epoca, entrò in Addis Abeba, capitale dell’Abissinia. Per celebrare le colonie africane, Mussolini volle che si realizzasse un grandioso complesso architettonico, degna sede della Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare.
La scelta cadde su una parte delle aree ricadenti nella zona di Fuorigrotta, dove era già stato avviato il “Piano di Ampliamento dei Rioni occidentali” con la costruzione di strade e reti fognarie. Dal 1938 al maggio del ’40 il grande complesso venne realizzato con i suoi 36 padiglioni espositivi e i numerosi impianti: il Teatro Mediterraneo con il Centro Congressi, l’Arena Flegrea per gli spettacoli all’aperto, le Serre Botaniche a supporto dello straordinario Parco Verde, l’Acquario Tropicale, il Palazzo degli Uffici, la Torre delle Nazioni, la Piscina Olimpica con annesso ristorante a gradoni aperto verso la vasca e la Funivia, che collegava la collina di Posillipo con la zona flegrea.

Padiglione dell’America Latina, opera di Bruno Lapadula, in una foto del 2000 – Foto: Paola Germana Martusciello
D’altra parte, la Mostra d’Oltremare ha la sua collocazione in una delle regioni storiche e imperiali dell’Italia antica, proprio nei Campi Flegrei, che ebbero, nel porto di Pozzuoli, il primo grande scalo mediterraneo di Roma; che offrirono a Ottaviano, con le grandiose opere navali dei laghi d’Averno, Lucrino e Cuma, prima della battaglia di Azio, una salda base difensiva e offensiva; e che diedero infine ad Augusto, con Miseno, il primo grande porto militare dell’Impero destinato allo stazionamento della flotta romana nel Tirreno.

La riproduzione del bagno del Castello di Fasilidas – Foto: Paola Germana Martusciello
Il segno tangibile della romanità è concentrato in quella strada romana che attraversa il settore settentrionale della Mostra e che, come afferma il prof. Maiuri, “ha l’aspetto di un grande decumano da ovest a est”: la cosiddetta via Puteolana, che congiungeva Puteoli a Neapolis e che, in prosecuzione della Via Domitiana e dell’Appia, veniva a costituire la via più diretta di comunicazione fra Napoli e Roma. In questo spazio verde di 19 ettari si inserisce questa importantissima strada romana e si determina un parco faunistico di grande rilevanza: eucalipti, acacie, agavi, euforbie, papiri, tamarindi e, infine, numerose specie di pesci tropicali, provenienti dal Mar Rosso, raccolti nella bellissima struttura maiolicata dell’Acquario Tropicale, anche con piante acquatiche. Tra la vegetazione sorsero le capanne dei Galla-Sidamo, la chiesa copta a pianta circolare sormontata dalla bianca croce del Mascal e la riproduzione del bagno del Castello di Fasilidas a Gondar. Al centro di questo lembo di Africa orientale vi era il laghetto artificiale. In questi spazi si colloca un grande parallelepipedo riccamente decorato con forme a bassorilievo tipiche della tradizione africana: il “Cubo d’Oro”.

La parete del Ristorante della piscina, opera di Carlo Cocchia, con la decorazione policroma “Ritmi Africani” (1940) del maestro futurista Enrico Prampolini, in una foto del 2000 – Foto: Paola Germana Martusciello
La migliore architettura degli anni ‘40 a Napoli è rappresentata dagli edifici in stile razionalista che occupano gli spazi della Mostra, opera di grandi nomi come Luigi Piccinato, Carlo Cocchia e Marcello Canino, autore del piano generale.
Paola Germana Martusciello
