Posteggiatori napoletani – Immagine creata da Giorgio Manusakis con IA

Il criptico linguaggio utilizzato dai posteggiatori è una delle sfaccettature più suggestive e misteriose della tradizione musicale partenopea, nonché un collante identitario per l’intera comunità artistica di strada.

Le radici storiche, tra strada e malaffare

La parlèsia non è un semplice dialetto, ma un linguaggio sotto-dialettale criptico nato a Napoli, utilizzato prevalentemente dai musicisti per comunicare senza essere compresi dai non addetti ai lavori. Definita come una “formazione parassitaria” del dialetto napoletano, ne condivide la sintassi e la fonetica, ma se ne distacca per il lessico. Secondo alcuni, le origini della parlèsia sarebbero medievali, ma i più la fanno risalire alla fine del Settecento. I suoi principali custodi furono i posteggiatori, i musicisti ambulanti che si esibivano nelle strade, nei ristoranti e nei caffè-concerto per la “chetta” (termine gergale con cui si indica la questua), ricevendo un compenso libero dalle persone presenti. Esiste inoltre una tesi, sostenuta da storici posteggiatori come Ciccio ‘o conte (all’anagrafe Francesco Coviello, icona della tradizione musicale partenopea), che attribuisce alla parlèsia (chiamata anche ‘a serpa) origini zingare o ungheresi – a tale proposito si consiglia di rivedere una rara intervista sull’argomento dell’indimenticabile Gianni Minà, degli inizi anni Ottanta, ai due giovani Bennato e Avitabile, cliccando sul seguente link.  

Sebbene legata indissolubilmente alla musica, la sua genesi è probabilmente associata ai ceti sociali più bassi: scaricatori di porto, malviventi e “persone di malaffare”. La caratteristica primaria della parlèsia era, infatti, la segretezza. Il gergo, infatti, fungeva come valvola di sfogo e strumento di difesa contro i datori di lavoro o i committenti per discutere di paghe e ingaggi senza timore di essere intesi. Contemporaneamente, questo linguaggio era un segno di identità e di appartenenza a un gruppo ristretto di professionisti, capace di creare una rete di solidarietà tra colleghi. Con la parlèsia, dunque, i posteggiatori potevano scambiarsi messaggi sintetici, evitando, così, l’attenzione di orecchie indiscrete, in particolare delle forze dell’ordine.

Chitarra napoletana di Gaetano Vinaccia (1779-1831) e mandolino “napoletano” di Gennaro Fabricatore I (1800) – Real Bosco e Museo di Capodimonte, Napoli – Foto: Giorgio Manusakis

Caratteristiche linguistiche e morfologia

La parlèsia trasforma il napoletano comune attraverso meccanismi specifici:

  • suffissi ricorrenti: l’uso costante di terminazioni come -èsia (manèsia per mano, pennèsia per plettro), -enza (chiarenza per vino) e -oso/a (allagrosa per chitarra);
  • metafore, come lasagne per indicare il portafoglio, ‘o scoglio oppure ‘o sciusciuso per indicare il naso, o ‘a bicicletta per l’apparecchio per i denti;
  • metonimie e sineddoche, ad esempio fangosa per indicare la ‘scarpa’ – dall’italiano “fango” – o ancora fumósa per ‘sigaretta’ – dall’italiano “fumo”;
  • verbi polisemici: due pilastri del gergo sono i verbi appunì (fare, parlare, capire, prendere) e spunì (dare, pagare, non fare), che assumono significati diversi in base al contesto in cui vengono utilizzati.

Altri termini che rendono la complessità di questo codice, a titolo esemplificativo, sono i seguenti:

  • bbanë/bbanèsia: denaro;
  • ‘o ggiustinë: guardia, forza dell’ordine;
  • accibbuí/smurfì: mangiare;
  • ‘o bianch’e nnirë/chiacchiarone: pianoforte;
  • loffia: cosa brutta o di scarsa qualità;
  • Amedeo/fumme: omosessuale.

Lo sdoganamento culturale: da Pino Daniele ad Avitabile

Fino agli anni Cinquanta la parlèsia è rimasta un codice quasi esclusivamente orale. La sua diffusione presso il grande pubblico si deve ad artisti contemporanei che l’hanno inserita nei loro testi. Ad esempio, Pino Daniele è il principale artefice della popolarità moderna del gergo. Insieme alla sua band il cantante diede vita al cosiddetto Neapolitan Power, genere in cui blues, jazz e funk si intrecciano armoniosamente con le radici musicali napoletane. Nel brano Tarumbò (1982), contenuto nel suo quinto album intitolato Bella ‘mbriana, l’artista napoletano utilizza termini come jammone (uomo importante, che ha il potere) e bacone (persona inetta). Lo stesso Daniele, inoltre, fondò una casa discografica chiamata proprio bagaria (sciocchezza, imbroglio).

Un altro grande artista come Enzo Avitabile ha dedicato l’intero brano Bàgano alla parlèsia all’interno dell’album O-Issa del 1999, creando una sorta di compendio musicale del gergo. Anche il cinema ha celebrato questo codice. Celebre è la scena dello “scartiloffista” in No grazie, il caffè mi rende nervoso con Massimo Troisi.

Dunque, grazie a tutti questi artisti e ad altri come James Senese, i Napoli Centrale e Tony Esposito, la parlèsia è passata da codice carbonaro a simbolo di orgoglio e di appartenenza al contesto culturale partenopeo.

James Senese con alcuni tra i protagonisti della Neapolitan Power, tra cui Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Joe Amoruso e Rino Zurzolo – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La parlèsia oggi: i risultati di una ricerca

Una ricerca condotta in tempi recenti, con un rigido approccio sociolinguistico e sul campo, da Marta Maffia e Augusto Luigi Malcagni descrive la parlèsia come un gergo del napoletano, dialetto con cui condivide sintassi e fonologia, come detto, ma che è caratterizzato da un lessico specifico, completamente distorto o inventato, di circa 200 lemmi che si riferiscono generalmente a denaro, donne e musica. Le indagini condotte, che hanno coinvolto 150 musicisti a Napoli, hanno messo in luce, sorprendentemente, come la parlèsia sia ancora compresa e parlata dall’89% degli intervistati, anche se l’uso è spesso saltuario. Inoltre, se un tempo era considerata il linguaggio dei musicisti “di strada”, oggi ha assunto connotati culturali ed è molto conosciuta anche negli ambienti accademici (ad esempio, nei conservatori) e tra gli interpreti del jazz. Indubbiamente, col passare del tempo, la parlèsia sta progressivamente perdendo la sua funzione puramente criptica per assumere tratti diversi, essendo utilizzata più come una forma di slang giovanile di cui andare orgogliosi. Valeria Saggese, nel suo libro intitolato Parlèsia – la lingua segreta della musica napoletana, oltre a ricostruire l’evoluzione del gergo sino ai giorni nostri, si è preoccupata di raccogliere testimonianze dirette e aneddoti di musicisti famosi, tra cui James Senese, Enzo Gragnaniello, Eugenio Bennato, Fausta Vetere, Tullio De Piscopo, Pino Daniele, Clementino, i quali hanno fatto emergere una Napoli fatta di strada, improvvisazione, solidarietà e creatività. Intriso di neologismi, ironia e vocaboli criptici, questo linguaggio custodisce ed esprime la storia sociale e culturale di una città. Analizzarlo oggi significa immergersi in una memoria collettiva pulsante e in un patrimonio che continua a influenzare la scena musicale napoletana contemporanea.

Specifiche foto dal web:

Titolo: Napoli centrale
Autore: Di sconosciuto – http://4.bp.blogspot.com/-IvXLZm1eHjk/TspNJVhuQAI/AAAAAAAAFjk/qmDGAAV-Wyo/s400/qualcosa_03.jpg
Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Link: File:Napoli centrale.jpg – Wikipedia
Foto modificata

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