Foto: Simona Colletta

Nel suo recente romanzo Concita De Gregorio racconta la malattia e il percorso di guarigione, esplorando il ruolo decisivo della dimensione psicologica.

a cura di Simona Colletta

Lo sconquasso provocato dalla malattia e la dimensione del ‘tempo-borsa’

La cura, ultimo romanzo di Concita De Gregorio, uscito a maggio 2026, è un libro da leggere non per conoscere l’evoluzione della malattia della scrittrice, ma per tracciare con lei la ‘geografia’ del territorio che ha attraversato per raggiungere la guarigione.

Per l’autrice la diagnosi della patologia gravissima è giunta inaspettata, senza preavvisi, e come un ospite inatteso le ha cambiato le carte in tavola, lacerando la percezione del procedere del tempo, che non è più stato una sequenza di fatti ordinati su una linea retta.

Per una persona ammalata il concetto del tempo subisce immediatamente una trasformazione radicale, che l’autrice descrive con il metro del “prima” e del “dopo” il responso medico. Nel tempo del “dopo” avviene un cambio dei parametri che genera una rimodulazione della sua misurazione, tale da sembrare “più corto ma più largo. Come una borsa molto capiente”, in grado di contenere emozioni amplificate e nuovi significati preziosissimi. È il primo processo di trasformazione, che ristabilisce i gradi delle priorità vitali. Il tempo borsa segna il momento della rassegna delle risorse, nel quale gli sprechi e le perdite non sono ammesse, e nel quale può entrare solo quanto è essenziale per la sopravvivenza.

Dalla comune retorica bellica alla personale analisi interiore

L’autrice vive la dinamica della malattia, ne osserva l’andamento e si mette in ascolto dell’universo costellato di medici, familiari, psicologi e infermieri che ruota attorno al paziente. Mette a confronto gli elementi comuni e, attraverso il linguaggio usato per descrivere la sua situazione, evidenzia una ‘retorica bellica’ fatta di parole che tengono viva la tensione e richiamano uno stato di lotta permanente. Perciò, la cura diventa una battaglia e il malato è un guerriero, circondato da un esercito ausiliario formato da dottori e infermieri che gli forniscono armi e strategie. Chi non guarisce “ha perso la battaglia” e muore, come se il suo percorso fosse stato un fallimento e non si fosse impegnato abbastanza per opporsi al nemico. L’autrice, dal canto suo, offre una rilettura di questo linguaggio marziale che ostacola il processo di guarigione, concentrandosi soprattutto sull’ascolto di sé.

Il malato che si analizza sa cosa lo ha fatto ammalare, riesce addirittura ad evidenziare l’evento che ha generato un profondo dolore nella sua vita, tale da “spegnere la luce”. Anche se non esistono evidenze scientifiche su come il danno della psiche possa generare un danno del corpo, moltissimi pazienti oncologici nelle sedute di supporto psicologico riferiscono di uno stato di squilibrio emotivo che ha preceduto l’insorgenza del male. È per questo che l’autrice ridefinisce il ruolo della malattia nel contesto evolutivo personale, sottolineandone il potere di illuminare ogni sfaccettatura della vita del paziente e mettendone in risalto aspetti di rara bellezza.

I pesci combattenti: simboli di rinascita nel tempo del “dopo”

Sembra essere proprio questo il segreto dei meravigliosi ‘pesci combattenti’ scelti per illustrare la copertina del libro. Il loro aspetto sinuoso ed elegante non veicola un messaggio di aggressività, ma rimanda a una qualità potente in grado di rimodulare lo stato delle cose e accompagnare il malato in un processo di rinascita: la bellezza dà energia anche nei momenti di dolore; c’è sempre, nonostante tutto, e si manifesta in molteplici forme. La bellezza è la vera cura, “il carburante per viaggiare al buio”, fino all’ultimo capitolo del libro, che è un regalo per chi ci ha creduto davvero e da quel punto può ricominciare. Nel tempo del “dopo” la speranza è ancora viva e ci sono tutte le risorse per rinascere.

Di admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *