Foto: Demis Giannini
Lo scrittore, docente di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma, si è aggiudicato il Premio Bagutta 2025 con un’opera trasversale in cui si legano letteratura, medicina, arte e mitologia.
a cura di Demis Giannini
Il corpo umano e le sue sfaccettature (fisiche e non)
C’è una virgola, nel titolo di questo libro, che vale più di un sottotitolo. Corpo, umano, non corpo umano: una pausa minuscola che costringe a fermarsi, a separare le due parole prima di lasciarle ricongiungere, come si fa con un respiro prima di un tuffo. Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore di psicologia dinamica alla Sapienza di Roma, ha costruito attorno a quella virgola un intero libro, uscito per Einaudi nel 2024 e premiato nel 2025 con il Premio Bagutta, il più antico riconoscimento letterario italiano, oltre che finalista al Premio Strega per la saggistica e vincitore del Premio Capalbio.
Il libro si presenta come un’anatomia raccontata, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Diviso in tre parti – il corpo ricordato, il corpo dettagliato, il corpo ritrovato – accompagna il lettore in un percorso che va dal cuore al cervello passando per fegato, occhi, pelle, genitali, ossa: un viaggio organo dopo organo, che tiene insieme mitologia, letteratura, arte e clinica. Non è un trattato di medicina travestito da libro per il grande pubblico, né un memoir mascherato da saggio: è piuttosto un ibrido dichiarato; un genere che Lingiardi frequenta da tempo e che qui trova forse la sua forma più compiuta, quella al confine tra il saggio dotto e il racconto.
La materia prima di cui parla Lingiardi non è mai un oggetto neutro. È il corpo che ama e che si ammala, quello che ricorda e quello che dimentica se stesso finché non torna a reclamare attenzione con un sintomo, un dolore, un imbarazzo. L’autore lo scrive con una lucidità che non teme la vulnerabilità: il taglio sulla pelle che allevia per un istante un dolore più profondo; l’osso che si fa appuntito nell’anoressia; il muscolo che si gonfia nella vigoressia; lo sguardo che nella dismorfia inventa un difetto dove non c’è. Sono pagine che si leggono con lo stesso passo con cui si legge un romanzo, eppure non perdono mai il rigore di chi quei corpi li ha ascoltati per mestiere, in una stanza di analisi, per decenni.
Un testo ibrido, dal taglio autobiografico ma anche enciclopedico
La struttura in tre stanze non è un semplice espediente organizzativo. Nella prima parte affiora l’autobiografia, discreta ma presente: un corpo che è anche memoria d’infanzia, gesto ripetuto, abitudine ereditata. Nella seconda, quella più estesa, il libro si fa enciclopedia sentimentale degli organi: ciascuno riceve la propria storia, la propria mitologia, la propria fisiologia, senza che nessuno prevalga sull’altro, se non per l’ordine scelto dall’autore, che parte dal cuore e arriva al cervello, quasi a suggerire che tra i due non ci sia gerarchia ma dialogo continuo. Nella terza parte il corpo, scomposto pagina dopo pagina, viene ricomposto: non è più somma di parti, ma organismo che si racconta di nuovo per intero.
Colpisce, in questo excursus per organi, la quantità di voci che Lingiardi riesce a far convivere senza che il testo si sfaldi in un collage: Freud e la sua anatomia come destino, letta oltre il contesto patriarcale in cui fu pronunciata; Sancho Panza, che ricorda al suo padrone che senza viscere il cuore nobile non saprebbe vivere; san Paolo, che nella Prima lettera ai Corinzi difende l’unità del corpo attraverso le sue parti; Whitman, che lo vuole elettrico, Winnicott, che lo vuole vivente. È un corredo di citazioni così fitto da poter risultare vertiginoso, ma Lingiardi non perde mai il filo, e anzi lo usa per ricordare che il corpo, oggi, è al centro di mille attenzioni e di nessuna cura: scomposto in oggetti parziali dalla medicina; sottratto alle relazioni dalla vita online; piegato a strumento dalla politica.
Una voce narrante polimorfa, capace di unire scienza e letteratura
Proprio questa tensione tra frammento e unità sembra essere il vero motore del libro, più ancora della cronaca degli organi. La giuria del Bagutta, nel motivare il premio, ha parlato di un viaggio percorso “con lo spirito con cui di solito si legge un romanzo”, sottolineando il ricchissimo tessuto di citazioni capace di spaziare dall’antichità alla contemporaneità più stringente senza mai smarrire il filo del discorso. È un giudizio che si condivide pagina dopo pagina: la scrittura di Lingiardi ha un passo poetico dichiarato – lo stesso autore, in più interviste seguite al premio, ha parlato di una voce polimorfa e transdisciplinare che tiene insieme scienza e scrittura senza subordinare l’una all’altra.
Il libro non rinuncia mai, però, a mostrare le crepe. C’è la fotografia dei corpi in catene, ci sono i corpi migranti che annegano nel Mediterraneo, richiamati come immagini di una disumanizzazione che attraversa il presente più di quanto si voglia ammettere. In questi passaggi Lingiardi abbandona per un momento il registro clinico e quello mitologico per farsi cronista di un’attualità che pesa, senza però virare mai verso il saggio politico: resta fedele al proprio corpo – quello del testo, prima ancora che quello raccontato – che si tiene unito attraverso organi diversissimi tra loro.
Un suggestivo corollario fatto di illustrazioni e citazioni
A rendere ancora più avvincente il percorso concorre l’apparato illustrativo, che attinge a discipline diverse – dalla pittura all’iconografia scientifica, da Tiziano a Frida Kahlo – senza mai scadere nell’ornamento fine a se stesso: ogni immagine dialoga con il testo, lo prolunga, talvolta lo contraddice quel tanto che basta a impedire una lettura consolatoria. Anche le citazioni letterarie seguono la stessa logica di attrito produttivo: Sandro Penna e Wisława Szymborska convivono nelle stesse pagine con Cartesio, in un montaggio che non cerca mai la sintesi facile tra i registri, ma la loro frizione feconda.
Non stupisce che un libro così costruito abbia trovato consensi trasversali: oltre al Bagutta, la cinquina dello Strega Saggistica, il Premio Capalbio e il Premio Galileo per la divulgazione scientifica disegnano il profilo di un’opera capace di parlare tanto al lettore di narrativa quanto a chi cerca rigore divulgativo. È una convergenza rara, che dice qualcosa sulla scommessa dell’autore: scrivere un libro con il corpo, in carne e ossa, come protagonista, senza subordinarlo né alla scienza né alla letteratura, ma lasciandolo essere entrambe le cose insieme.
Alla fine del percorso, dopo il cuore e dopo il cervello, resta l’impressione di aver letto non un’enciclopedia del corpo, ma una sua biografia intima e collettiva insieme. Un corpo che è “il nostro io, ma anche il primo tu”, per usare le parole con cui il libro stesso si chiude idealmente: una superficie che ci separa dal mondo e insieme la sola soglia da cui possiamo davvero incontrarlo.
