Fontana con statua di amorino e lenticchie d’acqua – Foto: Mario Severino

Nel cuore della città toscana, a pochi passi dalla celeberrima Piazza dei Miracoli, esiste uno scrigno in cui botanica, arte e architettura vanno a braccetto dal lontano 1543.

a cura di Mario Severino

Un laboratorio per i giovani, voluto dalla dinastia medicea

L’Orto e Museo Botanico dell’Università di Pisa fu fondato nel 1543 per iniziativa del medico e botanico imolese Luca Ghini, chiamato a Pisa da Cosimo I de’ Medici.

La sua nascita è legata a un’idea allora rivoluzionaria: permettere agli studenti di osservare direttamente le piante utilizzate nell’insegnamento della medicina e della botanica. Erano i cosiddetti “semplici”, cioè le piante medicinali che fino ad allora venivano studiate soprattutto attraverso descrizioni, testi e illustrazioni.

L’Orto pisano è considerato il più antico orto botanico universitario del mondo per data di fondazione. La prima sede si trovava vicino all’Arno, nei pressi dell’Arsenale mediceo. Nel 1563 il giardino ebbe una seconda collocazione e, nel 1591, raggiunse quella odierna in via Santa Maria, a pochi passi dalla Torre pendente. Da allora sono passati quasi cinque secoli, ma la funzione dell’Orto è rimasta sorprendentemente attuale: raccogliere, studiare, conservare e far conoscere il mondo vegetale e la sua biodiversità. Oggi l’Orto si estende per circa due ettari e ospita circa 3.000 piante provenienti dai cinque continenti, organizzate in numerose collezioni scientifiche.

Pianta di bambù – Foto: Mario Severino

Un giardino che è anche un libro di botanica

Passeggiare nell’Orto Botanico di Pisa significa attraversare una sorta di libro vivente. Gli spazi sono organizzati prevalentemente secondo un criterio storico e comprendono sette settori: la Scuola Botanica, l’Orto del Cedro, l’Orto del Mirto, le Serre, il Piazzale Arcangeli, l’Orto Nuovo e l’Orto del Gratta. Al loro interno si trovano collezioni molto diverse: dall’arboreto alle piante officinali, dalle specie acquatiche alle piante delle dune, dalle geofite alle succulente. C’è una collezione dedicata al genere Salvia, con circa cento specie provenienti da diverse parti del mondo, mentre quella delle piante officinali ne raccoglie circa 120.

La collezione sistematica comprende circa 400 specie distribuite in 48 aiuole. Non mancano le piante acquatiche, le palme, i bambù, le antiche camelie e le specie tropicali. Nella serra delle succulente trovano posto circa 200 piante provenienti dalle regioni desertiche e semidesertiche del pianeta, mentre la serra tropicale ospita circa 150 specie arbustive e arboree delle aree intertropicali. È proprio questa varietà a rendere l’Orto qualcosa di più di un semplice giardino: ogni aiuola racconta una storia evolutiva, geografica o culturale.

Magnolia piantata nel 1787 – Foto: Mario Severino modificata con IA

La magnolia e il ginkgo: due testimoni del Settecento

Tra i protagonisti più celebri dell’Orto ci sono due alberi che hanno visto passare generazioni di studenti, botanici e visitatori. La Magnolia grandiflora e il Ginkgo biloba furono messi a dimora nel 1787, sotto la direzione di Giorgio Santi, e sono considerati i due alberi più vetusti ancora qui presenti.

La Magnolia ha anche un particolare valore storico: è considerata la prima introdotta in Toscana. La sua storia, però, è tutt’altro che tranquilla. Nel 1789, appena pochi anni dopo essere stata piantata, una violenta ondata di freddo ne provocò il disseccamento. Eppure l’albero riuscì a riprendersi e nel 1798 tornò addirittura a produrre fiori. Oggi l’arbusto porta i segni del tempo e di una grave carie che ne ha compromesso una parte significativa del legno. Nonostante le sue vicissitudini, continua però a essere curato e monitorato e conserva una notevole vitalità. L’Università di Pisa considera proprio la magnolia del 1787 uno degli alberi monumentali dell’Orto.

Ginkgo Biloba – Foto: Mario Severino

Accanto alla Magnolia, il Ginkgo biloba rappresenta un altro straordinario testimone della storia del giardino. L’arbusto appartiene a una linea evolutiva antichissima e viene spesso definito un “fossile vivente”. La sua capacità di resistere a condizioni ambientali difficili ha contribuito a trasformarlo, nel corso del tempo, in un simbolo di forza, resilienza e rinascita. Il suo significato è diventato particolarmente potente dopo il bombardamento atomico di Hiroshima del 1945. Alcuni ginkgo presenti nella città nipponica sopravvissero all’esplosione e, già nella primavera successiva, tornarono a produrre nuovi germogli. Per la popolazione divennero così un simbolo concreto della capacità della vita di ricominciare.

Il loto e il mondo dell’acqua

Dagli alberi secolari si passa all’acqua. Nel settore dell’Orto del Gratta, nella parte più settentrionale del complesso, si trova un laghetto dove durante l’estate fiorisce il loto. È una delle immagini più suggestive dell’Orto: le grandi foglie che emergono dall’acqua e i fiori che si aprono sulla superficie creano un ambiente quasi sospeso, lontanissimo dal traffico della città che si trova appena oltre le mura.

Il loto non è però soltanto una pianta ornamentale. La sua storia è strettamente legata alle culture asiatiche e ai molteplici utilizzi che l’uomo ha fatto nei secoli dei suoi fiori, semi, foglie e rizomi. Accanto al laghetto esistono altre raccolte dedicate alle piante acquatiche. L’idrofitorio, in particolare, raccoglie specie tipiche delle zone umide italiane, con particolare attenzione alla Toscana settentrionale.

Fiori di loto – Foto: Mario Severino

Le serre: dal deserto ai tropici

Una delle parti più sorprendenti dell’Orto sono le serre, dove il clima cambia improvvisamente. Entrare in quella tropicale significa passare, almeno idealmente, dalle campagne toscane alle regioni calde e umide dell’area intertropicale. Qui vengono coltivate circa 150 piante arbustive e arboree provenienti dai quattro continenti tropicali. Tra le specie più spettacolari si trova Aristolochia gigantea, una pianta rampicante capace di produrre fiori enormi e dall’aspetto decisamente insolito.

Ma il viaggio continua nella direzione opposta: la serra delle succulente ricrea le condizioni necessarie per piante provenienti dagli ambienti desertici e pre-desertici del pianeta. Ed è proprio qui che si incontra la Welwitschia mirabilis, il cui nome comune in Afrikaans, tweeblaarkanniedood, significa qualcosa come “due foglie per non morire”. È una specie diffusa esclusivamente nelle regioni desertiche dell’Africa sud-occidentale, in particolare nell’area del Namib. La sua struttura sembra quasi sfidare le regole più familiari del mondo vegetale. Ogni individuo produce infatti soltanto due foglie, che continuano a crescere dalla base per tutta la vita della pianta. Possono superare i cinque metri di lunghezza, sono spesse e coriacee e, con il passare degli anni, si lacerano e si sfrangiano alle estremità sotto l’azione del vento e degli agenti atmosferici. Per questo motivo, osservare una Welwitschia significa vedere una pianta che porta letteralmente sul proprio corpo i segni del tempo. La specie è dioica: esistono quindi individui maschili e femminili, entrambi capaci di produrre coni che ricordano, nella loro struttura generale, quelli delle conifere.

Welwitschia mirabilis – Foto: Mario Severino

Charles Darwin la considerava una sorta di “ornitorinco del regno vegetale”, proprio per la sua combinazione di caratteristiche insolite. E la sua longevità è altrettanto sorprendente: in natura alcuni esemplari possono superare i duemila anni.

Welwitschia mirabilis è l’unica specie dell’ordine delle Welwitschiales ed è inserita nella classe delle Gnetopsida, insieme ai generi Gnetum ed Ephedra. Per molto tempo le gnetofite sono state al centro di discussioni sulla loro posizione evolutiva, anche per alcune caratteristiche che sembravano avvicinarle alle piante a fiore. Oggi sappiamo che si tratta di gimnosperme, più precisamente di una linea di conifere dalla morfologia estremamente peculiare. All’Orto Botanico di Pisa sono stati coltivati giovani esemplari di questa specie e, proprio per preservarne la salute e favorirne la longevità, è stata progettata un’area specifica capace di ricreare condizioni simili a quelle dei deserti d’origine. Drenaggio e profondità del terreno sono fondamentali: la pianta è infatti adattata a un ambiente arido e ventilato e non tollera condizioni di ristagno. L’aiuola è stata quindi realizzata su misura, con l’obiettivo di riprodurre, per quanto possibile, il particolare habitat naturale della Welwitschia. È un piccolo esempio di quanto lavoro e quanta conoscenza siano necessari per conservare una specie lontana migliaia di chilometri dal suo ambiente naturale.

Victoria cruziana – Foto: Mario Severino

Da una ninfea gigante a un pino che sembrava scomparso

Dalle condizioni estreme del deserto si passa nuovamente all’acqua. Nella piccola serra dedicata alla Victoria cresce Victoria cruziana, una gigantesca ninfea originaria del Sud America. La pianta è famosa per le sue enormi foglie galleggianti, sostenute da una fitta rete di nervature nella pagina inferiore, capaci di mantenersi sulla superficie dell’acqua, sostenere anche pesi considerevoli e offrire appoggio ad animali e piccoli organismi. All’Orto Botanico di Pisa la Victoria cruziana viene coltivata in una serra appositamente dedicata e può fiorire da luglio a ottobre. La struttura, costruita probabilmente agli inizi del Novecento, è legata a una lunga storia di coltivazione della specie: nel 1906 si verificò proprio qui la prima fioritura documentata, seguita da altre nel 1929 e nel 1951. Oggi la pianta fiorisce regolarmente. Sono poi presenti altre specie più piccole di ninfee tropicali tra cui la Nymphaea nouchali.

Nymphaea nouchali – Foto: Mario Severino

Fra le rarità botaniche dell’Orto c’è anche il Pino di Wollemi, Wollemia nobilis.

È una delle piante più celebri della botanica contemporanea: conosciuta dalla documentazione fossile, era ritenuta estinta fino alla scoperta, negli anni Novanta del Novecento, di una piccola popolazione vivente in Australia. La presenza di questa pianta in un orto botanico assume quindi un significato particolare. Non è soltanto una curiosità, ma rappresenta il ruolo che queste istituzioni possono svolgere nella conservazione della biodiversità. Un orto botanico, infatti, può diventare un luogo nel quale specie rare o minacciate vengono mantenute al di fuori del loro ambiente naturale, contribuendo alla conservazione del patrimonio genetico vegetale.

Ancora più particolare è Amborella trichopoda, un piccolo arbusto endemico della Nuova Caledonia. L’Orto Botanico di Pisa ha acquisito un esemplare di questa specie, considerata di eccezionale interesse evolutivo perché è l’unico rappresentante vivente di un’antichissima linea evolutiva delle piante a fiore, rimasta isolata dalle altre. Per coltivarla alle condizioni adeguate è stata realizzata una piccola serra climatizzata, con temperatura non superiore ai 25 °C.

Palazzo delle Conchiglie, sede del Museo Botanico – Foto: Mario Severino

Il Palazzo delle Conchiglie e una facciata sorprendente

Se il giardino racconta la storia attraverso le piante, il Museo Botanico la racconta attraverso gli oggetti. La collezione si trova nell’edificio conosciuto come Palazzo delle Conchiglie, nome dovuto alla particolare facciata decorata con conchiglie, madrepore, coralli e motivi ornamentali in stile grottesco. Rinnovata nel 1752, rappresenta uno degli elementi architettonici più curiosi dell’intero complesso. Nel 1591, quando Ferdinando I de’ Medici volle creare una “Galleria” destinata a raccogliere le “opere della natura”, prese forma quella tradizione museale che oggi è riconoscibile nel Museo Botanico.

L’attuale istituto, inaugurato nel 2016 e aperto al pubblico nel 2017, conserva la memoria di quella lunga tradizione attraverso collezioni, strumenti e materiali legati alla storia dell’insegnamento botanico. Vi si possono incontrare ritratti di botanici e direttori dell’Orto, antichi strumenti e materiali didattici, tavole botaniche, modelli in cera (quelli ottocenteschi furono realizzati nell’ambito della scuola di Luigi Calamai), modelli in gesso e lo storico “Studiolo” per i semi. Il museo è inoltre legato agli importanti erbari dell’Università. I modelli storici sono conservati nella palazzina situata al centro dell’Orto e sono accessibili agli studiosi su prenotazione, mentre una postazione multimediale permette ai visitatori di esplorarne virtualmente parte del patrimonio.

La Serra delle Succulente – Foto: Mario Severino modificata con IA

La mission dell’Orto nel XXI secolo  

Il vero significato contemporaneo di un orto botanico non è però soltanto estetico.

Oggi queste istituzioni hanno un ruolo fondamentale nella conservazione della biodiversità, nella ricerca scientifica, nella didattica e nella divulgazione. Anche a Pisa l’attività dell’Orto comprende programmi di conservazione ex situ, cioè la tutela di specie al di fuori del loro ambiente naturale, attraverso coltivazioni e collezioni scientifiche. L’istituto svolge inoltre attività educative rivolte alle scuole e al pubblico e contribuisce alla diffusione della cultura scientifica. È un aspetto che cambia completamente il modo di guardare una pianta: un esemplare apparentemente piccolo può rappresentare una riserva genetica preziosa per una specie minacciata.

In questo senso, la presenza di piante come il Pino di Wollemi, la Welwitschia mirabilis e l’Amborella trichopoda non è soltanto un motivo di meraviglia per il visitatore. È anche la testimonianza concreta di come un orto botanico possa diventare una sorta di arca della biodiversità. E il tema è sempre più attuale. Uno studio dell’Università di Pisa ha evidenziato, per esempio, quanto anche le collezioni arboree storiche dell’Orto siano vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico.

Dalle rive dell’Arno del Cinquecento alle serre che ricreano il clima del Namib, dalle grandi foglie della Victoria al piccolo arbusto della Nuova Caledonia, l’Orto Botanico di Pisa permette di compiere un viaggio attraverso una parte straordinaria della storia della vita sulla Terra. Non è semplicemente un giardino pieno di piante rare. È un luogo nel quale la botanica continua a essere viva.

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