La Basilica di San Pietro in Vaticano – Foto: Giorgio Manusakis

Nell’arco di quasi duemila anni di storia, i ‘confini’ del cristianesimo sono stati ridefiniti da grandi scismi e vengono tuttora minacciati nella loro integrità da crisi interne.

Da Cartagine il primo movimento scismatico

La storia degli scismi all’interno della Chiesa cattolica ha il suo primo atto negli anni immediatamente successivi alla persecuzione dioclezianea (303-305 d.C.). La disputa riguardava l’atteggiamento da tenere verso i traditores, ovvero quei vescovi e chierici che, per sfuggire alla tortura o alla morte, avevano consegnato i libri sacri alle autorità pagane. Nacque così il donatismo. Il movimento religioso e scismatico cristiano, sorto nell’Africa romana all’inizio del IV secolo (intorno al 311 d.C.), prese il nome da Donato di Case Nere, soprannominato “il Grande”. Costui divenne il vescovo scismatico di Cartagine e guidò il donatismo con grande eloquenza e forza di carattere.

La causa scatenante fu l’elezione di Ceciliano a vescovo di Cartagine, nel 311, in quanto uno dei suoi consacratori, Felice di Aptonga, era considerato un traditor. I seguaci di Donato si consideravano l’unica vera Chiesa, quella dei “Martiri” o dei “puri”, contrapponendosi così alla Chiesa cattolica, accusata di essersi macchiata di tradimento. Dopo vari tentativi di confronto promossi da Costantino per piegare all’obbedienza Donato, il movimento fu considerato ufficialmente scismatico nel 316. Tuttavia, il contrasto andava ben oltre il mero dibattito accademico sulla validità dei sacramenti (i donatisti li ritenevano nulli se amministrati da peccatori) in quanto il donatismo fu espressione di un profondo nazionalismo punico e berbero contro il dominio di Roma.

Il movimento fu sostenuto dai Circoncellioni (o agonisti), bande di fanatici religiosi che praticavano la violenza contro i cattolici al grido di Deo laudes e cercavano il martirio, a volte anche attraverso il suicidio rituale. Inoltre, i donatisti sostenevano una separazione netta tra Chiesa e Stato, rifiutando ogni interferenza delle autorità civili nelle questioni religiose (Che cosa ha a che fare l’imperatore con la Chiesa?). Il movimento resistette per oltre un secolo, durante il quale la Chiesa cattolica e gli imperatori romani tentarono di reprimere lo scisma attraverso concili e leggi repressive. Sant’Ottato di Milevi fu il primo grande avversario dottrinale del donatismo, scrivendo un’opera in sette libri per confutare il vescovo donatista Parmeniano. Fu però necessario il genio teologico di Sant’Agostino per formulare il principio dell’ex opere operato, stabilendo che l’efficacia dei sacramenti deriva da Cristo e non dalla dignità del ministro, segnando così la vittoria dottrinale del cattolicesimo.

 Ritratto di Sant’Agostino in un affresco del VI secolo – Pubblico dominio by Wikimedia Commons

La Conferenza di Cartagine, grande confronto pubblico tra 286 vescovi cattolici e 285 donatisti del 411, rappresentò la svolta e si concluse con la vittoria legale dei cattolici; l’imperatore Onorio dichiarò, successivamente, il donatismo fuori legge.

Da allora il movimento iniziò il suo declino, favorito anche dalle diverse scissioni interne. Da una parte, si sviluppò il rogatismo, una corrente pacifista guidata da Rogato, che si separò dal donatismo rifiutando l’uso della violenza dei Circoncellioni; dall’altra, il massimianismo, un gruppo scismatico interno al donatismo stesso, che Agostino usò come esempio per dimostrare l’incoerenza dei suoi avversari. Le invasioni vandaliche e la conquista islamica del Maghreb nel VII secolo ne sancirono la definitiva scomparsa.

Lo Scisma d’Oriente (1054) e il suo consolidamento

Il progressivo allontanamento tra la componente occidentale e quella orientale del mondo mediterraneo ebbe origine nel 395 d.C., quando l’imperatore Teodosio I sancì formalmente la definitiva ripartizione dell’Impero romano in due parti: la pars Occidentalis, con centro politico a Roma e caratterizzata dalla prevalenza della lingua e della cultura latine, e la pars Orientalis, con capitale Costantinopoli e connotata dalla predominanza della lingua e della cultura greche.

Tale separazione, inizialmente riconducibile a esigenze prevalentemente politico-amministrative, finì ben presto per investire anche la dimensione ecclesiastica. In Occidente, il primato della cristianità era riconosciuto al vescovo di Roma, mentre in Oriente al Patriarca di Costantinopoli. Nel corso dei secoli, tra le due sedi maturarono e si consolidarono profonde divergenze di natura culturale, teologica, dogmatica e liturgica, destinate a rendere sempre più marcata la distanza tra le due tradizioni cristiane.

Mentre il primo millennio volgeva al termine, la distanza tra la Chiesa latina e la Chiesa greca divenne incolmabile. Già all’inizio dell’XI secolo si era verificato quello che alcuni autori chiamano lo “scisma dei due Sergi”, un dissidio tra papa Sergio IV e il patriarca Sergio II, che portò alla rimozione del nome del papa dai dittici di Costantinopoli (elenchi di commemorazione liturgica). La frattura definitiva avvenne durante il pontificato di Leone IX, quando la delegazione romana, guidata dal legato papale, il cardinale Umberto di Silva Candida, descritto come persona poco incline alla diplomazia, scomunicò il patriarca Michele Cerulario.

Miniatura medievale che raffigura il Patriarca di Costantinopoli Michele I Cerulario seduto su un trono – Pubblico dominio by Wikimedia Commons

Il contrasto non riguardava solo questioni liturgiche (come l’uso del pane azzimo e l’inserimento del Filioque nel Credo, introdotto ufficialmente nella liturgia romana nel 1014, visto dall’Oriente come una deviazione trinitaria definita dai primi concili ecumenici), ma era di natura profondamente ecclesiologica: Roma cercava di imporre un primato giurisdizionale monarchico, mentre l’Oriente difendeva il sistema della Pentarchia, che prevedeva un governo sinfonico tra le cinque sedi patriarcali (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme). Lo Scisma d’Oriente del 1054 fu, quindi, il culmine di un progressivo allontanamento culturale e politico, ma ciò che portò alla definitiva e traumatica separazione anche nella percezione dei fedeli greci fu il saccheggio di Costantinopoli durante la Quarta Crociata (1204). Tale evento fu interpretato da papa Innocenzo III come una “traslazione” provvidenziale dell’impero dai greci “scismatici” ai latini “cattolici”.

Scismi interni e antipapi (XI-XII secolo)

Dopo la frattura consumata con la Chiesa greca, durante il Medioevo, la Chiesa romana fu attraversata da scismi interni legati alla lotta per le investiture e a conflitti di potere, che portarono alla nomina di papi e antipapi. Clemente III (arcivescovo Guiberto di Ravenna) fu eletto per volere dell’imperatore Enrico IV, in opposizione a Gregorio VII. Questo scisma durò decenni, con i due contendenti che cercavano legittimazione anche presso l’Oriente bizantino. Un’altra importante spaccatura avvenne nel 1130, quando si ebbe la coesistenza di due papi: Anacleto II, sostenuto dai Normanni, e Innocenzo II, sostenuto dal partito imperiale e da gran parte dell’Europa. Entrambi usarono il consenso delle sedi apostoliche orientali come prova della propria legittimità.

Uno scisma analogo si verificò nel 1159, alla morte di Adriano IV, con l’elezione di Alessandro III contrapposto a Vittore IV, quest’ultimo appoggiato da Federico Barbarossa.

Françoise de Cobelins – Arazzo in lana e seta raffigurante Enrico IV che conforta il duca di Sully ferito (1786) – Napoli, Museo di Palazzo Reale – Foto: Giorgio Manusakis

Lo Scisma d’Occidente

Lo Scisma d’Occidente, consumatosi a cavallo del XIV e XV secolo, fu caratterizzato da una profonda crisi dell’autorità papale che, per quasi quarant’anni, divise la Chiesa cattolica e l’Europa cristiana tra obbedienze rivali, ciascuna guidata da un papa diverso.

Le sue radici risalgono alla cattività avignonese (1309-1376), durante la quale la sede pontificia fu trasferita ad Avignone. La forte presenza di cardinali transalpini alimentò il timore che il papato fosse diventato dipendente dalla monarchia francese. La crisi esplose nel 1378, dopo il ritorno a Roma di Gregorio XI. Sotto la pressione della popolazione romana, preoccupata per l’elezione di un nuovo papa francese, i cardinali elessero Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che assunse il nome di Urbano VI. Il suo carattere autoritario e i duri tentativi di riformare la Curia provocarono però il distacco di numerosi presuli, i quali dichiararono invalida l’elezione e, nel settembre dello stesso anno, elessero Clemente VII a Fondi, che si stabilì ad Avignone.

Sebastiano Luciani detto Sebastiano del Piombo – Clemente VII con barba (1531 ca.) – Olio su lavagna – Real Bosco e Museo di Capodimonte, Napoli – Foto: Giorgio Manusakis

Tra il 1378 e il 1409 l’Europa si divise tra i sostenitori del papa romano e quelli del papa avignonese. In seguito, entrambe le fazioni continuarono a eleggere propri successori, prolungando lo scisma.

Con il Concilio di Pisa (1409-1414) alcuni cardinali tentarono di porre fine alla crisi sulla base del presupposto secondo cui un concilio generale poteva giudicare e deporre il papa. L’assemblea depose i due pontefici rivali ed elesse Alessandro V, ma la decisione non fu riconosciuta dagli altri contendenti. La Chiesa si trovò così con tre papi. Fu il Concilio di Costanza (1414-1418) ad affermare la propria superiorità sul papa con il decreto Haec Sancta e l’11 novembre 1417 fu eletto Oddone Colonna, che prese il nome di Martino V, ristabilendo l’unità della Chiesa. Lo scisma si concluse con la ricomposizione dell’unità ecclesiastica. Il conciliarismo si rafforzò, ma tale situazione non sanò le divisioni politiche e lasciò irrisolte tensioni istituzionali e dottrinali che avrebbero contribuito a inasprire il clima religioso, deflagrato, nel secolo successivo, con la Riforma protestante.

La Riforma protestante

Come anticipato, le grandi divisioni della Chiesa cattolica portarono nel XVI secolo a un vasto rinnovamento spirituale e religioso che spezzò nuovamente l’unità della Chiesa cattolica in Occidente, dando origine a nuove confessioni cristiane. La Riforma protestante ebbe inizioil 31 ottobre 1517, quando il monaco agostiniano Martin Lutero affisse le sue 95 Tesi alla porta della cattedrale di Wittenberg.

La protesta riguardava soprattutto la vendita delle indulgenze, utilizzata dalla Chiesa anche per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro, giudicata da Lutero teologicamente errata e moralmente corrotta. Un contributo essenziale alla nascita del movimento fu la lotta alla corruzione del clero; l’influenza dell’Umanesimo, che promuoveva il ritorno alle fonti bibliche originali, e il rafforzamento delle monarchie nazionali, sempre più ostili alle ingerenze del papato.

Ferdinand Pauwels – Martin Lutero affigge le sue 95 tesi (1872) – Fortezza della Wartburg a Eisenach, Germania – Pubblico dominio by Wikimedia Commons

La Riforma si fondò su alcuni principi basilari:

  • Sola Scriptura: la Bibbia è l’unica norma della fede e può essere letta direttamente dai fedeli, senza la mediazione della gerarchia ecclesiastica;
  • giustificazione per sola fede: la salvezza non dipende dalle opere buone o dal denaro, ma è un dono gratuito della grazia divina, ricevuto attraverso la fede;
  • sacerdozio universale: ogni credente può stabilire un rapporto diretto con Dio;
  • riduzione dei sacramenti: la maggior parte dei riformatori riconobbe soltanto il Battesimo e l’Eucaristia, considerati i due sacramenti istituiti da Cristo.

La Riforma assunse forme diverse in base ai contesti geografici e ai suoi principali esponenti:

  • Luteranesimo: guidato da Martin Lutero in Germania e nei paesi scandinavi, pose l’accento sulla “libertà del cristiano”;
  • Calvinismo: fondato da Giovanni Calvino a Ginevra, introdusse la dottrina della predestinazione, secondo cui Dio avrebbe già stabilito chi salvare e chi condannare. Il filosofo impose inoltre un rigoroso codice morale e collegò strettamente la vita religiosa a quella civile;
  • Zwinglianismo: promosso da Ulrico Zwingli a Zurigo, mirò alla riforma morale della società e interpretò l’Eucaristia in senso simbolico;
  • Anglicanesimo: in Inghilterra, lo scisma promosso da Enrico VIII nel 1533 ebbe inizialmente motivazioni soprattutto politiche e pose il sovrano a capo della Chiesa nazionale.

L’avvento della stampa ebbe un ruolo decisivo nella rapida diffusione delle idee riformate, favorendo la circolazione di opuscoli, Bibbie in lingua volgare e immagini satiriche contro il papa. In numerose regioni, soprattutto sotto l’influenza di Calvino e Zwingli, furono distrutte immagini sacre e opere d’arte, considerate manifestazioni di idolatria.

In Italia, l’Inquisizione romana riuscì a reprimere i movimenti riformati organizzati. Tuttavia, si diffusero circoli di “spirituali” ed esponenti dell’Evangelismo, come quelli riuniti a Napoli attorno a Juan de Valdés, orientati a un rinnovamento interiore pur rimanendo formalmente all’interno della Chiesa cattolica. Molti riformatori italiani furono comunque costretti all’esilio per sfuggire alle persecuzioni.

Lo scisma dei Veterocattolici (1869-1870)

In epoca più recente si manifesta lo scisma dei Veterocattolici, causato dalle decisioni prese durante il Concilio Vaticano I. Tale movimento non costituisce però un unico blocco, ma è il risultato di distinti processi storici che hanno generato più realtà ecclesiali autonome, sebbene oggi in comunione tra loro.

La prima di queste affonda le radici nei Paesi Bassi del XVII-XVIII secolo. Un gruppo di cattolici olandesi, influenzati dal giansenismo, rifiutò la condanna papale contenuta nella bolla Unigenitus (1713) di Clemente XI, che sanciva la fine delle controversie dottrinali legate a Giansenio. Questa opposizione portò a una progressiva separazione da Roma. Nel 1723, il clero di Utrecht elesse e fece consacrare vescovo Cornelius Steenhoven (1662-1725), senza il mandato pontificio, dando così origine alla Chiesa vetero-cattolica di Utrecht, che si considera erede della sede metropolitana originaria dei Paesi Bassi.

Duomo di Utrecht – Foto: Giuseppe Schiattarella

Una seconda componente nacque nell’area germanofona, sempre come reazione diretta al Concilio Vaticano I (1869-1870) e alla definizione dogmatica dell’infallibilità papale. Il teologo e storico ecclesiastico Ignaz von Döllinger (1799-1890) divenne il principale esponente del dissenso, rifiutando il nuovo dogma per motivi storico-teologici. Il suo discepolo Josef Hubert Reinkens (1821-1896) nel 1873 fu consacrato vescovo proprio dai confratelli di Utrecht, divenendo il primo “vescovo cattolico dei vetero-cattolici” in Germania.

La terza realtà ecclesiale vetero-cattolica si sviluppò nell’Impero austro-ungarico, in particolare in Austria e Boemia, sempre in conseguenza del rifiuto del Vaticano I. Anche qui teologi e fedeli diedero vita a comunità separate che cercarono e ottennero la successione episcopale attraverso Utrecht, consolidando così il ramo austriaco del movimento. Oggi queste tre Chiese – quella di Utrecht, quella tedesca e quella austriaca, con le relative filiazioni in Svizzera e altri Paesi – formano l’Unione di Utrecht delle Chiese vetero-cattoliche, in piena comunione sacramentale tra loro, pur mantenendo ciascuna la propria organizzazione nazionale.

La Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) di Marcel Lefebvre

La più recente questione dei lefebvriani affonda invece le sue radici nella reazione alle riforme del Concilio Vaticano II ed è culminata in due momenti di rottura scismatica con la Chiesa Cattolica. La FSSPX fu fondata nel 1970 a Friburgo dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre. La congregazione nacque per preservare la formazione sacerdotale preconciliare e la liturgia tradizionale secondo il Messale Romano del 1962. Lefebvre contestava apertamente le riforme su liturgia, ecumenismo e, soprattutto, la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, considerata una rottura con la tradizione. La conseguenza fu la perdita, nel 1975, dell’autorizzazione ecclesiastica e, nel 1976, la sospensione di Lefebvre, reo di aver ordinato sacerdoti contro il volere del Papa.

Il punto di non ritorno si verificò il 30 giugno 1988, quando il presule francese, nonostante i tentativi di mediazione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, consacrò illecitamente quattro vescovi (Fellay, Tissier de Mallerais, Williamson e de Galarreta) a Écône senza mandato pontificio. San Giovanni Paolo II dichiarò l’atto scismatico e ciò comportò la scomunica latae sententiae per tutti i protagonisti. La Santa Sede, per ricucire lo strappo con i fedeli, istituì tuttavia la commissione “Ecclesia Dei” in modo da facilitare il ritorno dei cristiani legati alla tradizione nella piena comunione, portando alla nascita di comunità regolari come la Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP).

Papa Giovanni Paolo II e il Prof. Dal Lago durante l’udienza generale, 1983, Città del Vaticano – autore: sconosciuto; licenza: Flickr

Negli anni che seguirono la Chiesa ha tentato in più occasioni di aprire un dialogo con gli scismatici. Un primo passo fu fatto nel 2009 da Benedetto XVI, che revocò la scomunica ai quattro vescovi del 1988, sebbene la FSSPX rimanesse in una posizione canonica irregolare. Successivamente, Papa Francesco promosse iniziative di misericordia, convalidando prima le assoluzioni fornite dai sacerdoti lefebvriani durante l’Anno della Misericordia (2015-2016) e concedendo poi facoltà per la validità dei matrimoni nel 2017. Tuttavia, nel 2021, con Traditionis Custodes, il pontefice argentino limitò drasticamente l’uso della Messa tradizionale per l’intera Chiesa.

Lo scisma del 2026

La crisi è precipitata nuovamente nel febbraio del 2026 sotto il pontificato di Leone XIV, quando il Superiore Generale lefebvriano Davide Pagliarani ha annunciato la consacrazione di nuovi vescovi a seguito dell’interruzione dei dialoghi con il Vaticano.

Nonostante un ultimo accorato appello pubblico di Leone XIV, il 30 giugno 2026, a desistere dall’intento scismatico, per il bene spirituale dei cristiani, il 1° luglio successivo la FSSPX ha proceduto alla nomina illecita di quattro nuovi vescovi a Écône (tra cui lo statunitense Michael Goldade). Come forse tutti sanno, il 2 luglio 2026 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha dichiarato formalmente lo scisma, confermando la scomunica latae sententiae nei confronti dei sei presuli coinvolti (consacranti e consacrati) e ammonendo i fedeli a non aderire allo scisma.

Secondo gli esperti, il dissenso sarebbe dottrinale e riguarderebbe il rapporto tra Chiesa e modernità. La FSSPX rifiuta il pluralismo religioso e sostiene che lo Stato debba riconoscere solo la Chiesa cattolica, definendo le altre religioni “opera del demonio“. Per la Santa Sede, invece, la libertà religiosa è un diritto umano fondamentale e il Concilio Vaticano II rappresenta uno sviluppo coerente della dottrina. Dalle sabbie dell’Africa romana alle maestose cattedrali europee, fino agli eventi drammatici del luglio 2026, la storia degli scismi mostra come il confronto tra tradizione, autorità e desiderio di cambiamento resti una delle principali sfide per l’unità della Chiesa contemporanea.

Specifiche foto dal web

Titolo: Augustine Lateran
Autore: http://www.30giorni.it/us/articolo.asp?id=3553
Licenza: Public domain, via Wikimedia Commons
Link: File:Augustine Lateran.jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata con IA

Titolo: Michael Keroularios
Autore: Unknown, 13th-century author,
Licenza: Public domain, via Wikimedia Commons
Link: File:Michael Keroularios.jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata

Titolo: luther posting his 95 theses in 1517
Autore: Ferdinand Pauwels
Licenza: Public domain, via Wikimedia Commons
Link: File:Luther95theses.jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata

Titolo: Papa Giovanni Paolo II e il Prof. Dal Lago durante l’udienza generale, 1983, Città del Vaticano
Autore: sconosciuto
Licenza: CC BY-SA 2.0 by Flickr
Link: 1983, Città del Vaticano: Papa Giovanni Paolo II e il Prof… | Flickr
Foto modificata

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