Keith Haring – Icone (1990) – Serigrafia su carta con rilievo – Nakamura Keith Haring Collection – Foto (modificata) Simona Colletta
Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027, Roma ospita nelle sale di Palazzo Braschi una mostra monografica dedicata a uno dei più celebri interpreti della cultura pop e visiva degli anni Ottanta del Novecento.
a cura di Simona Colletta
L’idea di un’arte al di fuori di musei e gallerie
Negli anni Ottanta l’arte, sull’onda di correnti alternative e dell’underground, esce dallo spazio museale per diffondersi nelle strade e nelle aree urbane: è il periodo del boom economico e del consumismo sfrenato, ma anche dell’incombente piaga dell’eroina, dell’epidemia di AIDS, della minaccia persistente della Guerra Fredda e delle profonde disparità economiche delle periferie. Gli artisti che promuovono la spinta innovativa abbandonano l’isolamento degli atelier privati e l’elitarismo delle gallerie d’arte, impegnandosi nella battaglia contro le disuguaglianze sociali. Spesso arrivano a indossare i panni dell’attivismo politico, stilizzando i messaggi di protesta in immagini iconiche, energiche e colorate, che si inseriscono nello spazio urbano come fosse un grande museo a cielo aperto. Questo fenomeno, spinto dalla nascente Street Art e dal Graffitismo, non è una semplice scelta estetica, ma un atto di denuncia sociale e di democratizzazione della cultura.

Keith Haring fotografato da Makoto Murata nella metropolitana di New York (1982/83) – Foto: Simona Colletta
Tra i promotori di tale rinnovamento c’è il giovanissimo writer americano Keith Haring. L’artista, nato nel 1958, a vent’anni si iscrive alla School of Visual Arts (SVA) di New York e, in breve tempo, si fa notare partecipando a mostre collettive. Nel 1982 debutta alla Tony Shafrazi Gallery di Soho con la sua prima grande personale e realizza il primo murale al Bowery. In meno di un decennio il giovane artista riesce a creare un linguaggio artistico fatto di icone vibranti e radiose che parlano di conflitti e discriminazioni di ogni genere. Si spegne nel 1990 all’età di trentuno anni per complicanze legate all’Aids, lasciando in eredità opere di grande valore espressivo, intense e fortemente attuali, capaci di incantare il pubblico con i colori accesi e le forme ripetute, dall’effetto ipnotico.
L’esposizione di Palazzo Braschi è curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria e coprodotta e organizzata dalla Sovrintendenza Capitolina e da MondoMostre, con il supporto di Zetema Progetto Cultura.
Dalle esperienze italiane alle prime performance di arte pubblica
Il percorso espositivo è diviso in dodici sezioni tematiche, la prima delle quali, intitolata Haring e l’Italia, è incentrata sul forte legame che ha unito l’artista al Belpaese. Durante il primo viaggio nella penisola, il writer americano fa tappa a Milano e Napoli. È il 1983 e su invito di Andy Warhol rivoluziona il negozio milanese di Fiorucci con una performance durata tredici ore. Napoli invece gli dedica una mostra personale, Italia ‘83, alla Galleria Lucio Amelio, dove firma un’opera per Terrae Motus, l’esposizione ideata da Amelio per chiamare a raccolta artisti internazionali dopo il devastante terremoto dell’Irpinia del 1980.

Keith Haring – Senza titolo (1983) – Acrilico su tela industriale – Opera realizzata per la mostra “Terrae Motus” di Lucio Amelio – Museo Reggia di Caserta – Foto: Simona Colletta
Nel 1984 Haring inaugura al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra Arte di Frontiera: New York Graffiti, durante la quale si esibisce in una pittura dal vivo sulla parete dell’edificio, all’epoca gestito dal Comune di Roma. Purtroppo, dopo poco tempo, durante un’opera di restauro, il suo murales venne cancellato e oggi ne resta solo la documentazione fotografica all’interno del museo.
L’arte della strada, seconda sezione della mostra, documenta l’estro dirompente e lo spirito anticonformista di Haring. Per lui, l’arte coincide con la vita stessa in un flusso potente che si riversa nelle strade, svincolato dalle convenzioni come autentica espressione di libertà. Nella sua produzione, la distinzione tra accademia e spazio urbano si azzera: ogni superficie sprigiona un potenziale artistico, trasformandosi in una tela inattesa. Gilet da cantiere, materiali di scarto, serbatoi di moto e cofani di auto abbandonate di un’auto smettono di essere semplici oggetti e rivelano potenzialità creative imprevedibili. In questo scenario il giovane Haring si muove instancabilmente tra i club underground della New York degli anni Ottanta, le gallerie d’avanguardia e i marciapiedi delle città, liberando la propria urgenza espressiva in performance che hanno ridefinito il concetto di arte pubblica.
Un immaginario basato su improvvisazione, militanza, icone innocenti e fregi cinetici
Le icone di Haring è la terza sezione dedicata a Icon, la serie di cinque serigrafie realizzata nel 1990, poco prima della sua morte. Le opere costituiscono una raccolta dei cinque personaggi più celebri creati durante la sua carriera. Il Radiant Baby è probabilmente la figura più famosa e rappresentativa elaborata da Keith Haring. Nelle pagine dei suoi diari, l’artista lo descrive come l’emblema della purezza, dell’innocenza, della bontà e del potenziale umano. Con la sua energia espansiva e il suo profondo ottimismo, questo piccolo personaggio incarna la fiducia incrollabile che Haring ripone nelle possibilità della vita stessa.

Keith Haring – Icone – Il bambino radiante (1990) – Serigrafia su carta con rilievo – Nakamura Keith Haring Collection – Foto (modificata) Simona Colletta
La quarta sezione, intitolata Risonanza politica e sociale, è una selezione di dipinti, manifesti e opere grafiche attraverso cui l’autore americano si è fatto portavoce delle grandi urgenze del suo tempo. Lontano dall’essere un semplice decoratore urbano, l’artista ha trasformato il proprio mezzo espressivo in un vero e proprio strumento di militanza, affrontando drammi collettivi come la diffusione dell’AIDS, la brutalità dell’apartheid e la minaccia nucleare, facendosi, dunque, accanito promotore di libertà e pace. In questa prospettiva, la mostra svela un interprete profondamente complesso, la cui densità concettuale e intellettuale va ben oltre l’ingannevole immediatezza e la solarità del suo segno grafico.

Alcune delle opere in esposizione – Foto: Simona Colletta
Nella quinta sezione, FDR drive mural, sono esposti sette dei trenta pannelli originali realizzati nell’autunno del 1984. Quest’opera monumentale fu concepita per accompagnare il tracciato della celebre arteria stradale che corre lungo il versante orientale di Manhattan, accanto all’East River. L’installazione si configura come vero e proprio fregio cinetico, progettato per dialogare con lo sguardo in movimento degli automobilisti e dei passanti. Le composizioni non sono statiche, ma sembrano prendere vita attraverso un repertorio iconografico inconfondibile fatto di figure danzanti, forme radianti, cani che abbaiano, corpi alati e lampadine sovradimensionate.

Scorcio di una delle sale espositive – Foto: Simona Colletta
Tra il 1980 e il 1985, il sottosuolo di New York si trasforma nel teatro della rivoluzione visiva di Haring. In questo arco di tempo l’artista dà vita a oltre cinquemila disegni a gessetto, colonizzando le stazioni della metropolitana e guadagnandosi il soprannome di Chalk Man, ovvero “l’uomo del gessetto”.
Nella sesta sezione intitolata Subway Drawings sono esposte le opere realizzate nei sotterranei della città. Per lui, ogni cartellone pubblicitario rimasto vuoto e coperto di carta nera non è un vuoto urbano, ma uno spazio di espressione da conquistare attraverso una vera propria ‘caccia’ creativa. Era facile che l’artista si appostasse sul primo vagone della metropolitana in osservazione delle banchine e che, appena avvistato un pannello vuoto, in uno scatto di pura improvvisazione, scendesse per disegnarci sopra prima che la sorveglianza o la polizia potessero bloccarlo. Ripetuti a oltranza sui muri sotterranei della città, i suoi personaggi cinetici diventano un marchio visivo iconico e immediato, impresso nella mente dei viaggiatori.
Il rapporto di Haring con la spiritualità, l’erotismo e la musica
Il tema della settima sezione Altarpiece: life of Christ, l’opera finale è un confronto intimo con la fragilità che assume una connotazione spirituale. Nell’ultimo anno di vita, Haring realizzaAltarpiece: life of Christ, una creazione in bronzo con una patina di foglia d’oro esposta in occasione del suo funerale.

Keith Haring – Pala d’altare: la vita di Cristo (1990) – Bronzo con patina in foglia d’oro – Nakamura Keith Haring Collection – Foto: Simona Colletta
Nell’opera reinterpreta la tradizionale pala d’altare cristiana secondo il proprio linguaggio visivo, rappresentando la tradizione religiosa in stile moderno, con Cristo al centro circondato da figure radianti e forme simboliche. Completata solo poche settimane prima della sua morte, The life of Christ è l’ultima opera dell’artista.
Le opere dell’ottava sezione, Eros radiante: inno alla vita, hanno come denominatore comune l’erotismo e la forza generativa dell’atto sessuale. L’artista comunica gioia ed energia carnale in un’epoca drammaticamente segnata dalla paura, dallo stigma sociale e dall’isolamento provocati dall’Aids. La sua è stata una scelta radicale e controcorrente, espressa attraverso immagini che rivendicano la vita, il piacere e l’identità queer. Dall’eros si passa alla musica nella nona sezione Un ritmo radiante. Le figure danzanti di Haring sembrano vibrare di energia e seguono un ritmo immaginario che pulsa visibilmente attraverso le immagini. Non si tratta di una semplice suggestione visiva: del resto, l’artista stesso era solito accompagnare le sessioni creative con un sottofondo musicale estremamente vario, dalle sonorità hip hop a quelle dei club più in voga a New York. Il suono si rivela fondamentale per la sua produzione artistica, trasformandosi da stimolo acustico a gesto pittorico. Questa sinestesia totale si trasmette direttamente nelle opere, permettendo al pubblico di entrare in sintonia con il suo universo creativo.

La copertina dell’album in vinile “Life Is Something Special” (1983) del gruppo musicale N.Y.C. Peech Boys realizzata da Keith Haring – Foto: Simona Colletta
Il percorso espositivo prosegue con la decima sezione, uno dei nuclei più intimi e filosofici della mostra, interamente dedicata all’Immaginario religioso e simbolico. Qui vengono raccolte le opere che rappresentano l’universo più intimo dell’artista, dove la tela diventa un ponte visivo tra misticismo, antropologia e filosofia. In questo ambito emerge un’approfondita conoscenza di culture lontane, in particolare legate alla tradizione africana, precolombiana e azteca. Attraverso questa combinazione interculturale, l’artista da forma e colore a concetti universali di vita, energia, spiritualità, trasformazione e speranza, in una manifestazione in grado di superare i vincoli di spazio e di tempo.
Dalla letteratura di Burroughs ai grandi contesti del quotidiano
Nell’undicesima sezione è esposta Apocalypse, una serie di ventidue litografie che illustrano dieci testi di prosa dello scrittore William S. Burroughs, esponente della Beat Generation.

Keith Haring – Alcune delle 22 litografie della serie “Apocalypse” (1988) – Foto: Simona Colletta
I testi, che descrivono un mondo sconvolto dal caos e dalla distruzione, vengono descritti da Haring con scene drammatiche in cui i cieli si squarciano, le folle urlano e le forze distruttive dilagano. La mostra si chiude con la dodicesima sezione, L’arte è per tutti, in cui sono raccolte le creazioni realizzate per arricchire ambienti di uso quotidiano e di ampia fruizione pubblica, come corsie di ospedali, parchi pubblici e scuole. Quest’ultima parte suggella l’impegno di Haring nei confronti della società e il lascito più importante del suo percorso creativo: l’arte non deve restare confinata nei musei o nei circuiti del collezionismo privato, ma deve circolare tra le persone, curare, unire e appartenere indistintamente a tutti, indipendentemente dalla condizione economica e sociale.
