Una sala dell’esposizione con una selezione di antichi volti e teste in terracotta e marmo – Foto: Demis Giannini

La mostra Broken. Il potere del frammento, visitabile nel museo fiorentino fino al 24 gennaio 2027, propone una galleria di opere di varia cronologia, accomunate da una condizione (voluta e non) di incompletezza.

a cura di Demis Giannini

Il frammento e le sue ‘cause’

Intorno al 70 d.C., Plinio il Vecchio scrive del Colosso di Rodi, una grande statua di bronzo che un terremoto aveva abbattuto. Giaceva a terra, in pezzi, e a suo giudizio faceva ancora meraviglia. Lo annota senza enfasi, come si annota una cosa vista di persona. A distanza di quasi duemila anni la stessa constatazione regge una mostra intera: quella che Palazzo Strozzi dedica a ciò che le sculture diventano quando si rompono.

Si tratta di Broken. Il potere del frammento, un’esposizione visitabile dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027 a Palazzo Strozzi di Firenze. Organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi e dalla National Gallery of Art di Washington, dove approderà in seguito, la mostra è curata da C. D. Dickerson, Andrew Sears e Arturo Galansino. Le opere sono oltre ottanta e vengono da istituzioni che non hanno bisogno di presentazioni: il Metropolitan Museum di New York, il Louvre, il British Museum, il Museo Nacional de Antropología di Città del Messico.

Chi si aspetta una storia della scultura in ordine cronologico resterà spiazzato. Il percorso non segue i secoli, bensì le ‘cause’. Una statua si spezza perché qualcuno la odia, perché passa una guerra, perché il mare la tiene per quasi duemila anni, perché l’acqua di un fiume entra in una chiesa. Oppure si spezza perché un artista, a un certo punto, decide di farlo. Tra il danno e la scelta corre un confine sottile, lungo il quale si sviluppano idealmente le sale della mostra. Dentro ci sono l’Egitto, l’Etruria, la Grecia e Roma, poi le culture premoderne di Messico, Perù, Mali e Cambogia; accanto a queste civiltà ci sono scultori di ogni secolo, da Giovanni Pisano a Canova, da Michelangelo a Rodin, fino agli autori contemporanei.

Dalla Testa di Manders a corpi antichi smembrati e trasformati

Il primo incontro avviene nel cortile rinascimentale, dove l’artista olandese-belga Mark Manders ha installato Tilted Head, una testa monumentale concepita appositamente per il palazzo. Il titolo dice già quasi tutto: una testa che non sta dritta, in uno spazio costruito per mettere in ordine le proporzioni. Più che da introduzione, l’opera funge da avvertimento. Chi entra sa di trovarsi davanti a un mondo andato in pezzi, che tuttavia non ha smesso di parlare.

Mark Manders – Tilted Head (2015-18) – Foto: Demis Giannini

Si parte dai volti, che sono la parte della figura umana che riconosciamo più in fretta. Del Monumento funebre a Margherita di Brabante, scolpito da Giovanni Pisano tra il 1312 e il 1314, restano soltanto frammenti: la tomba fu smembrata a Genova nell’Ottocento, tra soppressioni e trasformazioni urbanistiche. Accanto c’è il Naso e labbra di Akhenaton, databile intorno al 1350 a.C. Il faraone, che provò a spostare l’Egitto verso il culto di Aton, simboleggiato dal disco solare, dopo la sua scomparsa vide spezzate anche le proprie immagini. Chiude il gruppo la Testa di dea dall’Odeon di Erode Attico, in cui l’ossidazione delle ciglia di bronzo, essendo colata lungo le guance, sembra una lacrima. Nessuno l’aveva scolpita così. L’ha aggiunta il tempo.

Giovanni Pisano – Monumento funebre a Margherita di Brabante (1312-14) – Foto: Demis Giannini

La seconda sala è dedicata ai corpi. Nel Frammento di Ermes che si allaccia il sandalo manca quasi tutto, eppure la figura sembra ancora sul punto di muoversi, di completare il gesto. Il Torso di Cristo da una Deposizione dalla Croce ha una storia incredibile: fu ritrovato in un campo, in Francia, e venne persino usato come spaventapasseri. Un’immagine sacra che finisce per sorvegliare dei seminati. Due opere lontanissime per epoca e per funzione, che dicono la stessa cosa: un frammento può cambiare funzione più volte senza smettere di essere quello che è.

Da sinistra: il Torso di Cristo (XIV-XV sec.); il Torso colossale di Domiziano come Ercole (I sec. d.C.); il Torso di Livorno (V sec. a.C.) – Foto: Demis Giannini

Tra damnatio memoriae, guerre e segni della natura

Nella terza sala la frattura è voluta. Abbattere una statua significa quasi sempre colpire il potere che rappresenta, e l’umanità lo fa da molto tempo; la Roma antica aveva perfino un nome per questa pratica: damnatio memoriae. I frammenti attribuiti alla statua equestre di Demetrio I Poliorcete aprono una lunga serie di monumenti rovesciati per eliminare ciò che incarnavano. La Testa di re mago di Notre-Dame fu rimossa durante la Rivoluzione francese e finì riutilizzata nelle fondamenta di un edificio: una scultura sacra trasformata in materiale da costruzione.

La quarta sala mette insieme guerra e colonialismo. Le teste in gesso di Antonio Canova portano ancora i segni dei colpi di artiglieria che durante la Prima guerra mondiale raggiunsero Possagno: la superficie ha conservato una traccia dei bombardamenti che fa ormai parte dell’opera tanto quanto il modellato. Con la Testa di Buddha da Borobudur il discorso si sposta sulla dispersione dei manufatti e sul loro arrivo nei musei occidentali. Da qui si aprono interrogativi sulla provenienza delle opere e sulle restituzioni, questioni che oggi nessun museo può fingere di ignorare.

Statua monumentale di divinità in trono (1000-800 a.C.) – Provenienza: sito archeologico di Tell Halaf (Siria) – Sullo sfondo, nella vetrinetta centrale, la testa di Buddha da Borobudur (circa 780-830 d.C.) – Foto: Demis Giannini

Non sempre c’è un colpevole. Nella quinta sala sono il mare, le eruzioni, le alluvioni e il tempo a trasformare la materia. Il Ragazzo accovacciato dal relitto di Anticitera ha passato quasi duemila anni sott’acqua, e il marmo lo racconta: alcune parti si sono salvate, altre sono state mangiate dalla corrosione. Il Cristo portacroce presenta i segni dell’alluvione di Firenze del 1966: una data che da queste parti non ha bisogno di spiegazioni e di cui conserva i segni come parte della propria storia.

Cristo portacroce (XIV-XV sec.) e il Ragazzo accovacciato (o lottatore) del relitto di Anticitera (I sec. a.C.) – Foto: Demis Giannini

Il frammento come origine e “cellula” di nuove opere

A questo punto la mostra cambia direzione. Il frammento smette di essere soltanto ciò che avanza e diventa materiale da cui si può ripartire. La Statuetta di giovane africana nasce dall’unione di una testa ellenistica con un corpo realizzato secoli più tardi: una ricomposizione antica, fatta da qualcuno che aveva davanti dei pezzi e ha voluto farli stare insieme. Con The Swan di Francesco Vezzoli la stessa operazione arriva ai giorni nostri: frammenti antichi riassemblati in una figura nuova, che non risponde a un’identità sola.

La sala dedicata a Danh Vo è tra le più evocative del percorso. L’artista vietnamita mette insieme frammenti di sculture antiche e materiali di oggi. In una delle sue opere un Cupido rinascimentale in marmo, smembrato, è chiuso in una valigia di lusso, e l’allusione al mercato dell’arte, che sposta le opere dove c’è il denaro, arriva senza bisogno di didascalie. Si parla di viaggi, di collezionismo, di migrazioni, di come un’identità sia fatta di storie diverse e sovrapposte.

L’ottava sala si intitola Scolpire il frammento, ed è qui che l’incompletezza diventa una scelta estetica. La mano destra di una statua colossale tradizionalmente associata a Costantino mostra come una sola parte del corpo possa reggersi da sola nello spazio, senza chiedere il resto. Il dialogo con Michelangelo e con il non finito è qui più che evidente e prosegue attraverso la lezione di Rodin. Michelangelo, del resto, ai frammenti era interessato: tra le opere in mostra c’è un suo bozzetto in terracotta di nudo femminile, databile intorno al 1533, conservato a Casa Buonarroti e modellato con un braccio volutamente mozzato. Con Foot di Louise Bourgeois il frammento diventa invece intimo, biografico, legato al lutto e alla memoria.

Dito indice del Colosso di Costantino (313-315 d.C.) – Foto: Demis Giannini

Il frammento come reliquia e metafora di dolore

Nel Novecento il corpo spezzato diventa un modo per parlare di fragilità, desiderio e morte. In Untitled (Meat Cable) di Paul Thek, forme di cera simili a brandelli di carne si pongono a metà tra reliquia e materia organica. In Untitled di Robert Gober, una gamba isolata è accostata a una candela: un’immagine sospesa, familiare e inquietante insieme, attraversata dalla memoria della crisi dell’AIDS.

L’ultima sala è di Paul Pfeiffer. Nella serie Incarnator l’artista ha affidato a scultori diversi la realizzazione separata di testa, braccia, gambe e torso di una celebrità della musica pop, ricorrendo a tecniche della statuaria religiosa. Le parti non vengono ricomposte; ognuna è a sé stante, come una reliquia dei nostri anni. Dopo aver attraversato nove sale alla ricerca di un tutto perduto, qui ci si ritrova davanti a un tutto che non è mai esistito: la frammentazione è il punto di partenza e non il risultato di una perdita.

Altre opere meritano almeno un cenno. La storia del Piede sinistro della statua equestre in bronzo di Luigi XIV è legata all’assalto iconoclasta a Place Vendôme, il 12 agosto 1792. La Donna scarificata, scultura huasteca del 200 d.C. circa, fu spezzata di proposito e gettata in una sorgente naturale; sulle spalle porta cinquantadue cicatrici. Il busto in bronzo Dux di Adolfo Wildt, del 1923, ci guarda crivellato dai colpi sparati dai partigiani dopo la Liberazione e non ha bisogno di molte spiegazioni. E poi Filozof di Alina Szapocznikow: una testa di gesso sproporzionata in equilibrio precario su una gamba sottile e nervosa, che allude a un intellettualismo maschile instabile e un po’ inquietante.

La locandina esposta a Palazzo Strozzi – Foto: Demis Giannini

Il carattere “non finito” della mostra

C’è un’altra cosa che la mostra fa senza dirlo troppo: affida un compito a chi guarda. Davanti a un braccio che manca, o a un volto ridotto a pochi tratti, si ricostruisce a mente quello che non c’è, oppure si decide di lasciarlo mancare. In entrambi i casi si lavora insieme all’opera. Dal Romanticismo in poi il frammento e il non finito hanno un valore poetico proprio, e l’arte contemporanea ha continuato a servirsene per parlare di corpo, identità, storia e memoria. Dunque, Broken costruisce una storia della scultura alternativa a quella fondata sull’integrità e sulla perfezione. Ogni pezzo si porta dietro la propria ferita: una guerra, un fiume, il gesto di un artista. Alcuni la mostrano, altri la nascondono bene.

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