Un angolo della mostra – Foto: Mario Severino

A Napoli, nella sede della Fondazione Made in Cloister, dal 17 ottobre 2026 al 6 marzo 2027 Anohni propone la sua prima personale in Italia, che conclude il programma della rassegna culturale Rinascita.

a cura di Mario Severino

The Angel of Death: l’opera cardine dell’allestimento, tra religiosità e mondo animale

Per la sua prima personale in Italia, Anohni trasforma il chiostro cinquecentesco di Santa Caterina a Formiello in un organismo immerso nell’oscurità. Per la prima volta, tale contesto viene completamente oscurato con teli neri. Sulle pareti scorrono immagini di cigni che fluttuano sull’acqua; sculture, dipinti astratti, testi enigmatici e materiali di recupero compongono un paesaggio sospeso tra rovina industriale, apparizione religiosa e visione post-apocalittica. Al centro del chiostro emerge una presenza monumentale alta cinque metri: The Angel of Death, una forma astratta e monolitica che richiama l’iconografia della dea Kali. La sua massa evoca un osso di bacino di balena, un frammento corporeo gigantesco e primordiale, residuo materiale di una creatura che ha abitato il mondo prima di noi. Attorno, i cigni sembrano testimoni di una cerimonia funebre. La loro eleganza, tuttavia, non ha nulla di rassicurante: è una grazia selvatica, esposta alla vulnerabilità, alla perdita e alla violenza della storia.

The Angel of Death – Foto: Mario Severino

Anohni non costruisce una scenografia della fine per offrire il conforto di una catastrofe estetizzata. Ci chiede piuttosto di sostare dentro ciò che sta accadendo, senza distogliere lo sguardo. È l’imperativo che attraversa da tempo il suo lavoro: “It’s time to feel what’s really happening.”, ossia “È tempo di sentire ciò che sta realmente accadendo”. Non semplicemente saperlo, ma riconoscere che la crisi ecologica, la violenza politica e la distruzione delle altre forme di vita attraversano i nostri corpi, le nostre relazioni e il nostro immaginario.

Una carriera contro le gerarchie del vivente

Nata nel Regno Unito nel 1971, Anohni ha costruito una delle traiettorie più singolari della cultura contemporanea, attraversando musica, arti visive e performance. Negli anni Novanta fonda a New York il gruppo performativo The Johnsons, il cui nome rende omaggio a Marsha P. Johnson, figura fondamentale della storia della liberazione trans. Da quell’esperienza nascerà il progetto musicale Anohni and the Johnsons, consacrato internazionalmente nel 2005 con I Am a Bird Now, vincitore del Mercury Prize.

Proiezione dei cigni sulle pareti del chiostro – Foto: Mario Severino

La sua voce, insieme fragile e solenne, esplora il dolore, l’identità, il desiderio e la possibilità di una trasformazione collettiva. Ma ridurre la sua ricerca a quella di una musicista che ha esteso il proprio lavoro alle arti visive significherebbe trascurarne la natura profondamente ibrida: nelle sue opere la performance diventa rituale, la canzone testimonianza e il corpo un luogo di conflitto politico e spirituale. Già nel 1995, con Miracle Now: A Dream for the Future at the End of the World, Anohni immaginava una catastrofe capace di inghiottire la vita sulla Terra, seguita da un lungo periodo di oscurità e da una possibile rinascita. Una figura infantile transfemminile attraversava simbolicamente la storia dell’umanità, incarnandone la sofferenza e l’istanza di riscatto. A distanza di oltre trent’anni, Jesus as a Girl riprende quella visione e la trasferisce in uno spazio architettonico reale, trasformando il chiostro in un teatro cosmologico.

Il percorso artistico comprende tappe decisive come Turning (2004-2006), realizzato con Charles Atlas e incentrato sulla presenza di tredici donne, e Future Feminism (2014), progetto scultoreo e performativo sviluppato con Kembra Pfahler, Johanna Constantine e Bianca e Sierra Casady. Nel 2016, con l’album Hopelessness, Anohni porta al centro della propria ricerca la violenza sistemica, la sorveglianza e la devastazione ambientale. Con My Back Was a Bridge for You to Cross (2023), la resilienza transfemminile si intreccia, invece, alla memoria e alla solidarietà tra soggetti marginalizzati. In questo lavoro, la fisicità non conforme non è soltanto un’identità da rappresentare: è una prospettiva dalla quale mettere in discussione l’ordine che stabilisce quali corpi meritino protezione, quali vite abbiano valore e quali esistenze possano essere sacrificate.

Go Through This Door if You Are Sorry for the Things You Did – Foto: Mario Severino

Jesus as a Girl: riscrivere la figura di Cristo

Il titolo della mostra contiene già un gesto politico e teologico. Non una semplice inversione iconografica, né una provocazione, ma il tentativo di riscrivere la narrazione attraverso cui il sacro è stato storicamente organizzato. Anohni si definisce animista, pur provenendo da un’educazione cattolica. La sua prospettiva spirituale riconosce alla materia un valore che non dipende dalla sua utilità per l’essere umano: la pietra, l’animale, il legno, l’acqua e il corpo non sono elementi subordinati a un disegno superiore, ma partecipanti a una rete di relazioni che precede e oltrepassa l’individuo che ne è solo una parte, in cui scorrono le medesime energie.

“Non credo che una volpe, dopo morta, vada in un posto diverso da quello in cui andrò io” –  ha affermato l’artista dialogando con il pubblico nel presentare la mostra – “E le stesse molecole che le appartenevano ora sono in questo tavolo, nell’acqua in questo bicchiere…”.

La materia è quindi per Anohni un luogo di continuità che dissolve le gerarchie tra le specie e mette in discussione l’idea che l’essere umano occupi una posizione privilegiata nell’ordine del vivente. È su questo terreno che Jesus as a Girl interroga alcune interpretazioni storiche e patriarcali delle religioni abramitiche, nelle quali la separazione gerarchica tra l’essere umano e il resto del creato ha contribuito a legittimare il dominio sulla natura. La femminilizzazione della divinità, già centrale in Future Feminism, diventa qui una proposta di rifondazione simbolica. Se il sacro può essere nuovamente immaginato, anche le gerarchie che regolano il rapporto tra gli esseri viventi possono essere trasformate.

La figura di Gesù bambina, evocata anche nel brano Hope Mountain del 2005, emerge da una “caverna bianca e oscura” dopo un lungo periodo di sottomissione. La sua apparizione non annuncia il ritorno a un ordine perduto, ma la possibilità di interrompere una storia fondata sulla subordinazione delle donne e sulla separazione dell’umanità dal resto del vivente. Il femminile non coincide con un’essenza biologica, ma con una forza simbolica e politica che destabilizza il principio patriarcale del dominio: la capacità di riconoscere la vulnerabilità, la dipendenza reciproca e il valore di ciò che non può essere ridotto a strumento.

Un piccolo santuario realizzato con legni antichi legati alla precedente vita industriale dell’edificio – Foto: Mario Severino

Il matriarcato e il consiglio delle nonne

Questa riflessione si inserisce in un dibattito più ampio sulle origini delle società patriarcali. Anohni cita l’archeologa Marija Gimbutas, la quale elaborò una teoria secondo cui alcune società neolitiche europee avrebbero attribuito un ruolo centrale alle donne e alle divinità femminili, instaurando civiltà di tipo matriarcale. Secondo la sua interpretazione, le migrazioni di popolazioni indoeuropee provenienti dalle steppe eurasiatiche tra il V e il III millennio a.C. avrebbero concorso a trasformare queste società in strutture gerarchiche, guerriere e patriarcali.

Al di là di questa tesi, resta una domanda politica: che cosa significa costruire una civiltà nella quale la cura della vita abbia più valore della conquista? Per secoli, le guerre sono state combattute prevalentemente da uomini che si sono uccisi in nome di territori, sovranità e interessi contrapposti. Eppure, gli stessi nemici si sono poi ritrovati al tavolo delle trattative, stringendosi la mano e firmando accordi, mentre le conseguenze dei loro conflitti sono ricadute e continuano a ricadere su chi non ha avuto alcun potere decisionale. In numerosi contesti storici, le donne sono state trattate come bottino di guerra, merce di scambio tra famiglie e regni, strumenti per consolidare alleanze attraverso matrimoni imposti. Hanno subito violenze sessuali, deportazioni, separazioni dai propri figli, portando nel corpo e nella memoria le conseguenze di decisioni prese dagli uomini.

Anohni si sofferma soprattutto su questo: la necessità di riconoscere una struttura storica nella quale il potere militare e politico è stato prevalentemente maschile e il corpo femminile è diventato spesso un terreno di conquista. E dunque, se il patriarcato ha storicamente associato il potere alla guerra e al controllo, quale altra forma di autorità possiamo immaginare? Nella visione politica evocata da Anohni emerge la figura della granma (nonna), che introduce una prospettiva radicalmente diversa: una società ideale in cui il potere non si misura attraverso l’accumulazione, la forza militare o il dominio territoriale, ma attraverso la responsabilità verso la comunità e le generazioni future. La nonna rappresenta una figura di trasmissione e memoria, capace di pensare oltre l’orizzonte immediato dell’individuo. Un’immagine alternativa di autorità, fondata sull’esperienza, sulla relazione e sulla responsabilità verso ciò che verrà dopo.

L’immagine del consiglio delle nonne come forma di governo, proposta da Anohni, può sembrare buffa e farci sorridere, ma ciò dipende proprio dai pregiudizi che abbiamo interiorizzato: “È più difficile immaginare la fine del mondo che la fine del patriarcato” dice Anohni. La sua utopia non consiste nel sostituire il dominio maschile con quello femminile, ma nel superare una cultura che considera i corpi strumenti di potere e la natura un territorio da conquistare. In questo senso la prospettiva dell’artista è insieme ecologica e transfemminista. Insiste sulla possibilità che i corpi non conformi aprano varchi nei sistemi che pretendono di stabilire identità, ruoli e destini. Non soltanto per includerli in una società immutata, ma per riconoscere che la loro stessa esistenza può mettere in discussione le regole che organizzano quella società.

Opere realizzate con materiali di risulta – Foto: Mario Severino

L’ecocidio e il paradiso della sorveglianza

Restituire al femminile un posto al centro della creazione significa contestare la gerarchia che separa chi governa da chi è governato, chi agisce da chi subisce, chi viene riconosciuto come soggetto da chi viene ridotto a risorsa. La critica di Anohni investe il sistema che rende alcune esistenze sacrificabili e trasforma il mondo vivente in una riserva di risorse da sfruttare. L’ecocidio, inteso come distruzione degli ecosistemi, attraversa Jesus as a Girl non come una minaccia futura, ma come un processo già in atto, di cui siamo testimoni e, in diversa misura, responsabili. Quando il progresso si misura esclusivamente attraverso l’accrescimento del potere umano, coincide con una riduzione irreversibile delle possibilità della vita.

La grande barriera corallina, al centro della riflessione dell’artista e della performance Mourning the Great Barrier Reef, diventa l’emblema di una perdita che nessuna innovazione tecnologica potrà davvero compensare. Un ecosistema può scomparire mentre il sistema economico che ne determina la distruzione continua a perseguire la propria espansione. La visione di Anohni rifiuta la separazione assoluta tra umano e animale, materia e spirito, la nostra sorte e quella delle altre creature. La morte non stabilisce una gerarchia, ma rivela una condizione condivisa.

Da questa prospettiva nasce anche il rovesciamento di una delle immagini basilari dell’immaginario cristiano: il paradiso terrestre. Quello che dovrebbe rappresentare il luogo della massima perfezione può rivelarsi, a uno sguardo diverso, un incubo. Un giardino in cui ogni creatura ha un ruolo prestabilito, ogni gesto ricade sotto uno sguardo superiore e ogni forma di vita è inscritta in un ordine che non può mettere in discussione. Dietro la promessa della perfezione si nasconde così la possibilità di un controllo assoluto: un mondo apparentemente armonioso, ma fondato sull’obbedienza e sull’impossibilità di sottrarsi allo sguardo di chi lo governa. Il paradiso si trasforma in uno spazio di sorveglianza.

Questa immagine entra in risonanza con alcune utopie tecnologiche contemporanee, come i progetti di colonizzazione di Marte promossi da Elon Musk. L’ambizione di trasferire l’umanità in ambienti artificiali, progettati per garantirne la sopravvivenza e sottoposti a condizioni di controllo tecnologico estremo, solleva una domanda: quale idea di esistenza si nasconde dietro il desiderio di costruire un ambiente nel quale ogni variabile possa essere prevista e regolata? E che cosa resta della libertà quando la sopravvivenza dipende da un sistema che controlla ogni condizione della vita? Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modello di potere e di convivenza che essa contribuisce a realizzare. Un mondo progettato per eliminare ogni imprevisto rischia di diventare incapace di accogliere l’alterità, la trasformazione e l’autonomia delle forme di vita.

Una delle opere in esposizione – Foto: Mario Severino

L’oscurità che avvolge il chiostro assume un significato preciso. In opposizione alla pretesa di una visibilità totale e all’illusione di poter rendere ogni cosa controllabile, il buio introduce un limite. Ci costringe a rinunciare alla padronanza dello sguardo e del controllo. Per immaginare una rinascita occorre allora mettere in discussione l’idea di paradiso che abbiamo ereditato: non un luogo da possedere e amministrare, ma un mondo da abitare insieme alle altre forme di vita, senza presumere di esserne i padroni.

Jesus as a Girl chiede di guardare la distruzione prodotta dal modello di sviluppo dominante senza trasformarla in uno spettacolo distante. La crisi ecologica è anche una crisi spirituale e dell’immaginazione. In sostanza, continuiamo a concepire il mondo attraverso le stesse categorie di dominio, separazione e controllo che hanno contribuito alla sua devastazione.

Materia e memoria

La mostra incorpora anche materiali recuperati nelle strade e nei depositi industriali di Napoli, insieme a frammenti di giornali degli anni Venti che documentano le trasformazioni politiche, il fascismo, il colonialismo e gli interventi petrolchimici nel territorio. Le tracce del passato non vengono ricomposte in un racconto lineare: riaffiorano come residui di una memoria materiale che continua a condizionare il presente. In un angolo del chiostro, un piccolo santuario è realizzato con legni antichi legati alla precedente vita industriale dell’edificio, un tempo sede di un lanificio. I materiali conservano i segni del loro uso, ma l’intervento artistico li trasforma senza cancellarne la provenienza. La rigenerazione non coincide con la rimozione del passato, bensì con la possibilità di attribuirgli un significato nuovo.

Opere realizzate con frammenti di giornali degli Anni Venti e maschere di porcellana realizzate dall’Istituto Palizzi – Foto: Mario Severino

Anche le maschere in porcellana, realizzate con il coinvolgimento dell’Istituto Statale Polo delle Arti Caselli Palizzi, mettono in relazione la ricerca di Anohni con le competenze artigianali locali. Visione, materia, sapere manuale e storia del luogo concorrono alla costruzione dell’opera. Questa dimensione è essenziale per comprendere il progetto della Fondazione Made in Cloister, nata per connettere produzione culturale, artigianato e rigenerazione urbana. Trasformare un luogo non significa cancellare le tracce della fatica e del lavoro, ma riconoscere in esse una possibilità di continuità.

Il progetto Rinascita

Con Jesus as a Girl si conclude Rinascita, il programma biennale avviato nel 2025 dalla Fondazione Made in Cloister insieme a Nonlineare, iniziativa indipendente fondata da Teresa Iarocci Mavica. Attraverso mostre, residenze e attività di ricerca, il progetto ha messo in dialogo arte contemporanea, architettura, memoria, territorio e comunità.

Il titolo contiene un’ambiguità produttiva. Rinascere può significare ricominciare, ma anche attraversare una perdita; può evocare la promessa di un futuro migliore oppure ricordare che nessuna trasformazione è possibile senza confrontarsi con ciò che è stato distrutto. Il programma ha insistito su questa seconda accezione, evitando di ridurre la rigenerazione a una retorica ottimistica. Il percorso si è articolato attraverso tre mostre precedenti: Il Sol dell’Avvenir (2025), Il cavallo bianco, gravido (2025), ed E tuttavia crediamo che la vita sia piena di fortunate possibilità (2026). I titoli delineano una traiettoria che passa dall’immaginazione del futuro alla presenza animale, fino alla persistenza della speranza in condizioni di incertezza. Il cavallo bianco di Domínguez trova una risonanza nelle apparizioni dei cigni di Jesus as a girl. Sono presenze, queste, che interrompono la centralità dello sguardo umano e suggeriscono altre forme di relazione con il vivente.

La tappa conclusiva di Rinascita, affidata ad Anohni, non riassume semplicemente il programma, ma ne radicalizza le domande. Se le mostre precedenti hanno esplorato la trasformazione attraverso il futuro, la gravidanza animale e la possibilità, Jesus as a Girl porta in primo piano il problema del potere: chi può immaginare la rinascita, a quali condizioni e per quali forme di vita? La scelta da parte dei curatori di lasciare all’artista piena libertà di intervento assume in questo contesto un significato preciso. Rinascere significa anche rinunciare al controllo, consentire allo spazio di cambiare voce e accogliere ciò che non si può prevedere. Il chiostro, con la sua immagine storica, è attraversato da presenze che ne modificano la percezione. La rigenerazione diventa così una pratica che non cancella le stratificazioni di un luogo, ma le rende nuovamente attive attraverso l’incontro tra arte, tecniche artigianali e comunità.

Un angolo della mostra – Foto: Mario Severino

La rinascita non è una promessa

In conclusione, Jesus as a Girl non offre l’immagine consolatoria di un mondo salvato. Il suo Angelo della Morte non annuncia una riconciliazione facile, i cigni non promettono che la natura saprà sempre rigenerarsi e la bambina divina non restaura un ordine perduto. La sua apparizione mette in discussione l’ordine stesso: le gerarchie che hanno separato l’umano dal non umano, il maschile dal femminile, la spiritualità dalla materia e il progresso dalla responsabilità, un dualismo che Anohni rifiuta categoricamente. “La luce non è il contrario dell’oscurità, ma tante piccole fiammelle che brillano in un’oscurità infinita”, afferma durante la conferenza. E il paradiso terrestre non è un luogo verso cui tornare, ma un’immagine da interrogare, soprattutto quando la promessa di perfezione si traduce nel controllo assoluto della vita. La rinascita non può consistere nella costruzione di un nuovo giardino recintato, tecnologicamente impeccabile e amministrato da un potere invisibile. Deve significare convivere con ciò su cui non abbiamo controllo, accogliere le diverse manifestazioni di vita sulla Terra e riconoscere il valore delle altre forme di esistenza, rinunciando all’idea che il mondo sia stato creato per servirci e obbedirci. Anohni non indica una via d’uscita già pronta. Offre una cerimonia per attraversare il presente, un osso gigantesco, animali che nuotano nell’aria, immagini che non ricompongono il mondo, ma ci costringono a riconoscerne la fragilità, a guardare in faccia la distruzione e provare a immaginare un’altra origine: una bambina che emerge dal buio e che porta una speranza.

Di admin

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