Foto: Simona Colletta, modificata con IA

La scrittrice toscana, in questo libro selezionato tra i finalisti del Premio Strega 2026, mette in evidenza il lato più umano di un boss della malavita napoletana.

a cura di Simona Colletta

La protagonista: da giornalista d’inchiesta a confidente di un camorrista

Tutte le donne sono regine: a pronunciare quest’affermazione è Giuseppe Misso, detto O’ Nasone, capo clan del rione Sanità che tra gli anni Settanta e Novanta ha conteso alla famiglia Giuliano e alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo il controllo delle attività illecite di Napoli. È una dichiarazione d’amore e di devozione all’universo femminile che il boss rilascia alla protagonista del romanzo, una giornalista inviata a intervistarlo dalla testata per cui lavora.

Misso, ormai stanco e anziano, sotto il fardello di morti ammazzati per lotta o per vendetta, si concede alle domande della cronista. Trattandosi di una donna, per giunta completamente a digiuno di inchieste sulla camorra, il malavitoso la ritiene libera dai pregiudizi e meritevole di raccogliere le sue confidenze. Tra i due personaggi di estrazioni sociali opposte – lui figlio della criminalità dei rioni affamati del dopoguerra; lei borghese e benestante romana – si instaura un rapporto di reciprocità e condivisione che dà il via a una lunga frequentazione, iniziata per la pubblicazione di un articolo e poi continuata per la stesura di un libro. 

Un boss che non parla di omicidi, ma di traumi, affetti e passioni

Può il racconto della vita di Misso delineare la storia della camorra? Ma soprattutto una corrispondente che scrive di cultura e società può narrare di un capo clan omettendo dal racconto le sparatorie e gli omicidi, eppure darne una descrizione rappresentativa? La scrittrice incentra l’attenzione sui legami che segnano la vita del camorrista: l’amicizia fraterna con Luigi Giuliano, trasformatasi in guerra senza quartiere per il controllo della città; la stima per il socio d’affari Nino Galeota, l’amore paterno per il giovane Carmine Lombardi. Così, scavando indietro nel tempo, emergono il ricordo della sorella Agata, morta sotto i bombardamenti americani nel 1943, e il trauma della mancanza del padre, Michelangelo Misso, che abbandona la famiglia per crearsi una nuova vita in Brasile. Senza poi tralasciare il racconto delle grandi passioni del boss: dalle donne alla letteratura e all’allevamento dei colombi, ai quali ad un certo punto lascia la libertà di volare via. Sono tutte informazioni che un giornalista d’inchiesta, esperto di criminalità, valuterebbe come “materiale di scarto” o informazioni di poco conto, dal momento che quello che interessa ad un certo tipo di narrazione è la cronaca dei fatti criminali. La Ciabatti, invece, usa la storia di Misso per parlare di altro, analizzando quello che accomuna gli esseri umani, seppur provenienti da mondi diversi, nel modo di sentire e reagire alle sollecitazioni della vita.

La spontanea empatia tra una madre e un padre, entrambi segnati da vicende familiari Il romanzo si sviluppa attorno all’evoluzione del legame tra la giornalista e il boss, che ad un certo punto arrivano perfino a condividere le preoccupazioni di genitori, che per lei si traducono negli istinti suicidi di una figlia tredicenne e per lui nell’accettazione di un figlio omosessuale, condizione insostenibile per la cultura camorrista. Lo stile narrativo del testo non si dilunga in giri di parole ma va diretto alla descrizione dello stato d’animo dei personaggi, favorendo l’immedesimazione del lettore, che riesce a focalizzare al posto dell’assassino l’immagine di un vecchio signore che, dopo oltre trent’anni, è stato ormai dimenticato dalla città che lo acclamava come O’ Gioiello. Donnaregina, su proposta di Roberto Saviano, è stato scelto dalla giuria tra i dodici finalisti del Premio Strega 2026. Nel medesimo concorso la Ciabatti ha già raggiunto il secondo posto nel 2017 con La più amata e il settimo con Sembrava Bellezza nel 2021.

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