La parete di fondo della cappella – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata con IA)

Nell’ottavo centenario del transito del “poverello d’Assisi”, ritornano a splendere i magnifici affreschi della Basilica di Santa Croce a Firenze, realizzati dal più grande maestro del Medioevo italiano.

Nel ciclo francescano una proiezione della Firenze medievale

Il ciclo pittorico della cappella Bardi di Santa Croce è una delle testimonianze più alte della maturità figurativa di Giotto e della sua bottega. Gli affreschi raccontano con straordinaria forza narrativa, attraverso le immagini, alcuni dei momenti più significativi della vita e della morte di san Francesco, restituendo al visitatore non soltanto la vicenda biografica del santo, ma anche la complessa visione religiosa, culturale e artistica della Firenze del primo Trecento.

La storia è strettamente legata a quella della famiglia Bardi, potenti banchieri e mercanti che seppero estendere la loro attività ben oltre i confini cittadini, rapportandosi con le più importanti corti europee, compresa la curia papale, acquisendo e consolidando un prestigio economico e sociale di dimensione internazionale. La presenza dei Bardi a Santa Croce, quindi, è il riflesso del ruolo assunto dalla famiglia anche negli ambiti religioso e artistico. La decorazione della cappella, in particolare, è strettamente legata alla figura di Ridolfo, che ne fu il committente.

Inquadramento storico e commissione

Il ciclo affrescato con le Storie di san Francesco, situato nella Cappella Bardi della Basilica di Santa Croce a Firenze, copre una superficie di circa 180 metri quadrati. La datazione precisa dell’opera è ancora oggetto di dibattito critico, ma un termine fondamentale è rappresentato dalla raffigurazione di san Ludovico di Tolosa con l’aureola (figlio di Carlo d’Angiò e fratello di Roberto detto il saggio, che divenne re di Napoli, proprio per la rinuncia di Ludovico), canonizzato nel 1317, affrescato sulla parete di fondo, in alto a sinistra. Il ciclo va quindi inquadrato nel periodo in cui Giotto raggiunse la sua maturità artistica. Dal punto di vista esecutivo, come evidenziato dagli esperti, il pittore ha lavorato su una base a fresco, facendo poi ampio uso di tecniche a secco, sia per ampliare la gamma dei pigmenti utilizzati sia per modulare meglio gli effetti cromatici, spaziali e i tempi del cantiere.

Simone Martini – San Ludovico da Tolosa (1317) – Tempera e oro su tavola – Real Bosco e Museo di Capodimonte, Napoli – Foto: Giorgio Manusakis

Descrizione degli affreschi e dell’invenzione spaziale

Le pareti della cappella sono decorate con sei scene principali, ispirate alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio (la biografia del santo d’Assisi divenuta ufficiale nel Capitolo generale di Parigi del 1266), dove Francesco viene presentato come l’alter Christus. L’opera è disposta su tre registri sulle pareti sinistra e destra, con una lettura che procede dall’alto verso il basso. La narrazione è integrata dalle Stimmate sopra l’arcone d’ingresso, dai santi francescani sulla parete di fondo e dalle allegorie delle virtù nella volta.

Giotto – San Francesco che riceve le stimmate. Cappella Bardi, Chiesa santa Croce, Firenze – Licenza: Public domain, via Wikimedia Commons

Sulla lunetta è rappresentata la rinuncia di Francesco ai beni paterni. Giotto rappresenta il giovane santo seminudo e in preghiera, protetto dal mantello del vescovo, che si contrappone al padre Bernardone trattenuto dalla folla, con alcuni ragazzi che lanciano pietre ai margini. Sullo sfondo spicca un grandioso edificio classico prospettico con peristilio, concepito per il punto di vista dal basso dell’osservatore al centro della cappella.

San Francesco rinuncia ai beni paterni – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

Segue la scena dell’apparizione al Capitolo di Arles, dove Francesco appare miracolosamente a braccia levate davanti ai confratelli e a sant’Antonio da Padova. Giotto adotta qui un’innovativa prospettiva trapezoidale ribaltata che amplifica lo spazio della stanza.

San Francesco appare al Capitolo di Arles – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

Più sotto, sono dipinte le esequie di san Francesco. Nella scena sono rappresentati insieme il compianto dei frati attorno al cataletto, la verifica delle stigmate da parte dell’incredulo cavaliere Girolamo e l’ascensione in cielo dell’anima del santo. È una delle parti più celebri del ciclo per la pacata ed eloquente espressività dei volti e dei gesti dei frati.

Esequie di San Francesco – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

Nella lunetta è affrescata l’approvazione della Regola francescana da parte del Papa. Nota di rilievo è la scelta di raffigurare il Poverello senza barba, legata all’orientamento della corrente conventuale di offrire un’immagine più ‘civile’ del fondatore.

L’approvazione della Regola francescana – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

A seguire, è raffigurata la prova del fuoco davanti al Sultano, che mostra Francesco pronto ad affrontare le fiamme davanti al sovrano assiso al centro su un trono monumentale di gusto proto-rinascimentale.

La prova del fuoco, dettaglio della parte destra – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

Nella parte più bassa vengono raffigurate le miracolose visioni dell’ascensione di Francesco, che frate Agostino e il vescovo Guido d’Assisi ebbero simultaneamente mentre si trovavano nel Gargano.

Le visioni di frate Agostino e del vescovo Guido; dettaglio parete destra – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

Sopra l’arcone di ingresso, come già accennato, si trova la grande scena di san Francesco che riceve le Stimmate, accompagnata dai clipei (medaglioni circolari che racchiudono un busto o un ritratto, derivati direttamente dalla tradizione tardo-antica e romana) di Adamo ed Eva.

Nella volta a vela figurano le allegorie delle virtù francescane (Obbedienza, Castità, Povertà), inserite in un’ossatura architettonica illusionistica che trasforma la cappella in una sorta di grande ciborio dipinto.

La volta della cappella, con le virtù francescane, dopo il restauro – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

Sulla parete di fondo sono invece affrescate e leggibili, a figura intera, santa Chiara, san Ludovico di Tolosa e santa Elisabetta d’Ungheria, anche se quest’ultima è parzialmente perduta.

Storia conservativa e restauri storici

La storia della conservazione di questo ciclo è molto articolata e parte dalla scialbatura settecentesca, collocabile entro il 1730, allorquando le dipinture murali furono interamente coperte e nascoste sotto diversi strati di imbiancatura a calce. Successivamente (1812-1818), vennero addossati nel registro inferiore delle pareti i cenotafi in memoria degli architetti Giuseppe Salvetti e Niccolò Paoletti. I primi significativi lavori di recupero avvennero durante gli interventi di riqualificazione condotti tra il 1851 e il 1952; le pitture riemersero casualmente dalla calce. Il restauro fu affidato a Gaetano Bianchi, il quale tolse l’intonacatura (descialbo) provocando tuttavia abrasioni e graffi superficiali. La rimozione contestuale dei due cenotafi causò la perdita definitiva di ampie porzioni di affresco dietro di essi. Secondo i criteri dell’epoca, Bianchi ricostruì a tempera le parti mancanti e patinò le superfici.

Un altro passo deciso verso il recupero della preziosa opera giottesca avvenne tra il 1957 e il 1959 sotto la direzione del soprintendente Procacci, che affidò il restauro a Leonetto Tintori.Il restauratore rimosse le invasive ridipinture ottocentesche di Bianchi per restituire l’autenticità del testo giottesco. Le lacune dell’intonaco vennero lasciate a tinta neutra o stuccate con materiali sintetici, restituendo veridicità al ciclo ma lasciandolo al contempo in uno stato fortemente frammentario.

Il restauro recente (2022-2026)

Venendo ai giorni nostri, il restauro completato recentemente è stato promosso dall’Opera di Santa Croce e progettato ed eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure (OPD). L’intervento è iniziato nel luglio 2022 e si è concluso nel settembre 2026, dopo quattro anni, proprio alla vigilia dell’ottavo centenario del Transito di san Francesco. Il progetto è stato reso possibile grazie al sostegno del Ministero della Cultura, della Fondazione CR Firenze e di ARPAI, nonché attraverso le donazioni di privati raccolte nell’ambito della campagna Giving4Giotto.

Immagini della cappella Bardi in luminescenza UV – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

Come ben descritto, il lavoro di recupero si è basato sulle prime indagini non invasive del Progetto Giotto (2010), e ha potuto contare su un modello digitale 3D HBIM, indagini georadar e termografia per individuare i vuoti e le antiche buche pontaie destinate a sostenere le assi su cui camminarono Giotto e i suoi collaboratori. Inoltre, grazie all’uso della tecnologia XRF mapping (mappatura in fluorescenza a raggi X) dell’INFN di Firenze –  una tecnica analitica non distruttiva che ha permesso di visualizzare la distribuzione spaziale degli elementi chimici, principalmente inorganici – è stato possibile rilevare la presenza di piombo nella scena dell’Apparizione al Capitolo di Arles e riportare alla luce la figura di un crocifisso dipinto sulla parete di fondo, ormai del tutto invisibile a occhio nudo.

Dettaglio del crocifisso alle spalle di san Francesco nell’Apparizione al Capitolo di Arles – Foto: OPD/Opera di Santa Croce (modificata)

Infine, la pulitura della volta, condotta con la tecnologia laser, che ha rimosso un fitto strato di ossalato di calcio, ha consentito di recuperare i dettagli figurativi, prima illeggibili, delle allegorie dell’Obbedienza e della Castità. Il prezioso lavoro di restauro ha permesso, quindi, di consolidare i distacchi dell’intonaco e della pellicola pittorica e rimuovere le vecchie stuccature sintetiche degli anni ‘50, sostituendole con impasti compatibili a base di calce, sabbia e polvere di marmo. Il risultato ottenuto ha permesso di ridare continuità e leggibilità alle invenzioni spaziali di Giotto evitando la ricostruzione arbitraria delle lacune irrimediabilmente perdute. Guardare oggi le storie di san Francesco nella Cappella Bardi significa ritrovare una nitidezza che credevamo perduta, un dialogo tra ombra e colore che il tempo aveva quasi annichilito. Nel 2026, Firenze non si limita a conservare un capolavoro: ne riaccende lo sguardo, ricordandoci che la vera cura dell’arte non risiede nel fermare il tempo, ma nel restituirne la voce.

Specifiche foto dal web

Titolo: San Francesco che riceve le stimmate. Cappella Bardi, Chiesa santa Croce – Firenze
Autore: Giotto
Licenza: Public domain, via Wikimedia Commons
Link: File:Giotto – Sankt Franciskus stigmatisering.jpg – Wikimedia Commons
Foto modificata

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