Statua di Atena Parthenos con parte dell’altare del santuario alle spalle (primo quarto del II sec. a.C.) – Marmo – Museo di Pergamo, Berlino – Foto: Giorgio Manusakis

In questa seconda ed ultima puntata ci soffermiamo su ulteriori epiteti relativi alla dea figlia di Zeus nonché sulla grande diffusione del suo culto.

Una dea giusta, che sa punire ma anche difendere i suoi protetti

Uno degli aspetti che connota particolarmente Atena è la sua profonda ed integra moralità. Di fronte, infatti, a gesti deplorevoli sul piano etico la dea è capace di infliggere tremende punizioni ai suoi protetti: Tideo, figlio di Oineo e protagonista della spedizione dei Sette contro Tebe, nonostante l’assunzione di una bevanda che gli avrebbe garantito l’immortalità, viene da lei ucciso per aver mangiato avidamente il cervello del suo rivale Melanippo (Pseudo-Apollodoro, Bibl., 3, 6, 8); Medusa, figlia delle divinità marine Forco e Ceto nonché sorella di Steno ed Euriale, per essersi unita con Poseidone, all’interno di un tempio a lei consacrato, viene prima resa mostruosa con capelli a forma di serpenti e successivamente, secondo quanto indicato da Ovidio nelle Metamorfosi, decapitata da Perseo che ne riceve protezione (10, 2, 708-751); Aglauro, invece, viene pietrificata per essersi fatta corrompere con denaro, a sua insaputa, proveniente dall’edificio sacro della dea, da Hermes, desideroso di sedurne la sorella Herse (Ovidio, Metamorfosi, 11, 2, 752-832).

Acropoli di Atene, il Santuario di Aglauro – Foto: Giorgio Manusakis

Oltre a questi episodi di punizione vi sono, tuttavia, altri in cui Atena si pone quasi come avvocato difensore dei suoi protetti, laddove ingiustamente accusati di reati. Il più importante, forse, è identificabile nel processo di Oreste: nella vicenda la dea, membro del tribunale dell’Areopago, comprende le ragioni dell’eroe, macchiatosi dell’assassinio della madre Clitennestra, e contribuisce con il proprio voto alla sua assoluzione (Eschilo, Eumenidi, 681-753).   

Dalle vicende attiche alla protezione su società, politica, economia e salute

L’aggettivo parthenos, ossia vergine (Pausania 1, 24, 5-7; 5, 11, 10; Plinio, Nat. Hist., 36, 4, 18), con il quale Fidia rappresenta la divinità nella statua crisoelefantina collocata nel tempio in suo onore sull’Acropoli di Atene, potrebbe derivare, a giudizio di W. Otto, da due fattori: da un lato, una libera e consapevole scelta, che induce la dea ad assistere i suoi protetti, senza però cedere alla pulsione erotica; dall’altro, il tentativo fallito di stupro nei suoi confronti da parte di Efesto, dal quale sarebbe nato, in seguito alla dispersione dello sperma del dio sulla terra, Erittonio, futuro primo re di Atene – per un approfondimento di questo evento vi rimandiamo ad un nostro articolo.

L’Acropoli di Atene di notte – Foto: Giorgio Manusakis

Sempre da una vicenda ambientata in Attica potrebbe trarre origine l’aggettivo poliàs o poliouchos, che si diffonde poi in tutto il mondo greco a partire dalle campagne militari di Alessandro Magno: la mitica contesa con Poseidone per il possesso dell’Attica, rappresentata dalle maestranze fidiache in uno dei frontoni del Partenone, nella quale la dea viene preferita come “patrona” della comunità dei politai ateniesi per il dono dell’ulivo – anche per questa vicenda vi suggeriamo la lettura di un nostro approfondimento. Alla luce di questo episodio, Atena è dunque considerata come una delle dee protettrici dell’agricoltura. Inoltre, i titoli di boulaia e agoraia (Pausania 3, 11, 8) fanno riferimento indubbiamente al suo patrocinio sulla sfera politica e commerciale, mentre quelli di phratria e apotropaia alluderebbero alla garanzia di prosperità e di allontanamento di ogni male fisico e spirituale sia nelle tribù e nelle famiglie che a livello individuale.

L’appellativo di ergane, vale a dire industriosa, si riferisce invece all’artigianato ed in particolar modo alla pratica della tessitura. Un riferimento in tal senso, secondo Walter Burkert, potrebbe essere riconosciuto nel mito di Aracne, donna trasformata in ragno per aver dapprima osato sfidare la dea in questo tipo di attività e poi tentato il suicidio per evitarne il temibile giudizio.

L’epiteto pallas, ben presente a Troia dove era stata così denominata la statua di culto lignea che per secoli aveva garantito l’inviolabilità della città, sempre a giudizio di Burkert, ha un’origine oscura: da una parte, si potrebbe pensare ad una derivazione dal verbo pallein  che, significando “scagliare, gettare”, farebbe riferimento al possesso della lancia da parte di Atena durante i combattimenti; dall’altra, all’assimilazione onomastica di un altro personaggio: la figlia di Tritone, divinità acquatica eponima di un lago della Libia, uccisa involontariamente dalla dea durante un gioco a causa del suo temperamento a volte indomabile, oppure uno dei Giganti uccisi nella guerra con gli dei dell’Olimpo. Altrettanto misteriosa resta la natura dell’appellativo tritogeneia (Iliade 4, 514; Esiodo, Teog., 924 sgg; Pausania 9, 33, 5). L’attributo si ricollegherebbe ad alcune tradizioni secondarie che la ritengono figlia del suddetto Tritone oppure dell’acqua in quanto elemento naturale, o ancora terzogenita di Zeus rispetto ad Apollo e Artemide.

Ulisse stringe tra le mani il Palladio mentre Cassandra si dispera (I sec. a.C.-I sec. d.C.) – Affresco rinvenuto a Pompei, Casa del marinaio – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) – Foto: Giorgio Manusakis

Un’altra epiclesi attribuita ad Atena è quella di hygieia. L’appellativo, secondo la studiosa Teresa Alfieri Tonini, si sarebbe diffuso già prima che venisse istituito il primo santuario di Asclepio storicamente noto, costruito sull’Acropoli di Atene nel 421 a.C. da Telemaco di Acarne, nel quale era tributato un culto anche verso la figlia del dio medico. Il collegamento di Atena con la sfera salutare è dimostrabile, tuttavia, oltre che da questo epiteto, anche da un evento ricordato da Plutarco nella Vita di Pericle (13, 13): lo statista fece costruire una statua in bronzo della divinità sull’Acropoli, nei pressi di un altare preesistente in suo onore, in seguito alla cura che la stessa, apparsagli in sogno, aveva prescritto per un operaio caduto dai ponteggi del grande cantiere della cittadella ateniese. L’appellativo hygieia ricorre, in ultima analisi, anche in un’opera dello scultore Pirro, al tempo della pestilenza scoppiata nella seconda metà del V secolo a.C. durante la Guerra del Peloponneso (IG 1, 506), ed in un’altra collocata, secondo Pausania, accanto alle raffigurazioni della figlia di Asclepio e dello stratega Diitrefe (Pausania 1, 23, 4). Quello legato alla dimensione della salute è uno degli attributi della divinità più lungamente attestati; ne è una prova, infatti, un’iscrizione apposta su una base di statua nelle terme di Antonino ad Epidauro, databile agli inizi del IV secolo d.C. (IG 4, 1, 428).

Statua di Igea o Hygeia (160 d.C.) – Museo Archeologico di Epidavros – Foto: Giorgio Manusakis

L’ampiezza di un culto, celebrato con grandi festività

In ultima analisi, ciò che si evince dalla tradizione letteraria antica è la notevole ampiezza del culto di Atena, al quale si associa, ovviamente, una grandissima varietà di epiteti coniati in suo onore da regione a regione. Per citare solo un paio di esempi, nella Beozia, ad esempio, è documentato l’aggettivo Itonia, derivante senza dubbio da Itono, figlio di Anfizione, che volle innalzare alla dea presso Coronea un tempio dove sarebbero state collocate alcune statue scolpite dall’artista post-fidiaco Agorakritos; in ambito insulare e vicino-orientale, invece, sono attestati i celebri appellativi di Kamiras, Ialysia e Lindia per Rodi ed Ilias per Troia.

D’altra parte, di tutto ciò non c’è da stupirsi in quanto la devozione verso Atena ha radici molto antiche, risalenti addirittura all’Età del Bronzo e ben dimostrate dalle tavolette in lineare B. Nell’archivio del palazzo di Cnosso, infatti, riguardo alla dea, oltre all’appellativo “divina”, è stato riscontrato quello di pothnia, che, secondo quanto teorizzato dai due massimi studiosi sull’argomento, Michael Ventris e John Chadwick, significa “dama o signora di Atene”.  Tale epiclesi viene spesso raffigurata nelle suddette iscrizioni micenee accanto ad ideogrammi che rimandano all’addomesticazione dei cavalli, all’agricoltura ed alla tessitura: tutte attività che, guarda caso, saranno esplicitamente associate nei secoli successivi alla divinità. Infine, le festività e le cerimonie tributate proprio da Atene alla sua protettrice erano abbastanza rinomate in tutto il Mediterraneo. Tra le principali si possono ricordare, in primis, le Panatenee, che commemoravano il sinecismo dei vari demi attici voluto proprio dalla figlia di Zeus, distinte in Piccole, in quanto celebrate ogni anno, e Grandi, ogni quattro. Queste ultime prevedevano, il giorno 28 del mese di Ecatombeone (agosto), al termine di una serie di gare atletiche, musicali e poetiche, una processione culminante nell’offerta alla dea del peplo tessuto dalle ergastinai, filatrici devote il cui minuzioso lavoro si era svolto a partire dall’autunno dell’anno precedente – probabilmente, dalle Feste Calchee in onore di Dioniso. All’inizio della primavera, quindi intorno al mese di marzo, avevano luogo, invece, le Procaristerie, che contemplavano un sacrificio da tributare alla divinità da parte di ciascun magistrato, mentre nel periodo della vendemmia, tra settembre ed ottobre, si tenevano le Oscoforie: dal tempio di Dioniso si snodava verso il tempio di Atena Scirade al Falero un corteo guidato da due bambini vestiti di chitone, camuffati come ragazzine e recanti in mano un grappolo d’uva. Un vero e proprio omaggio, questo, alla memoria di Teseo, il quale aveva sostituito due dei sette fanciulli destinati a Creta come annuale tributo al Minotauro con suoi amici travestiti da korai.

Antonio Canova – ‘Teseo vincitore sul Minotauro’ (1781) – Gesso – Gypsotheca e Museo Antonio Canova di Possagno (TV), dalla mostra ‘Canova l’Antico’, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) 29.3.2019 – 30.6.2019 – Foto: Giorgio Manusakis

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