Il Partenone, il tempio dedicato a Atena Parthenos – Foto: Giorgio Manusakis

A caratterizzare una delle più note divinità dell’Olimpo è l’ampio repertorio di aggettivi ed epiclesi con cui viene descritta e venerata nel mondo greco.

Theonoe e la sua prodigiosa nascita

Atena è senza dubbio una delle più famose divinità del pantheon greco. Secondo quanto scritto da Platone nel Cratilo (407b), in realtà, il suo nome originario sarebbe Theonoe, derivante da un’espressione citata da Omero: he theoù nohèsis (“ἡ τοῦ θεοῦ νόησις”), cioè “mente o pensiero del dio”, quest’ultimo corrispondente al padre Zeus. Lo stesso discepolo di Socrate, sempre in questo passo, afferma di non escludere un’altra possibile origine da ta thèia nooùshes (“τὰ θεῖα νοούσης”), formula con cui si indicherebbe “colei che conosce le cose divine”. In un’altra fonte greca autorevole come la Teogonia di Esiodo (886 sgg.), viene particolarmente enfatizzato il carattere prodigioso della nascita di Atena, ovvero per partenogenesi, dalla testa di Zeus il quale, dopo aver ingravidato Metis, dea della prudenza, l’avrebbe poi inghiottita per possedere in eterno questo suo attributo caratteristico. Tale accadimento è riportato altresì nel XXVIII Inno omerico nonché, alcuni secoli più tardi, dal poeta Pindaro nelle Olimpiche (7, 34 sgg.): l’“alto grido di guerra” emesso dalla nascente divinità al largo dell’isola di Rodi, in seguito al colpo d’ascia scagliato da Efesto sul capo di suo padre, sarebbe stato tanto forte da intimorire persino i “Signori del cielo e della terra”, Urano e Gea.

Dagli epiteti con cui Atena è citata nelle fonti traspare sicuramente l’immagine di una dea ‘polifunzionale’. In virtù delle doti di astuzia, senno e prudenza che la legano in modo esclusivo a Zeus è possibile, in parte, spiegare il ricorrente appellativo di glaukopis, cioè dallo sguardo o dagli occhi lucenti (Esiodo, Teogonia, 924 sgg.). La radice di quest’aggettivo è comune in realtà anche a quella del sostantivo glaux, che significa “civetta”, l’animale con cui la dea viene spesso raffigurata o indirettamente richiamata nella produzione artistica nonché sulle monete di Atene e di altre poleis. Come tale uccello è capace di vedere con i suoi grandi occhi di notte, così anche Atena riesce con la sua intelligenza a rischiarare le tenebre dell’ignoranza umana.

Atena Parthenos, 130-150 a.C., marmo, Museo del Prado, Madrid – Foto: Giorgio Manusakis

Atena e i protagonisti dei poemi omerici

In virtù del suo essere per natura “eccitatrice di tumulti” – attributo, questo, riportato nella Teogonia esiodea – ma sempre con ragionevolezza, a differenza del dissennato dio della guerra Ares, le cui delizie, secondo quanto si legge nell’Iliade (5, 761, 890), sono solo “risse e zuffe, discordie e battaglie”, Atena si pone come guida di personaggi dell’epos omerico. Ad esempio, nei momenti di stanchezza durante l’assedio di Troia, infonde spesso coraggio negli Achei (Iliade 4, 313; 17, 547 sgg.), suggerendo allo stesso tempo preziosi consigli e stratagemmi, come quello, dato ad Epeo, di erigere il famoso cavallo per la conquista della città, descritto nell’Odissea – 8, 493 – e nell’Eneide – 2, 264; su una kylix attica da Vulci, databile al 480 a.C. ed oggi custodita all’Antikensammlungen di Monaco di Baviera, la dea appare compartecipe alla realizzazione del monumento ligneo.

La protezione amorevole di Atena si rivolge poi verso specifici protagonisti: Diomede, ad esempio, viene aiutato durante un’incursione notturna nell’accampamento troiano che ha come obiettivo l’uccisione del re tracio Reso (Iliade, 10, 274 sgg.); Achille, invece, che ne possiede un ritratto sullo scudo, è tempestivamente fermato allorché è preso da un raptus omicida nei confronti di Agamennone che gli ha sottratto ingiustamente la propria serva Briseide (Iliade 1, 193 sgg.); Odisseo, animato in più occasioni dalla sua metis, rigetta la provocatoria proposta del re di Micene, nonché capo della spedizione achea, di tornare in patria ed incita subito dopo i propri compagni a riprendere le armi con un discorso ascoltato dalla dea stessa nei panni di un araldo (Iliade 2, 279).

Anfora raffigurante Achille e Aiace che giocano ad un gioco da tavolo e la partenza di Atena – Acquistata nel 1962 – Ceramica – 510 a.C. circa – Stile attico a figure nere – Pittore di Chiusi – Altes Museum, Berlino – Foto: Giorgio Manusakis

La protezione verso il re di Itaca e i suoi congiunti prosegue anche nelle vicende successive alla distruzione di Ilio: il giovane Telemaco viene indotto alla ricerca del padre, ormai lontano da dieci anni, da Mentore, suo tutore sin dall’infanzia, sotto le cui vesti la figlia di Zeus si nasconde (Odissea 1-4); durante il tortuoso nostos Odisseo viene soccorso nella terra dei Feaci da Nausicaa, figlia del re Alcinoo, la quale è avvertita in sogno dalla dea circa l’arrivo di un misterioso naufrago sopravvissuto ad una tempesta (Odissea 6, 14, 112). È ancora Atena a fornire un determinante contributo ad Ulisse nella riconquista del trono di Itaca, manifestandosi dapprima, ancora una volta, sotto le spoglie di Mentore; poi come rondine ed infine, invisibile a tutti tranne che ad Odisseo, mandando ripetutamente in confusione i Proci con la sua “terribile egida” (Odissea 22, 203, 239 sgg.). Il termine potrebbe fare riferimento allo scudo oppure ad una mantellina fatta con la pelle della capra Amaltea, animale che allattò il padre Zeus (Diodoro Siculo 4, 35; 5, 70). 

Michele Desubleo, ‘Ulisse e Nausicaa’ (post 1654) – Olio su tela – Napoli, Museo di Capodimonte – Foto: Giorgio Manusakis

Dalla protezione verso altri eroi alle epiclesi di natura militare

Anche nei confronti di altri eroi del mito Atena mostra spesso una protezione quasi materna: secondo la Vita di Teseo di Plutarco (15-19), l’eroe figlio di Egeo ed Etra è affiancato dalla dea durante la vittoriosa lotta contro il Minotauro; Eracle riceve da lei il prezioso consiglio di utilizzare come copricapo la pelle scorticata del leone di Nemea appena ammazzato, nonché speciali nacchere per uccidere gli uccelli della palude di Stinfalo, raggiungendo anche per sua intercessione, al termine delle fatiche, sull’Olimpo, il comune padre Zeus (Pseudo-Apollodoro 2, 5, 1-12; Pausania 3, 8, 11).

Ercole Farnese, copia in marmo di epoca romana (fine II o inizi III sec.d.C.) del copista ateniese Glykon, da un originale greco della seconda metà del IV sec.a.C. – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis

Similmente benigna la divinità si mostra nei riguardi di Giasone, aiutandolo a costruire la nave Argo ed influenzando Medea nella scelta di appoggiarlo nella dura conquista del vello d’oro (Apollonio Rodio, Argonautiche, 3, 10-157), o di Bellerofonte, che sconfigge la Chimera non prima di aver domato Pegaso con una briglia dorata consegnatagli dalla dea in persona. Oltre che dalla distruzione di Troia, sembrerebbero derivare proprio da questa vicenda gli appellativi di hippia diffuso in Attica, e di chalinitis, utilizzato a Corinto, che stanno ad indicare “colei che tiene a freno i cavalli” (Pindaro, Olimpiche, 13, 102; Pausania 5, 15, 6).

Alla luce di questi miti, nonché di reali vicende storiche, come la Seconda guerra persiana ed in particolar modo la battaglia di Salamina, nella quale il volo di una civetta, secondo Aristofane (Vespe, 1086), avrebbe preannunciato la vittoria finale delle truppe greche sui Persiani, si giustifica altresì l’attributo ricorrente di promachos, ossia colei che è “prima nella battaglia”, comandante degli eserciti (Iliade 5, 733-747; Erodoto 1, 60; Aristotele, Ath. Pol., 14, 4). Altri epiteti meno ridondanti quali sthenias, forte (Pausania 2, 32, 5); areia, bellicosa come Ares (Pausania 1, 8, 4); alkìs, colei che presta soccorso (Livio 42, 51); nikephoros, o più semplicemente nike, colei che porta la vittoria (Pausania I, 22, 4), rimandano sempre alla sfera militare.

Athena promachos (I sec. a.C.) – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis

Ancora a quest’ultimo ambito può essere ricondotto un raro ma significativo attributo: atritonia, il quale, derivando dal verbo tryo e avendo l’alfa privativo, la qualificherebbe come “colei che non si logora, non si distrugge”; un riferimento, dunque, alla sua solidissima forza fisica ed interiore (Iliade, 10, 284). Degli ulteriori epiteti e caratteristiche di questa grande divinità greca, descritti dalla tradizione letteraria antica, continueremo però a parlarvi in una successiva puntata.

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