Foto: Mario Severino
Nell’ambito del Pisa Jazz Festival la cantautrice americana ha presentato sabato 25 luglio il nuovo album Flying with Angels in un concerto intimo, raffinato e ricco di racconti.
a cura di Mario Severino
La magia del Giardino Scotto
Ci sono luoghi che sembrano nati per accogliere un concerto come quello di Suzanne Vega: il Giardino Scotto, con le sue mura rinascimentali, il verde che avvolge il palco e quell’atmosfera raccolta che lo rende una delle location estive più suggestive della Toscana, si è trasformato sabato 25 luglio in un salotto a cielo aperto.
Nell’ambito del Pisa Jazz Festival, il pubblico ha assistito a una serata fatta di parole e musica, dove ogni nota trovava il proprio spazio senza bisogno di effetti speciali. Un contesto ideale per un’artista che, da oltre quarant’anni, costruisce la propria cifra stilistica sulla sottrazione, sulla precisione della scrittura e sulla capacità di trasformare piccole storie quotidiane in racconti universali.
Suzanne Vega, una delle grandi voci del songwriting americano
Figura imprescindibile della canzone d’autore americana, Suzanne Vega appartiene a quella generazione di songwriter che ha saputo raccogliere l’eredità di Bob Dylan, Leonard Cohen e Joni Mitchell, trovando però una voce del tutto personale. Nata artisticamente nei locali del Greenwich Village di New York nei primi anni Ottanta, l’autrice ha rivoluzionato il folk contemporaneo con una scrittura essenziale ma densissima di significati, capace di osservare il mondo con uno sguardo discreto, mai retorico.
Brani come Marlene on the Wall, Luka e Tom’s Diner sono entrati nella storia della musica popolare, ma ciò che rende Suzanne Vega ancora oggi un’artista imprescindibile è la sua straordinaria capacità di raccontare l’essere umano nelle sue fragilità, senza giudicarlo. Il tour che sta portando in Europa, America e Oceania prende il nome dal suo ultimo lavoro in studio, Flying with Angels, pubblicato nel 2025: è un disco che conferma come la sua scrittura sia rimasta curiosa, lucida e profondamente contemporanea. Le nuove canzoni parlano ancora del presente, della libertà, delle relazioni e delle contraddizioni della società, senza mai trasformarsi in slogan, ma affidandosi alla forza delle immagini e della narrazione.

Foto: Mario Severino
Un concerto costruito sul dialogo
Sul palco del Giardino Scotto, Suzanne Vega si presenta accompagnata da due musicisti d’eccezione: il chitarrista Gerry Leonard, storico collaboratore di David Bowie, capace di impreziosire ogni brano con interventi eleganti e mai invasivi, e la violoncellista Stephanie Winters, il cui suono caldo aggiunge profondità emotiva.
La scelta della formazione si rivela vincente. Tutto è essenziale, ma nulla appare spoglio: le canzoni respirano, i testi emergono con forza e ogni sfumatura trova il proprio spazio. Nulla è lasciato al virtuosismo fine a se stesso. Gli arrangiamenti sostengono le canzoni senza imporsi, lasciando che siano i testi e le melodie a guidare l’ascolto. È proprio questa essenzialità a dare coerenza all’intera esibizione.
L’apertura è affidata a uno dei brani più amati del suo repertorio: Marlene on the Wall, dal suo debutto discografico nel 1985. Un poster dell’attrice Marlene Dietrich appeso al muro osserva in modo ironico la fine di una relazione amorosa, la solitudine della cantautrice e la sua lotta interiore. La scelta di iniziare con uno dei suoi pezzi più noti appare intelligente e rompe immediatamente il ghiaccio conquistando il pubblico fin dalle prime note. La voce è cristallina, sorprendentemente intatta e l’intesa con Leonard appare immediata.
Segue la più dirompente 99.9F° di cui Leonard sottolinea il carattere con un efficace lavoro alla chitarra elettrica. Pur muovendosi su territori sonori più energici rispetto al folk delle origini, Suzanne Vega conserva intatta la sua capacità di osservare il quotidiano e restituirne le inquietudini attraverso immagini semplici ma estremamente evocative.

Foto: Mario Severino
Le storie dietro le canzoni
Tra un brano e l’altro Suzanne Vega conferma il proprio talento di narratrice. Racconta, sorride, scherza con il pubblico, alternando ricordi personali, episodi divertenti e riflessioni che diventano la chiave per entrare nelle sue canzoni. Non sono semplici introduzioni: sono parte integrante dello spettacolo.
Prima di Gypsy ricorda il suo primo amore estivo, nato dopo una semplice domanda su Leonard Cohen e durato appena sei settimane. Una storia breve, ma sufficiente a lasciare un segno che ancora oggi continua a vivere nella memoria e nella musica.
Caramel arriva invece come uno dei momenti più raffinati della serata. Suzanne Vega racconta il desiderio come una dipendenza dolce e pericolosa insieme, quella zona sospesa in cui amore, ossessione e fragilità finiscono per confondersi senza mai essere giudicati.
Commovente anche The Queen and the Soldier, che la stessa artista presenta come “una lunga, vecchia e triste canzone”. È il racconto di un soldato che sceglie di non combattere più e viene punito; per questo, il testo conserva ancora oggi una forza narrativa impressionante.
Le nuove composizioni si inseriscono con naturalezza nel repertorio storico. La title track, Flying with Angels conferma una scrittura ancora vitale, mentre Speaker’s Corner, ispirata al celebre angolo di Hyde Park dove chiunque può prendere la parola, diventa una riflessione sul valore della libertà di espressione e, soprattutto, sulla crescente difficoltà di ascoltarsi davvero in un mondo dominato dal rumore.
Gli omaggi ai maestri
Il concerto è attraversato da continui rimandi agli artisti che hanno contribuito alla formazione della sua sensibilità musicale. La cantante introduce When Heroes Go Down raccontando quanto Elvis Costello abbia influenzato quella scrittura più rock, mentre Chambermaid, tra i brani del nuovo album, nasce esplicitamente da un’ispirazione ricevuta ascoltando I Want You di Bob Dylan.
Il momento più emozionante arriva però nei bis, quando Suzanne Vega rende omaggio al suo amico e concittadino scomparso Lou Reed interpretando una delicata e intensa Walk on the Wild Side: una scelta quasi naturale per una musicista che ha sempre raccontato New York osservandone i margini, gli ultimi, le storie invisibili.
Il finale è affidato ai brani che hanno consegnato Suzanne Vega alla storia della musica. Luka continua a colpire con la stessa intensità di quasi quarant’anni fa. Non è soltanto la canzone che l’ha resa celebre: è ancora oggi una delle pagine più potenti mai scritte sulla violenza domestica, proprio perché sceglie il punto di vista di un bambino invece di quello della denuncia.
Subito dopo arriva Tom’s Diner, accolta con entusiasmo dal pubblico, ancora capace di dimostrare come un frammento di quotidianità possa trasformarsi in un racconto universale. Il concerto sembra concludersi, ma i fan richiamano più volte l’artista sul palco. Oltre alla già citata Walk on the Wild Side, il saluto definitivo arriva in un secondo bis con In Liverpool, una canzone sospesa tra nostalgia e speranza che chiude la serata con la stessa eleganza con cui era iniziata.

Foto: Mario Severino
Una lezione di semplicità
In un’epoca in cui molti concerti cercano di stupire attraverso scenografie sempre più imponenti, Suzanne Vega dimostra quanto possano bastare una chitarra, una voce e delle storie raccontate con sincerità. Al Giardino Scotto non è andato in scena soltanto il live di una grande artista, ma una lezione di songwriting. Perché se Bob Dylan ha trasformato la canzone in letteratura e Joni Mitchell in autobiografia universale, Suzanne Vega continua a ricordare che basta osservare una tavola calda, una fotografia appesa a un muro o la voce di un bambino per raccontare il mondo. È questa la forza della sua musica: non pretende di spiegare la realtà, ma invita ad ascoltarla da una prospettiva diversa. E dopo oltre quarant’anni di carriera, continua a farlo con una grazia e una lucidità che appartengono soltanto ai grandi.
