Loredana Gazzara, Yu Hong, Alexandra Munroe e Fabrizia Paternò accanto alle due opere – Foto: Mario Severino
L’arte contemporanea incontra uno dei capolavori assoluti del Seicento. Un confronto tra epoche e linguaggi diversi che riporta al centro la fragilità dell’essere umano e il valore della misericordia.
a cura di Mario Severino
Nel cuore di Napoli, la pittura del Seicento incontra una delle voci più significative dell’arte figurativa contemporanea cinese. È attorno a questo confronto che si sviluppa Umanità a confronto tra buio e oro, mostra inaugurata il 10 ottobre 2026 nella chiesa del Pio Monte della Misericordia, a Napoli, a cura di Mario Codognato e Loredana Gazzara. Il progetto mette in relazione Le sette opere di misericordia di Michelangelo Merisi da Caravaggio con Make a Wish, monumentale composizione di Yu Hong, trasformando la prossimità fisica tra le due tele in un’occasione di riflessione sulla sofferenza, sulla solidarietà e sul significato della misericordia nel presente. Due linguaggi lontani per epoca, cultura e concezione della rappresentazione, ma accomunati dall’attenzione alla condizione umana e alle sue contraddizioni.
Il titolo della mostra suggerisce una prima chiave di lettura. Il buio richiama la dimensione drammatica della pittura caravaggesca, lo spazio notturno nel quale i corpi emergono attraverso una luce selettiva e intensa. L’oro di Yu Hong introduce invece una superficie simbolica, luminosa e apparentemente fuori dal tempo, sulla quale la vulnerabilità delle figure risalta in uno spazio non ben definito, quasi astratto.

Yu Hong – Make a Wish – Foto: Mario Severino
Yu Hong: la figura umana tra storia collettiva e memoria individuale
Formatasi presso la Central Academy of Fine Arts di Pechino, dove ha studiato pittura a olio a partire dal 1984, Yu Hong appartiene a una generazione di artisti che ha attraversato le profonde trasformazioni della società cinese contemporanea. La sua ricerca prende le mosse da una solida formazione figurativa, maturata anche nel confronto con la tradizione del realismo accademico, per sviluppare un linguaggio personale nel quale la rappresentazione del corpo diventa strumento di indagine psicologica, sociale e storica.
Nella sua produzione, l’esperienza individuale non è mai del tutto separata dalla dimensione collettiva. Fotografie, immagini preesistenti, ricordi personali e frammenti della realtà mediatica vengono rielaborati in composizioni che interrogano il rapporto tra individuo e società, memoria e trasformazione, identità privata e storia pubblica. La figura umana rimane centrale, ma non è trattata come un soggetto isolato: ogni corpo sembra appartenere a una trama più ampia di relazioni, condizionamenti e mutamenti.
Un elemento significativo della sua ricerca è l’uso dell’oro, sviluppato in particolare nella serie Gold del 2010-2011. In questi lavori l’artista si confronta con le tradizioni pittoriche dell’antica Cina, comprese le decorazioni e le immagini sacre di Dunhuang e del complesso delle grotte di Kizil, mettendole in relazione con la propria sensibilità contemporanea. L’oro non è quindi soltanto un elemento decorativo o un riferimento alla preziosità della materia: può diventare una superficie simbolica, un campo nel quale il tempo storico, la memoria culturale e la realtà presente entrano in tensione.
In Make a Wish questa ricerca assume una dimensione particolarmente incisiva. L’artista parte da immagini contemporanee, trasformando frammenti della cronaca visiva globale in una composizione pittorica unitaria. Le figure, sottratte a una precisa identificazione individuale, non rimangono semplici illustrazioni di fatti documentari: diventano presenze emblematiche di una vulnerabilità condivisa.
Il passaggio dall’immagine mediatica alla pittura è fondamentale: in un’epoca in cui il dolore circola incessantemente sugli schermi, spesso consumato con la stessa rapidità con cui viene sostituito da un’altra notizia, Yu Hong restituisce alle immagini una durata e una densità materiale. La pittura interrompe il flusso, impone una sosta e invita a osservare ciò che la velocità dell’informazione tende a rendere invisibile.

Due dettagli di “Make a Wish” – Foto (modificata) da comunicato stampa
La genesi del progetto: da Venezia a Napoli
La presenza di Make a Wish al Pio Monte ha una storia che precede l’inaugurazione napoletana. L’opera è stata realizzata per Another One Bites the Dust, prima mostra monografica di Yu Hong in Europa, presentata nel 2024 nella Chiesetta della Misericordia a Venezia, in occasione della 60ª Biennale di Venezia. Il progetto è stato portato in Italia dal The Asian Art Initiative del Solomon R. Guggenheim Museum di New York ed è stato curato da Alexandra Munroe.
Il successivo approdo al Pio Monte non costituisce soltanto una nuova occasione espositiva. La donazione dell’opera consente di sviluppare un rapporto più duraturo tra la ricerca di Yu Hong e il patrimonio dell’istituzione napoletana. Il dipinto, concepito per un contesto già carico di significati storici e spirituali, trova qui una nuova collocazione, nella quale il riferimento a Caravaggio diventa diretto e strutturale.
Umanità a confronto tra buio e oro rende esplicito questo passaggio. Il confronto non si limita alla prossimità fisica delle opere, ma costruisce una lettura critica fondata sulle differenze tra i rispettivi linguaggi.
Accanto a Make a Wish è esposto il trittico Death Can’t Be Known Until One Knows Life del 2023, già appartenente alla collezione del Pio Monte, insieme ai bozzetti preparatori delle opere. Il trittico amplia la riflessione sul rapporto tra vita e morte, presenza e assenza, offrendo un contrappunto più raccolto alla dimensione monumentale della grande tela. La presenza degli studi preparatori permette invece di considerare il processo creativo non come un passaggio accessorio, ma come parte integrante della ricerca. Il disegno e la progettazione testimoniano il lavoro di selezione, organizzazione e trasformazione attraverso il quale materiali visivi provenienti dalla realtà diventano una costruzione pittorica autonoma.

Yu Hong – Death Can’t Be Known Until One Knows Life – Foto: Mario Severino
Il Pio Monte della Misericordia: un’istituzione tra patrimonio e assistenza
Per comprendere pienamente il significato della mostra è necessario considerare il luogo che la ospita. Il Pio Monte della Misericordia fu fondato nel 1602 da sette giovani appartenenti a famiglie nobili napoletane, con l’obiettivo di esercitare le opere di misericordia e offrire risposte concrete ai bisogni della popolazione. Fin dalle origini, la sua identità si è sviluppata attraverso una relazione stretta tra carità, patrimonio artistico e responsabilità verso la comunità.
Il dipinto di Caravaggio costituisce il manifesto visivo di questa missione. La cappella ottagonale, costruita in una prima fase tra il 1604 e il 1607 e successivamente riedificata nella seconda metà del Seicento, organizza intorno all’altare maggiore un programma iconografico nel quale le opere della misericordia sono richiamate anche dai dipinti degli altari laterali. L’arte non è quindi un elemento estraneo all’attività dell’ente, né una semplice testimonianza del suo prestigio storico: è parte della sua identità istituzionale.
Nel corso dei secoli, lasciti e donazioni hanno contribuito alla formazione di una collezione di grande rilievo. Il patrimonio comprende opere della pittura napoletana dal XV al XIX secolo, tra cui lavori di Francesco De Mura, Massimo Stanzione, Mattia Preti, Luca Giordano e Andrea Vaccaro. Dal 1972 gli ambienti storici e la collezione sono stati aperti alla visita del pubblico, trasformando progressivamente il patrimonio privato in una risorsa culturale accessibile.

Luca Giordano (attribuito) – Cristo e l’adultera (1660) – Olio su tela – Cappella del Pio Monte della Misericordia – Foto: Giorgio Manusakis
Dal 2008, inoltre, il Pio Monte ha sviluppato una sezione di arte contemporanea attraverso il progetto Sette opere per la misericordia, che ha coinvolto artisti italiani e internazionali invitati a confrontarsi con il tema della misericordia. Le opere di artisti come Anish Kapoor, Mimmo Paladino, Mimmo Jodice, Joseph Kosuth, Paul Thorel e Jannis Kounellis testimoniano la volontà di non confinare l’istituzione nella sola conservazione del passato, ma di sollecitare interpretazioni nuove attraverso linguaggi e sensibilità differenti.
L’ingresso di Make a Wish nella collezione permanente si colloca in questa linea di continuità. La contemporaneità non viene introdotta come una presenza estranea al monumento, ma come un interlocutore capace di riattivare il significato del patrimonio storico.

Paul Thorel – Riflessi laterali n.1 (2017) – Dono dell’artista per il progetto “Sette opere per la misericordia” – Foto: Giorgio Manusakis
La carità oggi: dalle opere di misericordia ai progetti sociali
La missione del Pio Monte non si esaurisce nella conservazione e nella valorizzazione delle opere d’arte. L’istituzione continua a destinare risorse a iniziative di assistenza e solidarietà, con interventi che riguardano l’educazione, l’inclusione sociale, l’accesso alla cultura, il sostegno all’infanzia e l’orientamento al lavoro.
Tra i progetti sviluppati rientra Affido culturale, iniziativa volta a contrastare la povertà educativa attraverso esperienze condivise di accesso a musei, cinema, teatri e librerie. Il progetto mette in relazione famiglie che possono offrire opportunità culturali con bambini e nuclei familiari che incontrano ostacoli nell’accesso a questi servizi. Un altro ambito di intervento riguarda le attività educative e inclusive rivolte ai giovani, attraverso percorsi di sport, teatro, doposcuola e accompagnamento scolastico.
Queste iniziative mostrano come il concetto di misericordia sia stato tradotto in forme di intervento adeguate ai bisogni contemporanei. Le necessità cambiano, così come cambiano le condizioni sociali e le forme della fragilità; resta centrale l’obiettivo di mettere le risorse dell’istituzione al servizio delle persone.
Anche il patrimonio artistico partecipa a questa funzione. I proventi delle visite al complesso museale sono destinati alle attività caritative, secondo una logica nella quale la fruizione culturale contribuisce direttamente al sostegno sociale. La visita al museo assume così un significato ulteriore: non soltanto conoscenza e contemplazione, ma partecipazione, attraverso il proprio contributo, a una storia di solidarietà che attraversa i secoli.
In questo contesto l’opera di Yu Hong non si limita a evocare la sofferenza, ma entra in uno spazio istituzionale nel quale il riconoscimento della vulnerabilità è associato a pratiche concrete di intervento. Il dialogo tra arte e carità non rimane sul piano simbolico, ma trova un riferimento nella funzione stessa del luogo.

Yu Hong accanto alla sua opera “Make a Wish” – Foto: Mario Severino
Caravaggio: la misericordia come costruzione pittorica
Dipinte durante il soggiorno napoletano di Caravaggio, Le sette opere di misericordia rappresentano uno dei momenti più alti della ricerca dell’artista seicentesco. L’artista, giunto a Napoli dopo la fuga da Roma in seguito alla condanna per omicidio, trova nella città un contesto di committenze e protezioni che gli consente di sviluppare ulteriormente il proprio linguaggio.
La grande tela, realizzata per il Pio Monte nel 1606-1607, riunisce in un’unica scena le sette opere corporali della tradizione cristiana: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare i pellegrini, visitare i carcerati, curare gli infermi e seppellire i morti. La loro rappresentazione simultanea supera la logica della narrazione episodica e costruisce una composizione nella quale le azioni si intrecciano, i corpi si sovrappongono e i diversi livelli del racconto entrano in relazione.
Il risultato è una pittura che rifiuta la distanza idealizzante. La carità non viene collocata in un universo separato dalla vita reale, ma prende forma attraverso persone, gesti e situazioni riconoscibili. La dimensione religiosa si manifesta dentro la concretezza dell’esistenza, nella fisicità dei corpi e nell’urgenza delle necessità umane.
La luce, concentrata e selettiva, guida lo sguardo senza esaurire la complessità della scena. Le zone d’ombra non sono semplicemente parti lasciate in secondo piano: contribuiscono alla struttura drammatica dell’immagine, facendo emergere progressivamente le azioni e le relazioni tra i personaggi. Il sacro non viene allontanato dal mondo, ma reso percepibile all’interno di una realtà quotidiana attraversata da bisogni e contraddizioni. Raffigurando insieme il dramma individuale e la responsabilità collettiva che ne deriva, Caravaggio non illustra un programma religioso, ma offre una forma visiva alla missione dell’istituzione che lo ha commissionato.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio – Le sette opere di misericordia (1607) – olio su tela – Foto: Giorgio Manusakis
Make a Wish: sette vicende umane in uno spazio d’oro
Realizzato nel 2024 in acrilico su tela e dalle dimensioni monumentali di 340 × 140 centimetri, Make a Wish di Yu Hong organizza sette vicende umane in un’unica composizione, trasformando frammenti della cronaca contemporanea in una riflessione sulla vulnerabilità, sul desiderio e sulla possibilità di essere salvati. Le immagini, ricavate da fotografie e video reperiti attraverso il web, appartengono a un immaginario globale nel quale il dolore circola incessantemente, spesso consumato con la stessa rapidità con cui viene sostituito da una nuova notizia. L’artista sottrae questi frammenti alla velocità dell’informazione e li restituisce alla durata della pittura, conferendo ai corpi una presenza materiale che invita a soffermarsi sulle loro condizioni. Non costruisce una narrazione lineare né offre una spiegazione univoca delle singole vicende: le figure convivono in uno spazio unitario, conservando ciascuna la propria tensione e componendo una sorta di atlante della vulnerabilità contemporanea. Bambini che si coprono le orecchie, come per proteggersi da un rumore insopportabile, persone coinvolte in una lotta e corpi esposti a situazioni estreme restituiscono differenti manifestazioni della sofferenza, dalla paura alla difesa, dal conflitto all’impotenza. Prive di un’identità individuale definita, queste presenze oltrepassano i confini dei singoli episodi per assumere un valore universale.
Tra le immagini più drammatiche spicca quella di una donna che precipita dall’alto, il corpo proiettato nel vuoto. Secondo quanto riferito a proposito della genesi dell’opera, Yu Hong si è ispirata a una fotografia di cronaca che documentava una donna suicida mentre si gettava nel vuoto. Trasformata dalla pittura, l’immagine supera la dimensione strettamente documentaria e diventa una figura simbolica, capace di condensare la disperazione e la precarietà dell’esistenza. Accanto alla donna, un braccio si protende verso di lei e la afferra come nel tentativo di arrestarne la caduta. Il gesto sembra però sospeso in un’ambiguità decisiva: non sappiamo se il soccorso potrà davvero impedire la caduta. La salvezza si configura così come una possibilità, non come una certezza.
Questa scena può suggerire anche un’associazione con il titolo Make a Wish, la donna che precipita potrebbe evocare visivamente una stella cadente, richiamando la credenza popolare secondo cui l’apparizione di una stella nel momento in cui attraversa il cielo permette di esprimere un desiderio. Si tratta di un’interpretazione che permette alla caduta, da immagine di disperazione, di trasformarsi in simbolo salvifico: ciò che precipita può diventare l’occasione per formulare un desiderio, per immaginare una possibilità diversa, per affidare alla speranza ciò che nella realtà appare irrimediabilmente compromesso.
In ogni caso il titolo – per quanto positivo – sembra assumere una sfumatura quasi dolorosa: davanti a corpi feriti, persone in lotta e figure sospese in situazioni estreme, il desiderio potrebbe non coincidere necessariamente con un’aspirazione felice o con la promessa di una realizzazione; può essere, più probabilmente, il desiderio di sopravvivere, di essere raggiunti, di non essere abbandonati.
Un’altra figura centrale è una donna che appare trattenuta da un’imbracatura che le cinge la vita, collegata a una catena o a una fune che sembra sostenerla dall’alto. La sua postura richiama visivamente la ricerca coreografica di Pina Bausch e, in particolare, una performance nella quale la danzatrice, assicurata a un’imbracatura e a una fune d’acciaio, fluttua nello spazio scenico compiendo ampi movimenti sospesi a mezz’aria. In quella dimensione teatrale il corpo sembra conquistare una libertà impossibile, senza riuscire tuttavia a sottrarsi al vincolo che lo sostiene: la fune gli consente di sollevarsi e sfidare la gravità, ma al tempo stesso ne limita i movimenti e lo mantiene ancorato a un punto. Sostegno e costrizione diventano così aspetti di una medesima relazione. Trasposta nell’opera di Yu Hong, questa ambivalenza suggerisce una condizione intermedia fra caduta e salvezza, libertà e dipendenza. Il legame che trattiene la figura può apparire come un limite, ma è anche ciò che la sorregge. Si apre così una possibile lettura della misericordia come relazione: il sostegno dell’altro non elimina la fragilità né restituisce automaticamente una libertà assoluta, ma può rappresentare la condizione necessaria per attraversare una situazione estrema senza esserne travolti. Essere trattenuti può significare essere limitati, ma anche essere salvati; dipendere da qualcuno può diventare la possibilità stessa di continuare a esistere.
A riunire queste immagini è il fondo oro, elemento centrale nella costruzione visiva e simbolica dell’opera, impiegato non soltanto come riferimento decorativo, ma come superficie carica di risonanze culturali e spirituali. In Make a Wish, lo spazio luminoso sottrae i personaggi a una precisa collocazione geografica e temporale: privi di coordinate ambientali immediate, i corpi sembrano sospesi in una dimensione simbolica, nella quale vicende individuali e lontane possono essere ricondotte a una comune condizione umana. La tradizione dell’oro nella pittura sacra orientale e occidentale introduce una possibile apertura spirituale, senza tuttavia alludere a una qualche forma di trascendenza. La luminosità della superficie convive con la brutalità delle immagini, accentuando il contrasto tra la preziosità dello spazio e la vulnerabilità dei corpi. È proprio questa tensione a impedire che l’opera si riduca a una semplice rappresentazione della tragedia contemporanea: il dolore non viene soltanto mostrato, ma trasformato in una domanda rivolta a chi guarda.
La speranza evocata dal titolo rimane fragile e incerta, mentre la possibilità della misericordia si manifesta nella necessità di sostenere, raggiungere e non abbandonare chi si trova in una condizione di vulnerabilità.

“Le sette opere di misericordia” e “Make a Wish” – Foto (modificata) da comunicato stampa
Confronto tra le opere
Il confronto tra Make a Wish e Le sette opere di misericordia di Caravaggio si fonda su una comune attenzione alla sofferenza umana, ma soprattutto sulla diversa maniera in cui i due artisti ne rappresentano le possibili risposte. La grande tela caravaggesca riunisce in un’unica scena le sette opere corporali della tradizione cristiana intrecciandole in una composizione dinamica, nella quale corpi e gesti si sovrappongono e le azioni di assistenza si svolgono simultaneamente. La misericordia assume una forma concreta e riconoscibile: qualcuno offre nutrimento, accoglie, cura o presta soccorso. Caravaggio rifiuta ogni rappresentazione idealizzata della carità e la colloca nella realtà quotidiana di una strada napoletana, attraverso una pittura profondamente radicata nell’esperienza terrena. Nella parte superiore della composizione, la Vergine con il Bambino, sostenuta da due angeli, introduce una presenza divina che sovrasta e illumina simbolicamente la scena sottostante. Il rapporto tra cielo e terra è essenziale: la dimensione spirituale non rimane separata dall’esistenza, ma trova la propria manifestazione nei gesti di solidarietà compiuti dagli uomini. Anche la luce svolge una funzione decisiva. Il chiaroscuro non si limita a descrivere gli ambienti, ma organizza la visione, fa emergere le azioni dall’oscurità e mette in relazione le figure.
Yu Hong riprende questa struttura senza riprodurre letteralmente gli episodi caravaggeschi. Le sette vicende di Make a Wish stabiliscono un riferimento evidente al capolavoro seicentesco, ma appartengono a un immaginario contemporaneo frammentato. Il confronto diventa particolarmente intenso nella relazione tra le figure che occupano la parte superiore delle due composizioni. Là dove Caravaggio colloca la Madonna con il Bambino, Yu Hong presenta una donna che precipita nel vuoto: al posto di una presenza celeste che sovrasta e illumina simbolicamente le azioni umane, compare un corpo esposto alla morte, accanto al quale una mano sembra tentare un soccorso. Il passaggio è significativo. Se nella tela caravaggesca la misericordia si manifesta attraverso azioni già riconoscibili, nell’opera contemporanea la richiesta di aiuto precede idealmente la risposta. Il gesto della mano non certifica una salvezza compiuta, ma ne lascia aperta la possibilità, affidando allo spettatore il compito di immaginare ciò che potrebbe accadere dopo. Anche il rapporto tra spazio e luce esprime questa differenza: Caravaggio fa emergere dall’ombra le azioni che danno forma alla carità; Yu Hong raccoglie le proprie figure su un fondo oro che le sottrae a un ambiente riconoscibile e le colloca in una dimensione sospesa, quasi fuori dal tempo, introducendo una distanza simbolica dalla realtà quotidiana, senza però per questo attenuare la brutalità delle vicende rappresentate.
Le differenze non si esauriscono nelle soluzioni formali, ma investono il significato stesso della misericordia. Nel dipinto seicentesco essa appartiene a una visione religiosa e a un preciso programma istituzionale: la carità viene rappresentata come un insieme di azioni attraverso le quali la solidarietà umana traduce nella vita quotidiana un principio spirituale. In Make a Wish, invece, l’accumularsi delle situazioni raffigurate rende evidente la necessità del soccorso, senza mostrare una risposta possibile o immediata. La pittura di Yu Hong non riproduce la funzione devozionale di Caravaggio, né pretende di sostituirsi a essa, ne riapre piuttosto le domande attraverso una sensibilità contemporanea, segnata dalla sovrabbondanza di immagini truculente a cui la cronaca globale ci espone quotidianamente, mettendo alla prova l’esercizio dell’empatia sia nella difficoltà di riconoscersi in eventi apparentemente distanti, sia nella frustrazione e nel senso di impotenza che essi generano.
In entrambe le opere lo sguardo è chiamato a confrontarsi con l’esistenza dell’altro, ma attraverso modalità differenti: Caravaggio mostra la misericordia mentre si compie, Yu Hong ne rappresenta le condizioni di necessità e lascia in sospeso la possibilità del suo manifestarsi. Il dolore, in questo secondo caso, non viene circoscritto a un singolo episodio né ricondotto a un significato univoco; diventa una presenza che interpella direttamente la coscienza di chi osserva.

La cappella dell’esposizione – Foto (modificata) da comunicato stampa
Buio e oro
Il contrasto messo in evidenza dal titolo della mostra non è quindi tra disperazione e redenzione, ma risiede nella tensione tra ciò che è compiuto ed è visibilmente raffigurato e ciò che resta possibile ed è richiesto alla sensibilità di chi è davanti all’opera. Il fondo oro e il chiaroscuro non sono soltanto due soluzioni estetiche contrapposte, ma due differenti modi di costruire la relazione tra immagine e spettatore. Da una parte, la luce rende visibile l’azione e le attribuisce una forma concreta; dall’altra, uno spazio simbolico raccoglie figure la cui storia individuale rimane in parte irrisolta. La misericordia si colloca così nello spazio aperto tra la sofferenza rappresentata e la responsabilità di chi la riconosce.
Tra il buio caravaggesco e l’oro di Yu Hong, la misericordia si rivela come un tema non ancora esaurito, come una pratica che ogni epoca è chiamata a reinterpretare.
La tela di Caravaggio non è soltanto un capolavoro della storia dell’arte, ma l’espressione visiva di una missione assistenziale che attraversa i secoli. La presenza al Pio Monte di Make a Wish rinnova tale legame, mostrando come la misericordia non sia un valore che appartiene esclusivamente alla tradizione religiosa cristiana. Il confronto non annulla la distanza culturale e temporale tra i due artisti, ma la trasforma in uno strumento per interrogare il significato della sofferenza e la responsabilità che nasce dal riconoscerla e relazionarsi a questa. E forse il desiderio evocato dal titolo dell’opera di Yu Hong è proprio questo: che, nel momento della caduta, ci sia una mano capace di raggiungerci; che il sostegno dell’altro non sia soltanto un vincolo, ma una forma di protezione; che lo sguardo rivolto al dolore possa oltrepassare la contemplazione e trasformarsi in un gesto concreto di solidarietà.
