Teatro Mercadante – Foto: Paola Germana Martusciello

Roberto Andò dirige Renato Carpentieri in L’ultimo nastro di Krapp e Press Conference: due opere che esplorano la memoria, il silenzio e le contraddizioni dell’esistenza umana.

L’ultimo nastro di Krapp e Press Conference, Beckett e Pinter: una scelta vincente con due piece che dialogano come due frammenti di drammaturgia del Novecento, nei quali si raccontano solitudini umane diverse tra loro, estrapolate dall’universo del teatro contemporaneo: un’idea eccellente per valore artistico e simbolico, quella del regista Roberto Andò, che consegna l’interpretazione dei testi alla sublime recitazione del bravissimo Renato Carpentieri. L’artista, infatti, solo sul palco, ingaggia una lotta simbolica tra le voci registrate o immaginarie per dimostrare come l’essere umano, dalla dimensione privata del proprio vissuto fino alla sfera pubblica del potere, come nel caso del personaggio di Pinter, finisca spesso per perdersi nel labirinto delle proprie parole.

Teatro Mercadante, il palco vuoto – Foto: Paola Germana Martusciello

Samuel Beckett descrive, attraverso il gesto dell’ascolto, il tempo e la memoria; infatti Krapp è un vecchio uomo solo che ha l’abitudine di registrare, ogni anno, il giorno del suo compleanno, gli eventi della sua vita su nastri magnetici e di riascoltare quelli vecchi. Seduto alla sua scrivania, fa partire una bobina registrata in un tempo in cui era ancora giovane, per riflettere sul concetto del tempo come filtro della non appartenenza, sul divenire e sull’essere, perché noi non siamo sempre la stessa persona, ma diveniamo sempre altro rispetto a ciò che eravamo. È un dialogo con il fantasma di se stesso per comunicare che il rapporto tra tempo, memoria e parola, si incrina sempre, a un certo punto della vita di ciascun essere umano; ma soprattutto che questo accade non solo nel luogo sicuro della sua coscienza, ma anche in quello della collettività.

Renato Carpentieri in “L’ultimo nastro di Krapp”, regia Roberto Andò – © foto di Lia Pasqualino (da comunicato stampa)

D’altra parte, anche il concetto del “vuoto” e del fallimento, che Beckett recupera come oggetto di analisi umana, è svelato attraverso l’idea di voler evidenziare come un’opera scritta nell’arco di una vita intera, ma mai letta da nessuno, sia soltanto una corsa per raggiungere un successo che non è arrivato e che non potrà mai arrivare, un fallimento di cui non dobbiamo preoccuparci affatto. D’altra parte, a questo punto potremmo chiederci quale sia il vero significato nascosto in quei nastri, che non rappresentano un vero ‘archivio’, ma riproducono soltanto i fantasmi della vita; sono frammenti di voce che servono a riempire la solitudine e il conseguente silenzio che ne deriva. È una riflessione spietata, ma al tempo stesso poetica, sulla vecchiaia, sulla solitudine e sull’impossibilità di possedere e fermare il proprio passato.

Nell’immagine finale vediamo svelato il suo vero significato: l’uomo resta immobile, chiuso nel suo silenzio davanti a quel nastro che gira a vuoto, simbolo della forza dell’assenza esistenziale e dell’oscuramento dell’interiorità, in un ultimo atto di vita segnato dall’impossibilità di riconoscersi in quella voce che non gli appartiene più. Indubbiamente, la figura di Krapp è connessa con quanto già Joyce aveva tracciato con il tema dell’Ulisse e con la sua meditazione profonda su Marcel Proust, al quale Beckett ha guardato.

Renato Carpentieri in “Press Conference”, regia Roberto Andò – © Foto di Lia Pasqualino (da comunicato stampa)

Pinter slitta, invece, dall’interiorità verso l’esterno, verso gli spazi pubblici. Infatti, in questo testo è in scena un uomo di potere, un ministro o un funzionario di Stato, formale, freddo e sfuggente: il politico che non dice mai la verità, che usa la parola per negare l’evidenza e che mostra come il potere riesca a sterilizzare la realtà, trasformando la tragedia umana in comunicati stampa rassicuranti e vuoti.

Ne emerge una grande meditazione sul significato profondo della parola e del suo utilizzo. Infatti, in Beckett la parola è il tentativo disperato e fallimentare di riempire il silenzio, che coincide con il vuoto esistenziale. Harold Pinter sposta il focus dalla crisi dell’esistenza a quella sociale e politica; la sua parola, infatti, nasconde sempre un secondo fine: il cosiddetto “silenzio pinteriano,” in cui la parola diventa uno strumento cinico, utilizzato per stabilire i duri ruoli tra vittima e carnefice.

Per le informazioni sulle date e gli orari delle rappresentazioni clicca sul link: www.teatrodinapoli.it

Paola Germana Martusciello

Di admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *