Insula Meridionalis – Foto da comunicato stampa
Un catino del Quattrocento, frammenti ceramici, tracce di strutture lignee. Le nuove indagini nell’Insula Meridionalis raccontano una città ancora frequentata nei secoli successivi all’eruzione del 79 d.C.
Dall’Insula Meridionalis un nuovo capitolo di una storia affascinante
La storia di Pompei non finisce con l’eruzione del 79 d.C. e, soprattutto, non scompare completamente dal paesaggio e dalla memoria fino alla sua riscoperta settecentesca. È questo uno degli elementi più interessanti che emerge dalle più recenti indagini condotte nell’Insula Meridionalis, nell’ambito del progetto di messa in sicurezza, consolidamento e restauro avviato nel 2023, di cui abbiamo già parlato in un articolo di circa un anno fa, pubblicato anche nel magazine n.71 del 30/08/2025.
I risultati delle ricerche, presentati recentemente nell’E-Journal degli Scavi di Pompei, aggiungono un nuovo capitolo alla storia del sito: alcune aree delle antiche rovine risultano infatti frequentate ancora tra il XV e il XVI secolo. Una scoperta che non autorizza a parlare di una Pompei nuovamente abitata come città, ma che obbliga a rivedere l’idea di un lungo e assoluto abbandono compreso tra la fine del I secolo d.C. e gli scavi borbonici del XVIII secolo.
Il catino che riporta Pompei nel Quattrocento
Le testimonianze più tarde, come indicato nell’articolo, sono state individuate nel settore occidentale dell’Insula Meridionalis, nella cosiddetta “Area in abbandono”, immediatamente a sud della Basilica, tra l’area del Tempio di Venere e i complessi della Casa di Championnet e della Casa dei Mosaici Geometrici.
È proprio qui che è emerso il reperto più significativo: un catino ceramico quasi integro, di circa 20 centimetri di diametro. Il recipiente smaltato di bianco riporta al suo interno una decorazione di colore verde, con una linea sotto l’orlo e un motivo ondulato sul fondo. I confronti con la produzione ceramica campana permettono di inquadrarlo, secondo i ricercatori, nel XV secolo.

Particolare del catino in smaltata di transizione – Foto da comunicato stampa
La sua importanza va oltre la semplice datazione. Il catino è infatti un oggetto di uso quotidiano: non un elemento antico recuperato e riutilizzato in una costruzione, né un manufatto riconducibile a una pratica antiquaria. È, in altre parole, una testimonianza concreta della presenza di persone che frequentavano quegli spazi nel periodo rinascimentale. Al reperto si aggiungono frammenti ceramici databili tra XV e XVI secolo, comprese ceramiche invetriate, oltre a solchi e numerose buche per pali. Per gli archeologi, queste ultime potrebbero essere legate ad una preesistente struttura lignea, forse un tavolato. Inoltre, un’apertura ricavata in una parete potrebbe aver assicurato luce e aerazione all’ambiente.
Pertanto, viste nel loro insieme, tutte queste testimonianze indicano che almeno alcune parti delle rovine erano accessibili e utilizzabili anche a molti secoli di distanza dall’eruzione del 79 d.C. Gli archeologi invitano però alla cautela. Le evidenze rinvenute sono concentrate in soli due ambienti e la stratigrafia dell’area è discontinua, anche a causa delle successive vicende di abbandono e delle esplorazioni archeologiche passate. Ciò non rende possibile stabilire con certezza quale fosse la natura dell’occupazione, né quanto fosse estesa. Parlare, pertanto, di una “Pompei rinascimentale” sarebbe un salto interpretativo che i dati non consentono.
Dopo il 79 d.C. Pompei perse progressivamente la propria funzione e identità urbana, ma questo non significa che le sue strutture siano diventate immediatamente e definitivamente inaccessibili. Le indagini dell’Insula Meridionalis stanno restituendo, piuttosto, l’immagine di un sito caratterizzato, nei secoli, da frequentazioni discontinue, riusi e trasformazioni anche dopo la catastrofe vesuviana.
Pompei nella cultura dell’Umanesimo
L’approfondito articolo pubblicato nell’E-Journal degli Scavi di Pompei coglie l’opportunità di affiancare alla testimonianza archeologica un’altra forma di sopravvivenza: quella letteraria e culturale.
È in questo contesto che acquista particolare rilievo la figura di Iacopo Sannazaro, protagonista dell’ambiente umanistico della Napoli aragonese e membro dell’Accademia Pontaniana. Nell’Arcadia, un prosimetro di ambientazione pastorale strutturato in 12 prose e 12 egloghe, composto dallo scrittore alla fine del Quattrocento e pubblicato a stampa nel 1504, il paesaggio vesuviano e la memoria delle antiche distruzioni entrano nell’immaginario letterario rinascimentale. In particolare, nella prosa XII e nel componimento latino De Vesuvio Monte, il vulcano appare come un paesaggio profondamente trasformato dall’eruzione e dalla distruzione.

Tiziano Vecellio – Ritratto di Jacopo Sannazaro (1514-18) – Licenza: pubblico dominio by Wikimedia Commons
Nel brano in prosa si riconosce esplicitamente Pompei all’interno di questo scenario, identificandola come una delle città del territorio vesuviano: “Tempo ben fu, che con lor danno tutti i finitimi li sentirono, quando con tempestose fiamme, e con cenere coperse i circonstanti paesi, siccome ancora i sassi liquefatti ed arsi testificano chiaramente a chi li vede; sotto ai quali chi sarà mai, che creda che e popoli, e ville, e citta nobilissime siano sepolte? come veramente vi sono non solo quelle, che dalle arse pomici, e dalla ruina del monte furon coperte, ma questa, che d’innanzi ne vedemo, la quale senza alcun dubbio celebre città un tempo nei tuoi paesi chiamata Pompei, ed irrigata dalle onde del freddissimo Sarno, fu per subito terremoto inghiottita dalla ferra, mancandole, credo, sotto ai piedi il firmamento, ove fondata era.” (estratto da Jacopo Sannazzaro – Arcadia – Prosa XII – https://it.wikisource.org/wiki/Arcadia_(1806)/Prosa_XII)
Ma anche in questo caso è necessaria prudenza. Il testo di Sannazaro non può essere considerato automaticamente la descrizione diretta delle rovine osservate. La sua rappresentazione del Vesuvio e delle città distrutte è fortemente filtrata dalla cultura umanistica e dalla conoscenza delle fonti classiche. Il valore della testimonianza, tuttavia, rimane intatto. Sannazaro dimostra che Pompei era già presente nell’orizzonte culturale dell’Umanesimo napoletano, ben prima degli scavi sistematici di età borbonica.
Peraltro, nello studio pubblicato dal Parco Archeologico viene richiamata anche una suggestiva coincidenza artistica: la riscoperta, all’interno del Palazzo della Prelatura del Santuario della Beata Vergine di Pompei, di una Deposizione di Cristo attribuita ad Andrea Mantegna. Il capolavoro, documentato fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli e a lungo ritenuto disperso, giunse nella città vesuviana solo alla fine dell’Ottocento per la fondazione del complesso mariano. Recentemente restaurata dai Musei Vaticani ed esposta nella nuova Pinacoteca del Santuario, l’opera non ha un legame diretto con i reperti dell’Insula Meridionalis; tuttavia, la sua presenza funge da potente parallelo concettuale per riflettere sulla ricezione e sulla percezione dell’antico durante l’Umanesimo.

Andrea Mantegna – Deposizione di Cristo (1495-1500 ca.) – Pompei, Santuario della Beata Vergine del Rosario – Foto (modificata) da Comunicato stampa
È proprio mettendo a confronto le diverse tipologie di testimonianze che la vicenda assume un significato più ampio. Da una parte c’è la persistenza materiale: il catino del XV secolo, gli altri frammenti ceramici, i piani di frequentazione, le buche per pali e le modifiche apportate agli ambienti antichi.

Frammento di fiaschetta invetriata e frammento di orlo con ansa invetriata – Foto da comunicato stampa
Dall’altra c’è la persistenza culturale: Pompei continua a essere riconoscibile nella cultura umanistica napoletana, entra nella letteratura di Sannazaro e rimane associata alla memoria dell’antico paesaggio vesuviano. Non è possibile stabilire un rapporto diretto tra questi due fenomeni. Non sappiamo, per esempio, se coloro che frequentavano gli ambienti dell’Insula Meridionalis conoscessero la produzione letteraria di Sannazaro, né se la loro presenza avesse qualche relazione con il contesto erudito della Napoli rinascimentale, ma la loro contemporaneità è significativa.
Mentre persone anonime continuavano a utilizzare, almeno occasionalmente, alcuni spazi delle sue rovine, Pompei sopravviveva anche come luogo della memoria nella cultura degli intellettuali.
La “riscoperta” del 1748 cambia significato
Alla luce di queste nuove evidenze, anche il concetto tradizionale di “riscoperta di Pompei” merita di essere precisato. Il 1748 rappresenta senza dubbio una svolta decisiva: con l’avvio delle esplorazioni sistematiche in età borbonica, Pompei diventa progressivamente oggetto di ricerca archeologica, documentazione e conoscenza topografica. Ma il Settecento non coincide con la prima comparsa della città nella coscienza storica moderna.
La sequenza appare oggi più articolata. L’eruzione del 79 d.C. determina la cancellazione della funzione urbana; seguono, però, forme di sopravvivenza e riuso degli spazi, frequentazioni tardoantiche, progressivi abbandoni, nuove presenze in età medievale e rinascimentale e, parallelamente, la conservazione della memoria nella cultura antiquaria e letteraria; solo successivamente arrivano le grandi esplorazioni archeologiche settecentesche.
I reperti emersi di recente nell’Insula Meridionalis e le opere di scrittori riconducibili al Rinascimento dimostrano che la materialità delle rovine e la memoria culturale della città risultano documentabili, anche se non è possibile stabilire tra loro un rapporto diretto. Pompei non fu, quindi, del tutto dimenticata. Più correttamente, gli studiosi sono giunti alla conclusione che la città non era abitata nel Rinascimento, perché i dati acquisiti non consentono un’affermazione diversa, ma al contempo appare semplicistico sostenere che essa sia rimasta nell’oblio sino al 1748.

Ricostruzione digitale della fase di rioccupazione della cosiddetta «Area in abbandono» tra Basso Medioevo e Rinascimento. La restituzione propone una visualizzazione ipotetica dell’assetto dell’area, documentando la continuità di frequentazione della zona attraverso i secoli, ben prima dell’inizio degli scavi borbonici nel 1748 – Foto da comunicato stampa
Tra la Pompei sepolta del 79 d.C. e la Pompei scavata dai Borbone non ci fu, dunque, un vuoto assoluto. Le nuove indagini nell’Insula Meridionalis suggeriscono piuttosto una storia fatta di presenze intermittenti; è forse proprio questa la novità più interessante che le recenti ricerche restituiscono. Significative, in tal senso, appaiono le parole del direttore del parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel: «Senza togliere nulla a ricercatori come Gioachino Alcubierre, arrivato dalla Spagna e promotore dei primi scavi archeologici a Pompei nel 1748, bisogna prendere atto che qui esisteva una comunità locale che sin dall’indomani dell’eruzione ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo “Civita”, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale. Naturalmente i contadini e pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente. Pompei è ed è sempre stata una vera e propria heritage community e se oggi porta il nome della città antica, non è perché Pompei è risorta dal nulla, ma perché è sempre stata parte della memoria collettiva in questo territorio».
Specifiche foto dal web
Titolo: Portrait of Jacopo Sannazaro
Autore: Titian
Licenza: Public domain, via Wikimedia Commons
Link: File:TITIAN; Portrait of Jacopo Sannazaro (1514-18).JPG – Wikimedia Commons
Foto modificata
