La Basilica di Santa Maria della Sanità (XVII secolo) e, sullo sfondo, il Ponte della Sanità (XIX secolo) – Foto: Giuseppe Schiattarella
Negli ultimi anni, uno dei luoghi più frequentati del popolare quartiere di Napoli è l’atelier-museo dello scultore, situato all’interno della chiesa di S. Aspreno ai Crociferi.
La fama di Jago, tra scultura e cinema
Attraverso il motto “il luogo è il genio”, Jago esprime il suo rapporto profondo e simbiotico con il Rione Sanità di Napoli. Dal suo punto di vista il quartiere rappresenta un ‘terreno fertile’ dove è ancora possibile seminare e far germogliare l’arte. Di Jago scultore, delle sue enormi capacità tecniche e artistiche, del suo stile, ma anche di alcune delle sue opere più importanti, ha già parlato, con competenza, Paola Germana Martusciello nell’articolo Jago & Pingitore: quando l’arte scultorea e quella cinematografica si incontrano, pubblicato anche sul numero n.43 del nostro magazine del 3 agosto 2024, in occasione della presentazione del film Jago Into the White a lui dedicato dal regista Luigi Pingitore. Questo focus, invece, vuole mettere in risalto come e perché un artista giovane e noto, peraltro neanche napoletano, ha fatto del rione Sanità un suo punto di riferimento.

Un fotogramma del film – Foto: Paola Germana Martusciello
Un po’ di storia: l’esclusione della Sanità dal tessuto sociale cittadino
Il quartiere Sanità rappresenta l’esempio emblematico della stratificazione di Napoli dal punto di vista storico e urbanistico: uno scrigno che cela memorie millenarie, che spaziano dalle necropoli della Neapolis greca alle catacombe paleocristiane di San Gaudioso, San Severo e San Gennaro, sino all’acquedotto Augusteo e alle infrastrutture borboniche, riflettendo tutte le profonde contraddizioni umane e materiali della città.
Storicamente il suo pregresso degrado è legato alla realizzazione del ponte Maddalena Cerasuolo, meglio noto come ponte della Sanità, voluto da Giuseppe Bonaparte e finito di realizzare da Gioacchino Murat nel 1809 per collegare più agevolmente via Toledo, centro della città, con la Reggia di Capodimonte. In questo modo, infatti, divenne possibile bypassare il vallone sottostante in cui è ubicato il rione, che rendeva faticoso e lungo il percorso verso il sito reale borbonico.
Fu così che la zona, ricca, come accennato, di testimonianze storiche risalenti fin dal IV secolo a.C., nonché di conventi e chiese – si ricordano, a tal proposito, la basilica di Santa Maria della Sanità, gioiello barocco di inizio Seicento disegnato dall’architetto Fra Giuseppe Nuvolo, e il complesso vanvitelliano dei Vincenziani – e abbellita da importanti palazzi nobiliari come il Palazzo dello Spagnolo, fatto costruire nel 1738 da Nicola Moscati, marchese di Poppano, pregevole esempio di architettura civile in stile barocco napoletano – cadde in un progressivo decadimento.
Il rione, di fatto, divenne pian piano un sobborgo che, sebbene molto popolato, era sostanzialmente escluso dalla vita cittadina. Questa condizione nel corso dei secoli portò a trasformarlo in un luogo da evitare, ricordato nel Novecento e fino agli anni Duemila come una roccaforte inespugnabile di gruppi camorristici, talvolta in guerra tra loro, che stabiliscono le loro regole di convivenza.

Palazzo dello Spagnolo (XVII secolo) – Foto: Giuseppe Schiattarella
La rinascita dai primi anni Duemila
La lenta ma inesauribile ‘risalita’ del rione, in termini di vivibilità, e la sua apertura al resto della città partono di fatto nel 2001 con l’arrivo di un presbitero visionario e con le idee chiare: padre Antonio Loffredo. Una storia, la sua, che inizia quando le chiese del territorio, ad eccezione della basilica di Santa Maria della Sanità, erano quasi tutte chiuse. Lavorando con passione, forte della sua caparbietà, padre Antonio, come lo chiamano tutti, ha saputo conquistare la fiducia della gente e rendere vive le strade del quartiere fino a notte fonda, dando vita a laboratori teatrali e musicali (esiste un’orchestra giovanile chiamata Sanitansamble), a una palestra di boxe, a una scuola. Tale azione di recupero del patrimonio immobiliare religioso mira anche a mettere in mostra l’arte, come nel caso della chiesa di San Severo Fuori le Mura – dove sono esposti quadri del Seicento napoletano e Il Figlio velato di Jago – e della chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, prima laboratorio del citato scultore e, successivamente, sede dello Jago Museum, che richiama un gran numero di visitatori.

Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi (XVII-XVIII secolo) – Foto: Giuseppe Schiattarella
Parlando con Lello Poppella, membro di una famiglia che è nel commercio nel quartiere da due secoli e produce tipicità culinarie come i tarall’ n’sogna e pepe, il tradizionale e inimitabile pagnuttiell, e, in negozi dedicati, il sempre più famoso fiocco di neve, si coglie tutto l’entusiasmo della nuova vita nella Sanità: “Le iniziative di Padre Loffredo e le cooperative di giovani nate con lui, hanno dato tanto, non solo al nostro quartiere… a tutta la città… e noi negozianti ci siamo rimboccati le maniche e ci siamo messi a lavorare… ogni punto a favore del nostro quartiere è positivo…. Ci siamo tutti impegnati a rendere i nostri esercizi adeguati a un turismo sempre più esigente.” A proposito del Museo Jago, Lello ha riferito che si tratta di uno spazio espositivo molto frequentato, la cui presenza ha portato grandi benefici soprattutto al settore della ristorazione, precisando però che anche i commercianti hanno dato un contributo alla vivibilità della zona. Quanto all’uomo Jago, da lui ben conosciuto, da quando nel 2019 ha attivato il suo laboratorio nell’attigua chiesa di Sant’Aspreno, dice: “Ha sempre frequentato la zona, tranne negli ultimi tempi perché molto impegnato. Quando viene a Napoli abbiamo sempre modo di scambiare due chiacchiere. È un uomo umile… molto umile, anzi troppo umile, nonostante il successo è rimasto uguale a quando l’ho conosciuto.”

“Self” (2019) – Autoritratto di Jacopo Cardillo, ‘Jago’ – Foto: Giuseppe Schiattarella
I luoghi di Jago nel Rione
Il legame di Jago con il quartiere si articola principalmente attraverso due luoghi sacri. Il primo di questi è la chiesa di San Severo fuori le mura: qui, dal 21 dicembre 2019, è collocato permanentemente nella Cappella dei Bianchi il Figlio Velato. L’opera, scolpita a New York ma destinata specificamente alla Sanità, è diventata un simbolo di bellezza e rinascita per il quartiere; un’operazione, questa, nata con l’obiettivo di rendere la scultura un “simbolo tra i simboli di Napoli”, promuovendo la tutela dell’infanzia e la crescita culturale del territorio. La presenza dell’artista è vista come un ‘seme’ capace di generare un’eredità culturale e sociale in un quartiere ricco di contrasti e culture. La sua collocazione è stata pensata dall’autore per creare un dialogo con il celebre Cristo Velato di Sanmartino, situato a poca distanza, e per attirare visitatori in una zona meno conosciuta dai flussi turistici di massa.

“Figlio Velato” (2019) – Foto: Giuseppe Schiattarella
Il secondo dei due luoghi legati all’artista è la chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi (Jago Museum). Situata all’ingresso del rione, questa struttura seicentesca è stata inizialmente utilizzata da Jago come studio per sedici mesi durante la realizzazione della sua Pietà.
Durante questo periodo, l’atelier è rimasto sempre aperto ai visitatori, permettendo alla comunità di partecipare visivamente al processo creativo. Il 20 maggio 2023 tale luogo è stato ufficialmente inaugurato come Jago Museum, un polo permanente che ha registrato oltre 5000 presenze solo nel giorno dell’apertura. La struttura museale ospita alcune tra le più importanti opere dell’artista che, oltre a dimostrare la riconosciuta abilità di trasformare blocchi singoli di marmo in manufatti dallo stile classico, sono in grado di trasmettere in via immediata messaggi profondi contro la discriminazione, la guerra, l’ingiustizia sociale e di promuovere il valore della donna.

“Pietà” (2021) – Foto: Giuseppe Schiattarella
L’importanza di una presenza attiva sul territorio
La rinascita della Sanità è stata resa possibile anche grazie alla positiva ostinazione di un gruppo di giovani napoletani che hanno voluto costruire nel quartiere il loro futuro: ragazzi che hanno scelto di restare in un contesto un tempo difficile, intraprendendo una strada in cui lavoro e responsabilità sono il frutto della condivisione di uno stesso scopo, cioè il recupero e la vivibilità di un luogo che pian piano sta restituendo il ‘bello’ nascosto per troppi anni.

“David” (2024) – Foto: Giuseppe Schiattarella
La Cooperativa La Sorte, un’organizzazione gestita da giovani del quartiere, sulla spinta di ‘Don Antonio’, è impegnata già da qualche anno nel recupero di siti storici e chiese abbandonate per trasformarle in risorse turistiche e lavorative. Appare in tutta la sua evidenza come la sinergia tra enti no-profit, istituzioni religiose e residenti abbia generato un impatto economico positivo, contrastando la disoccupazione attraverso un turismo responsabile.

“Integrazione” (2025) – Foto: Giuseppe Schiattarella
Oltre alla valorizzazione del patrimonio artistico, come le catacombe, gli ipogei, le chiese e gli spazi espositivi permanenti come il Museo Jago, ormai conosciuti a livello internazionale, molteplici sono le iniziative di inclusione sociale e di supporto psicologico che rafforzano il benessere della comunità. In sintesi, il quartiere rappresenta un esempio virtuoso di riscatto urbano, dove la tutela delle radici storiche diventa il motore per costruire un futuro sostenibile per le nuove generazioni.

“Natura morta” (2025) – Foto: Giuseppe Schiattarella
