Ragazza in un campo di lavanda – Foto: Simona Monti/Simona Colletta modificata con IA

Dalla lavanda alla rinascita del territorio: un viaggio tra paesaggi, storia e tradizioni della Tuscia.

a cura di Simona Colletta

Un paesaggio e i suoi tipici colori

Il territorio della provincia di Viterbo che guarda verso il mare riflette i colori del tufo, dal giallo al beige, sino alle note più calde del rosso e del marrone. Sono gli stessi colori degli affreschi che adornano gli ipogei di Tarquinia e della roccia in cui sono scavate le tombe rupestri presenti in tutta la zona compresa tra l’Alto Lazio e la Maremma toscana: un tratto distintivo di questo paesaggio. In estate la luce riflessa tinge d’oro i campi di grano, che si infuocano al tramonto, quando il sole si inabissa nel Tirreno: un panorama che scalda l’anima prima della pelle. 

Tra giugno e luglio avviene un prodigio: la tavolozza si arricchisce del viola, del lilla e dell’azzurro delle coltivazioni di lavanda che fioriscono nella zona di Tuscania e Arlena di Castro, ed è tutto un volare di api e farfalle che fanno festa attorno alle fioriture aromatiche. Un rapporto antico unisce le cittadine viterbesi ai campi profumati della Provenza, un legame rinnovato dal recupero di luoghi abbandonati che sono divenuti simboli di rinascita.

L’Abbazia di San Giusto: dalla fondazione benedettina all’avvento dei cistercensi

Nel 1990 l’ingegnere Mauro Checcoli, conosciuto nel mondo dello sport per aver partecipato a tre Olimpiadi consecutive e aver conquistato due medaglie d’oro nelle competizioni equestri, arrivò a Tuscania e acquistò i terreni di un’azienda agricola della zona, ivi compreso un rudere che fa da ricovero per gli animali. Grazie agli studi storici e alle ricerche attente della Soprintendenza competente, quelli che inizialmente sembravano i resti di una vecchia chiesa diroccata con annesso un pezzo di campanile si rivelarono essere le rovine dell’antica Abbazia di San Giusto, fondata nel 990 nella vallata del fiume Marta da un nucleo di monaci benedettini insediati nei pressi di una sorgente d’acqua.

Il chiostro dell’Abbazia di San Giusto con la fontana – Foto: Simona Colletta

Il monastero, sorto lungo un crocevia importante, offriva ospitalità e cura ai pellegrini che percorrevano la valle per raggiungere Tarquinia e poi la costa. Secondo l’antica regola di San Benedetto Ora et labora, durante la giornata i monaci dividevano il loro tempo tra momenti di preghiera e di lavoro manuale e si dedicavano all’accoglienza dei pellegrini, ai quali, se necessario, prestavano assistenza.

Tuttavia, dopo due secoli, a causa dei debiti accumulati e del decadimento morale, il convento conobbe il declino. A quel punto, come era in uso all’epoca, il papa decise di sostituire l’ordine.

A Tuscania, nel luglio del 1146, arrivò un gruppo di monaci del nuovo ordine riformato nella città di Cîteaux, da cui appunto deriva il nome cistercensi, giunti per ristabilire la regola benedettina in modo fedele e ortodosso. Tale movimento religioso ebbe origine in Francia nell’XI secolo e si sviluppò in quattro abbazie madri: La Ferté, Morimond, Clairvaux e Cîteaux. I religiosi, una volta formati, si sganciavano per andare a fondare nuovi centri di culto speculari alle sedi di origine, dando vita a un continuo sorgere di ‘abbazie figlie’ nel resto d’Europa. Le ricerche hanno evidenziato che San Giusto appartiene direttamente alla filiazione dall’Abbazia di Fontevivo, in provincia di Parma, collegata a Clairvaux. I cistercensi, votati a uno stile di vita frugale, non amavano l’apparenza e le decorazioni superflue, ritenendo che la vera bellezza fosse racchiusa nel creato e andasse custodita ed esaltata attraverso il lavoro.

Interno dell’Abbazia di San Giusto – Foto: Simona Colletta

È molto probabile che già in epoca medievale i monaci coltivassero nei pressi del monastero i campi di lavanda, le cui molteplici qualità erano riconosciute e sfruttate già dall’epoca dei romani. Largamente utilizzata in ambito terapeutico come rimedio analgesico, antinfiammatorio, antisettico, antispasmodico e cicatrizzante, la lavanda è apprezzata da sempre per la cura e l’igiene della casa e come repellente naturale di tarme e insetti. Gli usi della pianta nei secoli sono stati i più disparati. Un esempio è l’utilizzo che ne fece il chimico Joseph Nicéphore Niépce, che, impiegando una miscela di lavanda e bitume di Giudea, riuscì a produrre la prima fotografia su metallo.

Dall’abbandono al recupero da parte di Checcoli

Gli scritti dell’epoca testimoniano che l’attività nell’abbazia tramontò definitivamente attorno al 1460. Poco dopo, nel 1500, la struttura fu abbandonata dai monaci. Quando Checcoli comprò l’azienda, la chiesa era una stalla e la cripta una porcilaia. Furono necessari vent’anni di lavori per la rimozione del cemento e delle tettoie posticce, il recupero del materiale caduto a terra e la ricostruzione, ma oggi San Giusto è letteralmente rifiorita. È stata ricostruita rispettando la struttura originale del tipico monastero cistercense del XII secolo, con la torre, il chiostro, la sala capitolare, il parlatorio, lo scriptorium, il refettorio, il cellarium e due dormitori per monaci e conversi. Il restauro è stato accurato e ha previsto anche il recupero dell’area dove venivano fuse campane di diverse dimensioni, sia grandi che piccole.

Panoramica esterna dell’Abbazia di San Giusto – Foto: Simona Colletta

Si può affermare che la coltivazione della lavanda nella Tuscia sia nata su questi terreni e sia il frutto della determinazione e del coraggio di chi ha creduto nella bellezza di questo territorio. Ma non è l’unica storia avvincente legata a questi posti.

La vicenda della tenuta La piantata: dai Farnese a Stucchi

Negli stessi anni, Renzo Stucchi, amministratore delegato di Cacharel, che viveva tra Milano, Parigi e Nîmes, in Provenza, si trovò ad accompagnare per caso un amico interessato all’acquisto di un immobile nella Tuscia.

Affascinato dall’incanto di questi luoghi, nel 1992 il manager comprò un casale in rovina ad Arlena di Castro, a pochi chilometri da Tuscania. Anticamente i terreni facevano parte del Ducato di Castro, allora di proprietà della famiglia Farnese. Dopo il declino economico della dinastia Farnese, vennero venduti a un principe polacco di nome Stanislao Poniatowski, il quale a un certo punto decise di cederli per spostarsi a Firenze. Le terre vennero acquistate nell’Ottocento dai Fabrizi, una famiglia benestante della zona che aveva diversi possedimenti tra Piansano ed Arlena. In questo periodo fu costruito il casolare mentre i terreni furono destinati alla piantumazione di 1.800 ulivi, da qui deriva il nome della tenuta, La piantata. Tuttavia, nel 1848, durante una rivolta dei contadini contro il monopolio dei Fabrizi, l’intera coltivazione fu data alle fiamme. Successivamente i terreni furono comprati dalla famiglia Pasqualetti. Infine, nel 1992, La piantata venne acquistata da Stucchi, che eseguì un restauro del casale di grande qualità, ricercando i materiali più simili a quelli utilizzati per la costruzione originaria, migliorandolo con l’aggiunta di parti nuove come la veranda in vetro.

Ma la grande innovazione che introdusse Stucchi fu quella di creare nella tenuta le case sugli alberi, così come le aveva viste in Provenza. La prima, chiamata Suite Blue, fu costruita su una grande quercia di 500 anni da Alain Laurens, il progettista de La Cabane perchée, mentre successivamente venne realizzata la Black Suite.

Panoramica sulla Suite Blue e i campi de La piantata – Foto: Simona Colletta

L’ultima novità de La piantata è il giardino botanico, dotato di un percorso sensoriale che attraversa tante isole coltivate con le piante commestibili, officinali, utilizzate per tè e tisane, e piante tintorie, che mostrano la ricchezza della sapienza fitoterapica per la cura della persona.

Tecniche e segreti di una florida produzione

L’esperienza di riqualificazione del territorio unì Stucchi e Checcoli, che negli stessi anni diedero vita a una rivoluzione naturale e paesaggistica, avviando la coltivazione dei campi di lavanda. I due proprietari, supportati da Olindo Cosimelli, un esperto coltivatore locale, acquistarono le piantine direttamente in Provenza, nonostante le perplessità dei francesi, che non ritenevano adatto il terreno di Tuscania a tale specie, poiché, al contrario dei terreni francesi, quello della Tuscia è altamente argillosa e perciò tende a compattarsi e trattenere l’acqua.

I coltivatori viterbesi aggirarono l’inconveniente zappando frequentemente i campi, con il doppio vantaggio di eliminare le erbe infestanti e dare aria alle radici delle piante, che, a dispetto dei pronostici, crescevano robuste. Pertanto, nonostante le previsioni negative, dopo due anni si videro rigogliosi cespugli e i filari viola assecondare dolcemente i declivi della Tuscia.

Fioritura della lavanda – Foto: Simona Colletta

La lavanda è una xerofita, perciò è particolarmente adatta a resistere in ambienti caratterizzati da scarsa umidità. Studi scientifici hanno dimostrato che, per le sue caratteristiche, è tra le piante che possono meglio sopportare la siccità. Ciò è dovuto al fatto che le ruvide foglie grigiastre sono ricoperte di una fitta peluria che trattiene l’umidità all’interno della pianta. Presso l’Abbazia di San Giusto venne realizzato il primo sistema di distillazione a getto di vapore della zona per l’estrazione dell’essenza. Per la riuscita di un prodotto di qualità è necessario procedere alla raccolta delle spighe quando i fiori raggiungono la massima concentrazione delle sostanze aromatiche.

Il segnale della loro maturazione è dato dalle api, che smettono di bottinare il polline; a quel punto, nelle ore più fresche di giugno e luglio si procede alla raccolta. Successivamente il raccolto viene messo in un alambicco attraversato da un getto di vapore, che fa aprire le ghiandole che contengono l’olio. Durante il processo di raffreddamento del liquido, l’acqua derivata dal vapore si separa dall’essenza oleosa. In proporzione, occorre un quintale di rametti di lavanda per ottenere un litro di olio essenziale. Negli anni successivi, altre aziende della zona hanno seguito le orme dei due imprenditori e ne è nata una cooperativa di coltivatori della lavanda.

Coltivazione di lavanda nella Tuscia – Foto: Simona Colletta

Oggi San Giusto ha convertito le coltivazioni sostituendo la lavanda con l’elicriso, un’altra pianta officinale tradizionalmente utilizzata per le sue proprietà benefiche, ma nella zona molte aziende proseguono, insieme a La piantata, il percorso avviato da Checcoli. Sono soprattutto imprese gestite da donne legate da una naturale affinità alle spighette profumate. È possibile incontrarle nei campi quando aprono le porte ai visitatori che vogliono conoscere le meraviglie delle loro tenute e godere l’esperienza di passeggiare tra i filari profumati, accompagnati da una nuvola di farfalle e di api, talmente inebriate dai fiori da farsi perfino accarezzare.

Coltivazione di lavanda in azienda agricola nella Tuscia – Foto: Simona Colletta

Nel primo weekend di luglio diversi artigiani e coltivatori di lavanda si danno appuntamento nel centro storico di Tuscania per festeggiare il raccolto ed esporre i propri prodotti in una ricca mostra-mercato che non è solo un’esplosione di spighe e profumi, ma anche la messa in scena degli effetti benefici che la pianta può apportare nella vita delle persone. La storia delle coltivazioni di Tuscania rispecchia il desiderio di tutelare e salvaguardare di un territorio che custodisce tesori artistici e storici di inestimabile bellezza. Rappresenta una barriera contro l’avanzare della speculazione edilizia e della cementificazione e garantisce alle generazioni future la possibilità di sperimentare un’economia alternativa, fatta di passione e lungimiranza.

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