Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, facciata – Foto: Stefania Rega

Il piccolo edificio, situato a pochi passi dalla residenza del Presidente della Repubblica Italiana, è uno dei gioielli del barocco romano.

Bernini: un figlio d’arte, dotato di un versatile talento

Gian Lorenzo Bernini nacque a Napoli nel 1598, ma si formò come artista primariamente a Roma, dove ha eseguito buona parte della sua produzione. Basta una rapida scorsa delle sue opere per restare sbalorditi. Bernini è l’architetto del colonnato di San Pietro, del Palazzo Barberini, della Barcaccia di Piazza di Spagna, della Fontana dei Quattro Fiumi a Piazza Navona. Tra le sculture, ha realizzato una lunga serie di busti dei più importanti personaggi del suo tempo, tra cui Papa Clemente X e Luigi XIV, ma soprattutto ha scolpito alcuni tra i più straordinari gruppi marmorei del barocco: Apollo e DafneIl ratto di Proserpina e il sontuoso Davide, colto nel momento di lanciare la sua fionda.

Colonnato di San Pietro – Foto: Giorgio Manusakis

Il talento di Gian Lorenzo si manifestò – come sempre quando è autentico e potente – fin dalla prima infanzia. Il padre Pietro, scultore anche lui, seppe accoglierlo e aiutarlo a svilupparsi. Genitore e figlio realizzarono alcune opere insieme, prima che le doti straordinarie del giovane Gian Lorenzo lo mettessero in luce e lo facessero diventare l’artista prediletto dei papi. In particolare, nei suoi 82 anni di vita vissuti quasi tutti nella capitale pontificia, lo scultore ne vide avvicendarsi ben 8, da Urbano VIII a Innocenzo XI. E tutti, seppure in modi e misure diverse, gli affidarono opere di grandissimo rilievo artistico e culturale.

La versatilità di Bernini, del resto, che non solo eccelleva nella scultura, nella pittura nell’architettura, ma era anche in grado di gestire con piglio risoluto e mano esperta grandi cantieri, ben si accordava con la risolutezza dei pontefici suoi contemporanei, tenacemente determinati a lasciare un segno tangibile del proprio governo. Papa Alessandro VII fu colui che sfruttò più degli altri le capacità architettoniche di Bernini. Fu suo l’incarico per il Colonnato di San Pietro, compresa la Cattedra di San Pietro all’interno della Basilica, e per il completamento di Piazza del Popolo. E fu ancora Alessandro VII nel 1658 ad assegnare a Gian Lorenzo il progetto di riqualificazione della chiesa di Sant’Andrea al Quirinale.

Gli ‘effetti’ barocchi: dall’‘abbraccio’ della facciata al dinamismo della planimetria

Su quel colle, la mano dell’artista aveva già lasciato un segno indelebile. Bernini aveva progettato la cosiddetta Manica Lunga del Palazzo del Quirinale, vale a dire il lungo edificio sul lato sud di quello che all’epoca era la sede del papa e che oggi ospita il Presidente della Repubblica. Proprio davanti alla Manica Lunga, in via del Quirinale, quella che era stata la sede del noviziato dei Gesuiti nel corso della seconda metà del Cinquecento versava in deprecabili condizioni: Bernini ne fece un esempio luminoso di architettura barocca.

Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale e via del Quirinale – Foto: Stefania Rega

Nel progetto originario la facciata della chiesa si apriva su un piccolo sagrato dilatato da due ali concave che si protendevano verso il Palazzo del Quirinale e che suggerivano l’idea dell’abbraccio della Chiesa, sul modello del colonnato della Basilica di San Pietro in Vaticano –  anch’esso, come si è detto, del Bernini. Nel 1889, però, l’allargamento di via del Quirinale comportò la riduzione delle due ali e quindi la perdita dell’effetto ideato da Bernini. Oggi, la facciata si presenta quindi con due ali laterali che sembrano sul punto di aprirsi, ma vengono immediatamente chiuse dal ciglio della strada. Restano, per fortuna, la gradinata semicircolare e un portico monumentale, con lo stemma della famiglia Pamphili – che finanziò il progetto –  retto da colonne ioniche.

L’interno, di piccole dimensioni, giustifica pienamente la sua nomea di gioiello barocco. Le decorazioni sono lussuosissime: la chiesa è un profluvio di marmi policromi, dorature e stucchi; una teoria di colonne corinzie delimita le cappelle, sostiene timpani; angeli, putti, persino apostoli sembrano volare nell’aria, circondati da drappeggi sontuosi, da ghirlande di fiori; stucchi dorati incorniciano quadri e decorano soffitti.

Ma la nota architettonica più originale è la pianta ellittica. Poiché aveva poco spazio a disposizione – solo 30 metri di lunghezza per 40 di larghezza – Bernini rinunciò alla tradizionale planimetria rettangolare e realizzò un’ellissi con l’asse maggiore trasversale, creando un effetto estremamente dinamico. L’altare maggiore è introdotto da colonne di marmo colorato, mentre una imponente raggiera in stucco dorato accoglie la pala d’altare che raffigura il martirio di Sant’Andrea apostolo sulla tradizionale croce a X, detta appunto croce di Sant’Andrea. L’opera fu realizzata da Jacques Courtois, detto il Borgognone.

L’altare maggiore col dipinto del martirio di Sant’Andrea e, a destra, l’interno della chiesa – Foto: Stefania Rega

Su ognuno dei due lati si aprono altre due cappelle, tra cui una dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù.

Ma la vera meraviglia della chiesa è la cupola. Anch’essa di forma ellittica, è composta da costoloni che si allargano verso il basso, creando spicchi decorati con cassettoni dorati. Le numerose finestre la inondano di luce, accesa dalla doratura, e durante le diverse ore del giorno la diversa inclinazione dei raggi del sole crea suggestivi effetti visivi.

Due tesori nel tesoro: la sacrestia e il convento

Il tesoro della piccola chiesa di Sant’Andrea ne custodisce, come una matriosca, altri due più piccoli. Il primo è la sacrestia: un ambiente quasi più grande della chiesa stessa, che ospita, oltre ad uno splendido lavabo disegnato sempre dal Bernini, un soffitto affrescato con colori sgargianti e una grazia incantatrice che riproduce la gloria di Sant’Andrea.

La cupola e la sacrestia – Foto: Stefania Rega

Percorrendo una scala che porta al piano superiore, in cui ogni gradino sembra un passo verso un altro mondo, si accede poi al convento. In ambienti semivuoti e bui sono conservate alcune singolari reliquie. In una stanza, si possono osservare due porte antiche debitamente protette da un vetro. Una apparteneva alla camera di San Francesco Borgia, generale della compagnia del Gesù.  La seconda, invece, completa di chiavistello in ferro, apparteneva alla vigna della Balbina, il sito sul colle Aventino che Sant’Ignazio di Loyola scelse come luogo di meditazione e preghiera per i giovani gesuiti nel 1555. Come dice la descrizione, la porta veniva regolarmente toccata dalle mani del fondatore al momento dell’apertura e della chiusura. Infine, vi è la stanza detta di san Stanislao Kostka. Pur non essendo realmente appartenuta al gesuita, è un luogo che la compagnia ha voluto realizzare per rendere omaggio alla sua memoria. Stanislao era un giovane religioso polacco che, seguendo la sua prorompente fede, lasciò il suo paese e giunse a Roma nel 1567. Qui si unì alla Compagnia di Gesù stabilendosi in quella che allora era la sede del noviziato. Una malattia lo portò via solo un anno dopo, ad appena 18 anni. Nel silenzio delle stanze oggi a lui dedicate è possibile ammirare due sontuose cappelle decorate con un rosso intensissimo, un ciclo di dodici dipinti con storie della sua vita e soprattutto la statua di San StanislaoKostka morente in marmi policromi e alabastro, realizzata da Pierre Legros nel 1705.

La statua di San Stanislao Kostka – Foto: Stefania Rega

La riproduzione è talmente realistica che sembra possa prendere vita da un momento all’altro. Tutto l’ambiente è estremamente suggestivo. Il silenzio e la preparazione delle stanze sembrano davvero trasportare il visitatore in un tempo passato. È una prerogativa della Chiesa cattolica quella di conservare opere d’arte e reliquie in maniera così minuziosa e capillare, quasi maniacale, che la rievocazione del passato riesce talvolta nel miracoloso artificio di trasmettere finanche l’intangibile fragranza del tempo.

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