Una delle stanze – Foto: Demis Giannini

A Teramo l’ex Ospedale Psichiatrico Sant’Antonio Abate, dopo anni di abbandono, rinasce mediante un grande progetto di valorizzazione.

a cura di Demis Giannini

Gli ospiti del complesso: dai poveri a coloro che “davano problemi”

Il corridoio è largo abbastanza per farci passare due letti affiancati. La luce entra dalle finestre alte, quelle con le sbarre, arrugginite ma salde. Il pavimento di piastrelle consumate riflette appena, opaco, e i passi riecheggiano in modo particolare, come se lo spazio fosse più grande di quello che sembra. Sui muri l’intonaco si scrosta a chiazze, lasciando vedere il mattone sottostante. Qualche porta è ancora lì, socchiusa, aprendosi su stanze vuote in cui restano solo tracce scure sul pavimento: rettangoli precisi corrispondenti alla forma di letti.

Veduta esterna – Foto: Demis Giannini

Il complesso di Porta Melatina ha funzionato come manicomio per 117 anni, dal 1881 al 1998. Prima era stato un ospizio, aperto nel 1323 per volontà di un tal Bartolomeo Zalfone, che aveva lasciato parte della sua casa perché venissero accolti i bisognosi. Sei secoli e mezzo di un luogo, al centro di Teramo, dedicato alla carità, ma che poi è stato destinato ad assistenza, cura e contenimento.

Quando nell’estate del 1881 aprì la prima sezione per alienati, l’ospedale si trovava al pian terreno dell’edificio e il medico che se ne occupava era Berardo Costantini, della Congregazione di carità. Il nosocomio nacque per ospitare chi “dava problemi”, chi impazziva, chi non sapeva più badare a se stesso.

La targa che ricorda l’apertura della prima sala – Foto: Demis Giannini

Il contesto era quello della povertà, del vagabondaggio, delle trasgressioni ai costumi, come scrive Annacarla Valeriano nel suo Ammalò di testa. Il libro ricostruisce le vicende del manicomio attraverso fonti dirette: cartelle cliniche, lettere censurate degli internati, carteggi della direzione. Storie di gente che finiva lì per motivi che oggi sembrano assurdi, ma che allora bastavano: malinconia, isterismo, delirio religioso, esaurimento nervoso.

‘Ammalò di testa’ – Foto: Demis Giannini modificata con IA

Una città nella città, assurta a polo centrale della psicanalisi in Italia

Nel 1892 arrivò Raffaele Roscioli come primo direttore vero e proprio dell’ospedale, il quale cominciò a compilare cartelle cliniche dettagliate che tuttora sono lì, in un archivio che conta oltre 22.000 fascicoli. Nome, cognome, provenienza, diagnosi, decorso, esito. Alcuni degenti restavano pochi mesi, altri morivano dentro dopo decenni. L’istituto, intanto, cresceva. Nel 1903 arrivarono pazienti dai manicomi romani che erano sovraffollati. Si costruirono nuovi padiglioni, si ampliarono le sale. Nel 1925 la struttura ospitava circa 1.000 ricoverati, più di 100 infermieri, 5 medici a tempo pieno, inservienti e collaboratori che lavoravano nelle officine, nei laboratori e nelle colonie agricole. Se si pensa che Teramo centro non arrivava a 10.000 abitanti, il manicomio era una città nella città: la più grande azienda del territorio, come dice Valeriano.

La svolta arrivò con Marco Levi Bianchini, direttore dal 1924 al 1931. Era uno psichiatra napoletano, allievo di Lombroso, che aveva studiato in Germania e conosciuto Freud. Portò la psicoanalisi a Teramo, fondò nel 1925 la Società Psicoanalitica Italiana proprio dentro le mura del Sant’Antonio Abate. Una cosa impensabile: il primo gruppo psicoanalitico italiano che nasce in un manicomio di provincia, in Abruzzo. Levi Bianchini traduceva Freud, pubblicava riviste, organizzava convegni. Nel 1931, quando andò via per tornare a Nocera Inferiore, lasciò un’istituzione riconosciuta a livello nazionale.

Cortile esterno – Foto: Demis Giannini

Lettere censurate, spartiti ingialliti, letti arrugginiti: testimonianze di vite sofferte

La cappella è una delle parti che si sono conservate meglio. Le panche sono ancora davanti all’altare. Sulla parete di fondo, l’unica finestra lascia entrare una luce radente che illumina lo spazio in modo particolare, quasi teatrale. In un angolo c’è un organo, con il legno scurito dal tempo e qualche tasto mancante. Dentro un vecchio cassetto sono rimasti degli spartiti ingialliti, con la carta che si sfalda ai bordi. Musica sacra, probabilmente, brani per le funzioni. I ricoverati venivano qui per la messa, accompagnati dagli infermieri. Era uno dei pochi momenti in cui uscivano dai reparti, uno dei pochi spazi collettivi permessi.

La cappella – Foto: Demis Giannini

I letti dismessi sono ancora presenti in alcune stanze. Strutture metalliche pesanti, con la vernice che si stacca a scaglie. Alcuni hanno ancora le cinghie di contenzione fissate alle sbarre laterali, ormai marcite ma riconoscibili, per immobilizzare chi era agitato, chi urlava, chi cercava di farsi male. La pratica era comune, non solo a Teramo. Si chiamava contenzione meccanica e si usava quando i farmaci non bastavano o non c’erano.

Guardando questi letti viene da chiedersi quante persone ci sono passate sopra, per quanto tempo, con quale consapevolezza. Le cartelle cliniche raccontano di ricoveri che duravano vent’anni, trent’anni. Gente entrata giovane e morta vecchia dentro quelle mura, senza mai uscire. Donne internate dai mariti per adulterio o per disobbedienza, contadini portati dalle famiglie perché non lavoravano più, ragazze con gravidanze fuori dal matrimonio. Ammalò di testa riporta lettere strazianti: internati che scrivevano ai familiari chiedendo di tornare a casa, promettendo di comportarsi bene, di lavorare, di non dare fastidio. Lettere che venivano censurate, trattenute, mai spedite.

Il manicomio era organizzato per sessi separati. I padiglioni maschili da una parte, quelli femminili dall’altra. Niente contatti, niente promiscuità. I cortili dove si faceva l’ora d’aria erano divisi da muri alti. Dentro, la vita seguiva regole precise: sveglia all’alba, colazione, attività lavorativa per chi poteva –  dall’orto alla cucina, dalla lavanderia alle officine – pranzo, riposo, cena, luci spente.

Uno dei letti – Foto: Demis Giannini

L’evoluzione nel secondo Novecento: dalla legge Mariotti alla chiusura definitiva  

Negli anni Trenta, dopo la partenza di Levi Bianchini, il manicomio continuò a espandersi. Nel 1940 si decise di costruire una nuova sede a Casalena, alle porte della città, per i pazienti maschi, riservando il complesso di Porta Melatina alle donne. La guerra portò nuovi ricoverati: soldati con traumi psichici, profughi, sfollati. Le diagnosi comprendevano nevrosi da combattimento, esaurimento, psicosi reattive. Gente che aveva visto troppo, che non reggeva più.

Dopo la guerra il manicomio entrò in una fase di lenta trasformazione. Le terapie cominciarono a cambiare: arrivarono i primi psicofarmaci, si sperimentarono terapie occupazionali, si parlò di reinserimento sociale. Nel 1968 la legge Mariotti permise di curare anche fuori dal manicomio attraverso i Centri di igiene mentale. A Teramo si aprì una comunità terapeutica dentro il Sant’Antonio Abate, pensata come reparto aperto, dove sperimentare condizioni di vita meno costrittive.

Nel 1977 c’erano ancora 870 pazienti ricoverati e 358 infermieri. Numeri enormi, per gli standard attuali. L’anno dopo arrivò la legge 180, quella di Basaglia, che chiuse i manicomi e istituì i servizi territoriali. Fu una rivoluzione. Da un giorno all’altro, o quasi, bisognava smantellare un sistema che aveva funzionato per un secolo. Trovare case ai pazienti, organizzare assistenza sul territorio, formare operatori. Il Sant’Antonio Abate cominciò a svuotarsi. I pazienti più giovani e autosufficienti uscirono per primi, poi gli altri. I più gravi, quelli che non avevano famiglia o non potevano essere dimessi, restarono fino alla chiusura definitiva.

Una delle scritte sui muri – Foto: Demis Giannini

Il 31 marzo 1998 chiuse anche l’ultimo reparto: 675 anni di storia finivano lì, in quella data. Il complesso rimase vuoto, abbandonato. Qualche tentativo di recupero, progetti di riconversione, ma niente di concreto. Gli edifici cominciarono a degradarsi: tetti che cedevano, finestre rotte, infiltrazioni d’acqua. Le erbacce crescevano nei cortili, i piccioni nidificavano nelle stanze.  

Oggi il Sant’Antonio Abate è un rudere custodito. Si può entrare solo con permessi speciali, per motivi di studio o per documentazione. I corridoi sono quelli di sempre. Le pareti conservano scritte, graffiti, messaggi lasciati dai ricoverati. Nomi incisi con le unghie o con qualche oggetto appuntito. Date, preghiere, bestemmie. Una stratificazione di voci che nessuno ascoltava allora e che adesso nessuno legge. Nelle stanze si trovano ancora oggetti sparsi. Qualche sedia sfondata, armadi metallici arrugginiti, comodini ribaltati. In una stanza ci sono pile di documenti ingialliti, registri abbandonati, fogli volanti con annotazioni mediche. La carta si sfalda al tatto, l’inchiostro sbiadisce. Sono frammenti di vite, ridotte a diagnosi e prescrizioni: “Paziente agitato, somministrare bromuro”; “Rifiuta il cibo, sorveglianza costante”; “Miglioramento parziale, proseguire terapia”.

La cosa che colpisce, camminando in questi spazi, è il silenzio, denso, carico di assenza. Si fa fatica a immaginare il rumore che c’era: urla, pianti, voci sovrapposte, passi degli infermieri, porte che sbattono, campanelli, ordini. Adesso c’è solo il vento, che entra dalle finestre rotte e fa sbattere qualche imposta rimasta. E il proprio respiro, amplificato dall’eco.

Alcune delle medicine rimaste – Foto: Demis Giannini

Dall’archivio storico un ‘affresco’ della società abruzzese tra XIX e XX secolo

L’archivio storico del Sant’Antonio Abate è stato salvato e catalogato: 22.000 fascicoli, conservati all’Università di Teramo, accessibili ai ricercatori. Annacarla Valeriano li ha studiati per anni, prima di scrivere Ammalò di testa. Ha letto migliaia di cartelle, trascritto centinaia di lettere, ricostruito biografie. Il risultato è un‘affresco’ della società abruzzese tra Ottocento e Novecento, vista dal buco della serratura del manicomio. Emerge un mondo di miseria materiale e morale, di ignoranza e superstizione, ma anche di sofferenza autentica e di disperazione.

Molti internati erano contadini analfabeti, emigranti tornati dall’America impazziti, donne abbandonate dai mariti. La pellagra, malattia dovuta alla malnutrizione, causava disturbi mentali e portava al ricovero. L’alcoolismo cronico era riscontrabile in percentuali altissime. Le diagnosi spesso riflettevano pregiudizi sociali più che quadri clinici: devianza sessuale, disobbedienza, rifiuto del lavoro. Il manicomio serviva anche a normalizzare, a riportare nell’ordine chi ne usciva. Eppure il Sant’Antonio Abate fu anche altro. Fu un luogo di sperimentazione scientifica, un centro culturale riconosciuto, un’istituzione che diede lavoro a centinaia di persone. Levi Bianchini vi portò la psicoanalisi quando in Italia era quasi sconosciuta. Altri direttori, nei decenni successivi, tentarono riforme, introdussero nuove terapie, aprirono alla comunità. Non fu solo un luogo di segregazione, anche se questa fu la sua funzione principale.

Per anni, il dibattito su cosa farne del complesso è andato avanti senza sbocchi. C’è chi voleva farne un museo della psichiatria, chi un centro culturale, chi demolire tutto e ricostruire. Intanto gli edifici continuavano a crollare pezzo per pezzo. Ogni inverno nuovi danni, ogni estate nuove infiltrazioni. Il tempo lavorava contro la conservazione e le decisioni tardavano.

Catasta di cartelle cliniche – Foto: Demis Giannini

Il progetto Cittadella della Cultura

Poi, ad aprile del 2026, dopo 28 anni di abbandono, è arrivata la svolta. L’Università di Teramo ha aperto un cantiere per trasformare il complesso nella Cittadella della Cultura. Un progetto da 35 milioni di euro, con il primo lotto destinato ai dipartimenti di Scienze della Comunicazione e Scienze Politiche. Il rettore parla di una visione per la Teramo del 2040 e del 2050, di residenze studentesche da inserire negli spazi recuperati, di un tavolo permanente composto da studenti per decidere insieme il futuro del luogo. L’idea è chiara: non fare una cattedrale nel deserto, ma riempire il complesso di vita nuova, di giovani, di attività; trasformare la memoria in presenza.

Resta da vedere come si concilieranno i due piani: da una parte, la necessità di conservare la memoria di quello che il Sant’Antonio Abate è stato, con tutto il peso di sofferenza che porta dentro; dall’altra, la volontà di farne un polo universitario vivo, frequentato, produttivo. Non è facile trasformare un ex manicomio in aule e biblioteche senza cancellare le tracce, senza fare finta che quei corridoi non abbiano visto quello che hanno visto. Ma forse è proprio questa la sfida: tenere insieme passato e futuro, memoria e progetto, dolore e speranza. Certi luoghi portano dentro una memoria troppo pesante per essere facilmente riconvertiti. Il Sant’Antonio Abate ha visto troppa sofferenza, troppa solitudine, troppo dolore. Le sue mura hanno assorbito decenni di vite negate, di identità cancellate, di speranze spente. Trasformarlo in qualcosa che non tenga conto di ciò sarebbe una profanazione. Ma lasciarlo marcire non rende giustizia a chi ci ha vissuto e a chi ci ha lavorato. La Cittadella della Cultura propone una terza via: recuperare gli spazi rispettando la storia, riempirli di un nuovo valore senza dimenticare il passato.

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