Foto: Simona Colletta (modificata con IA)
Francesco Piccolo, nel suo libro Che cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò, racconta gli anni finali della vita del grande attore e poeta napoletano.
a cura di Simona Colletta
Totò: dietro la maschera una complessa personalità
Francesco Piccolo è autore di romanzi e sceneggiatore di film di successo. Nel suo ultimo volume, Che cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò, approccia alla vita di una delle maschere più famose del teatro e del cinema italiano, partendo da una ricca fonte di riferimenti bibliografici. Piccolo osserva l’attore da più punti di vista: attraverso lo sguardo divertito del pubblico, nonché quello intimo della figlia Liliana, delle donne e degli amici che gli sono stati accanto fino alla fine, prima fra tutti la compagna Franca Faldini. Il risultato è un ritratto, lucido e consapevole, di un uomo fragile e malinconico, che dentro di sé ha vissuto la complessità di una doppia personalità divisa tra l’elegante aristocratico napoletano e lo schiavo, il guitto Totò, sfruttato e costretto a pagare i lussi del Principe che intanto vive sulle sue spalle.
Chi è Totò se non un umile popolano che conosce la fame e la carenza? Invece di abbattersi reagisce alla miseria con la risata e sfida la vita a colpi di sketch memorabili che sono diventati parte dell’identità collettiva. Il cinema per Totò è successo e soldi che gli consentono un tenore di vita a cui non può sottrarsi per sostenere l’immagine dell’aristocratico, così come tutti i bisognosi a cui, con smisurata generosità, elargisce regali e sostentamento.
Una vita sul palcoscenico, messa a dura prova dalla malattia
Piccolo mette in risalto come Totò abbia un approccio soprattutto fisico alla recitazione. L’attore ama saltare, correre, improvvisare ed è per questo che lo spazio che si addice al suo stile è il palco del teatro. Per questo inframezza la carriera cinematografica a tournée teatrali dove ha modo di entrare in contatto diretto con le persone e raccogliere direttamente il feedback del pubblico.
Sul palco del Politeama di Palermo, nel maggio del 1957, vestendo i panni di Napoleone Bonaparte nella commedia musicale A prescindere, si verifica l’evento che precede il declino dell’attore. Totò, che già non vede dall’occhio sinistro, diventa completamente cieco anche dall’occhio destro. È un corto circuito nella vita dell’artista. Complice la forte luce dei riflettori a cui è stato esposto per anni e una forte dose di antibiotici assunta poco tempo prima, l’attore a Palermo, davanti al suo pubblico, è improvvisamente al buio. Piangerà da solo nel camerino, ma finché è sul palco è padrone del suo regno e conclude lo spettacolo con uno scatenato finale in testa ai bersaglieri. Piccolo mette in risalto come Totò nei lunghi mesi di isolamento necessari per curarsi riesca a tirare fuori ancora una volta la sua grandezza. Il recupero di parte della vista laterale gli consente di tornare ad esibirsi, ma la comicità non è più quella fisica di un tempo: ora è incentrata sulla parola a causa della mobilità incerta. Eppure, nelle difficoltà dimostra risorse inaspettate e una grande profondità delle sue qualità artistiche, arrivando a cimentarsi nei ruoli impegnati del cinema d’autore.
Dal Nastro d’Argento alla gloria post mortem
Le nuove esperienze cinematografiche al fianco di grandi registi nel 1966 gli valgono il conferimento dal Nastro d’Argento come miglior attore protagonista nel film Uccellacci uccellini, assegnato dal Sindacato dei giornalisti cinematografici italiani, a cui sarcasticamente rivolge così il suo ringraziamento: “Il Sindacato dei giornalisti cinematografici, molti dei quali probabilmente sono gli stessi che mi hanno denigrato per anni, mi assegna il Nastro d’Argento. Qualcuno arriva a definirmi come un grande attore e io quasi non ci credo. Forse in un caso così clamoroso di pentimento tardivo bisognerebbe dire meglio tardi che mai, ma lasciamo correre”.
Totò si spegne il 15 aprile 1967, amareggiato dall’idea che i suoi trent’anni di carriera siano stati un fallimento e le opere da salvare poche. Il rammarico più grande per l’attore è di non aver partecipato prima a film di qualità, avendo piuttosto prestato il volto a pellicole di comicità popolare che lo hanno esposto alle decise stroncature della critica che giudicava le sue performance di scarso livello. Il giorno stesso della sua morte tutto cambia: è acclamato a voce di popolo come il re della risata e icona del cinema italiano, e a lui vengono riservati gli onori di un grande interprete della natura umana, celebrati in ben tre funerali, il primo a Roma e gli altri due a Napoli. Il Rione Sanità, da cui è partito povero e scalzo, ospita la cerimonia più sentita: una bara vuota raggiunge la chiesa di San Vincenzo per consentire alla gente del suo quartiere di salutarlo e di benedire non un corpo, ma un sentimento collettivo. Piccolo regala ai lettori un libro ricco di aneddoti, descritti con l’abilità dello sceneggiatore, che contribuisce a tenere accesa l’attenzione sul talento di un personaggio che per la sua unicità ha regalato uno dei capitoli più belli della cultura italiana. L’opera è stata presentata dal suo autore e da Roberto Saviano al 38° Salone del Libro di Torino durante un incontro moderato dallo scrittore e critico Marco Peano.
