Piccoli sbandieratori durante la Cordesca – Foto: Demis Giannini
La manifestazione, giunta nel 2026 alla 23esima edizione, è la versione per bambini della Giostra Cavalleresca, storico torneo tra i sestieri e i borghi della città abruzzese.
a cura di Demis Giannini
Lo stadio Pallozzi: una location tra storia, danza e tifo
C’è un momento, allo stadio Pallozzi di Sulmona, in cui il rumore cambia registro. Le tribune, che fino a un attimo prima erano pervase da un brusio diffuso, si compattano in un’unica voce quando il cavaliere corre sulla pista erbosa, puntando la lancia verso gli anelli sospesi alle sagome dei mantenitori. Il tempo si stringe in pochi secondi. Se l’anello viene infilato, il suono del metallo è secco, quasi insignificante rispetto al boato che sale dagli spalti. Se la lancia manca il bersaglio, il silenzio è più rumoroso di qualunque urlo. Sulmona, in quei pochi secondi, smette di essere una città e diventa un campo di tifo, con bandiere di borghi e sestieri che sventolano tutte nella stessa direzione.
Questa è la Cordesca, la versione per bambini della Giostra Cavalleresca di Sulmona, arrivata nel 2026 alla sua 23esima edizione. Una manifestazione che molte città avrebbero liquidato come evento collaterale, come appendice pedagogica della festa vera, e che Sulmona invece ha preso sul serio fin dall’inizio, costruendoci intorno un anno intero di preparazione – lezioni di araldica, storia del Rinascimento, danza antica – e una competizione vera, con borghi e sestieri che fanno il tifo come se ci fossero i cavalli.

Un momento della Cordesca allo stadio Pallozzi – Foto: Demis Giannini
La città è divisa in sette contrade: quattro sestieri – Porta Manaresca, Porta Filiamabili, Porta Bonomini, Porta Japasseri – e tre borghi – Pacentrano, San Panfilo e Santa Maria della Tomba. Questa geografia è medievale, ma nella memoria collettiva sulmonese funziona ancora come un sistema di appartenenze reali. Non è rievocazione astratta: è la struttura attraverso cui la città si riconosce, si divide, tifa e litiga. Durante la Cordesca, i bambini non recitano una parte generica da cavalieri del passato. Rappresentano il proprio quartiere, il proprio angolo di centro storico e questa differenza – sottile ma decisiva – è quella che trasforma un saggio in un torneo.
La giostra degli adulti si svolge in luglio, in piazza Garibaldi, con i cavalieri a galoppo su un campo di sabbia che trasforma il cuore della città in un’arena rinascimentale. La Cordesca ha una logica simile ma si gioca allo stadio comunale Pallozzi, su una pista erbosa, con lance più leggere e anelli che variano di diametro – 6, 8, 10 centimetri – in ordine crescente di difficoltà. I giovani cavalieri non montano a cavallo: corrono a piedi o procedono in un altro modo adatto all’età, avendo imparato a tenere la lancia dopo molte cadute e molti tentativi. La meccanica del gesto è semplice da descrivere e quasi impossibile da eseguire bene: bisogna infilare la punta della lancia nell’anello sospeso senza rallentare, senza uscire dalla traiettoria, senza perdere il controllo dell’asta nel momento dell’impatto.

Tifosi durante la Cordesca allo stadio Pallozzi – Foto: Demis Giannini
Il corteo e il suo grande valore identitario
Esaurite le sfide, è il corteo a chiudere la giornata. Trecento figuranti attraversano il centro storico di Sulmona tra palazzi medievali e portici d’acquedotto, suonando, sfilando e portando avanti qualcosa che non si spiega facilmente a chi non è del posto. Sono bambini, quasi tutti, tra gli 8e i 14 anni: indossano costumi realizzati con gli stessi tessuti che si usano per la Giostra Cavalleresca degli adulti – velluti, broccati, cinture lavorate – e camminano con una serietà che fa sorridere solo chi non ha capito ancora quanto sia importante per loro tale evento. Le dame tengono la gonna con due dita appena. I musici non si guardano intorno. Gli sbandieratori portano le aste quasi a riposo. Dentro tutto ciò vi è qualcosa che assomiglia all’orgoglio di appartenere a un luogo che ha una storia lunga e che quella storia non l’ha messa in una teca, ma la valorizza due volte l’anno portandola per strada.
Sulmona è città ovidiana per definizione – la scritta Sulmo mihi patria est campeggia ovunque, dai cartelli stradali alle etichette dei confetti – ma la sua identità non è costruita solo su quella paternità letteraria illustre. È basata anche su questo: sul fatto che ogni anno, a giugno, bambine e bambini vestiti da dame e armigeri attraversano in corteo strade sotto cui scorrono le acque dell’acquedotto medievale, portando con sé l’eco della gara appena conclusa. Il passato a Sulmona non è un’astrazione. È un percorso con un punto di partenza e un punto di arrivo.

Il corteo di bambini in abito d’epoca – Foto: Demis Giannini
Il ruolo essenziale della formazione scolastica
Quello che rende la Cordesca diversa da una semplice festa in costume è la struttura educativa che la sostiene. Nel corso dell’anno, nelle scuole elementari e medie della città, i ragazzi che vogliono partecipare seguono lezioni tenute dagli esperti dell’associazione Giostra Cavalleresca: si impara a suonare la chiarina, a battere il tamburo con la cadenza giusta, a maneggiare la bandiera. Si studiano l’araldica e la storia del Rinascimento, non come materie scolastiche aggiuntive ma come prerequisiti pratici. Chi vuole sfilare deve apprendere – e dunque saper spiegare – perché il proprio borgo porta specifici simboli, sfondi e colori.
Questa trasmissione verticale – dagli adulti della Giostra ai bambini della Cordesca – è ciò che l’evento difende con più ostinazione. Non la spettacolarità, non il numero di spettatori, non la copertura mediatica: la continuità. La 23esima edizione della Cordesca esiste perché c’è stata una prima edizione, nel 2003, in cui qualcuno ha deciso che la Giostra aveva bisogno di un futuro e che il futuro dovevano costruirselo i bambini.
Prima che inizino le sfide, i bambini che aspettano il proprio turno si muovono ai bordi del campo con quella concentrazione leggermente rigida di chi ha provato molte volte ma sa che adesso è diverso. Le tribune si riempiono di bandiere – ogni borgo e sestiere ha i propri colori, i propri cori – e l’atmosfera smette di avere qualcosa di pittoresco per diventare qualcosa di genuinamente sportivo. Le mamme fotografano. I nonni spiegano agli estranei che cosa significa l’anello più piccolo. Qualcuno scandisce il nome del proprio sestiere come se fosse un’invocazione, e quando il cavaliere parte tutto ricomincia quasi subito con il concorrente successivo, il borgo successivo, finché le sfide non sono esaurite.

Il corteo di bambini in abito d’epoca – Foto: Demis Giannini
Il palio, un agognato premio da custodire nel proprio quartiere
Al termine delle gare, il palio – un dipinto realizzato da un artista selezionato attraverso un concorso aperto a pittori italiani e stranieri – viene consegnato al capitano del borgo o del sestiere vincitore. È un oggetto vero, non un trofeo seriale: ogni anno è diverso, ogni anno porta dentro di sé il lavoro di una persona che ha immaginato Sulmona, la lancia, l’anello, o qualcosa che rimanda all’evento senza raffigurarlo direttamente. Il palio viene custodito, esposto, ricordato. Diventa parte dell’archivio materiale della città. Alla fine della giornata, quando il corteo si è sciolto per le vie del centro storico e le tribune dello stadio si sono già svuotate da un pezzo, rimane in giro qualche famiglia con ancora addosso i colori del proprio sestiere. I bambini che hanno gareggiato camminano con quella stanchezza particolare di chi ha fatto qualcosa che contava. Non è la stanchezza del gioco. È qualcosa di diverso, più composto, che somiglia alla soddisfazione degli adulti. Le chiarine non suonano più, ma chi era lì nel pomeriggio le sente ancora, qualche ora dopo, con una precisione strana, come se il suono avesse deciso di restare un po’ più a lungo nell’aria del Peligno.
