Una sala della mostra – Foto: Mario Severino
L’arte italiana, dal secondo Novecento a oggi, è raccontata al MAXXI di Roma in una mostra visitabile fino al prossimo 20 settembre.
a cura di Mario Severino
Un ambizioso progetto per descrivere una speciale ‘postura culturale’
La mostra Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi, ospitata presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, rappresenta uno dei progetti espositivi più ambiziosi dedicati all’arte italiana contemporanea. Curata da Andrea Bellini e Francesco Stocchi, l’esposizione raccoglie oltre 300 opere di circa 130 artisti, attraversando più di ottant’anni di storia culturale nazionale: dal secondo dopoguerra fino alle pratiche artistiche più recenti.
Ma ciò che rende questa mostra davvero significativa non è soltanto la sua imponenza quantitativa. Tragicomica è soprattutto un’operazione teorica e culturale, un tentativo di interpretare l’intera vicenda dell’arte italiana contemporanea attraverso una categoria precisa: il tragicomico. Non un genere artistico, ma un modo di guardare il mondo; una ‘postura culturale’ che permette di affrontare il dolore, la crisi, la catastrofe e il fallimento mediante il paradosso, l’ironia, il grottesco, l’assurdo. Nel percorso del MAXXI, dunque, viene ricostruita un’immensa “anti-storia” dell’arte italiana contemporanea: non una cronologia lineare, ma un sistema di relazioni, cortocircuiti, risonanze e contraddizioni.
Il significato del titolo
Il titolo della mostra è già una dichiarazione teorica. Tragicomica unisce infatti due poli apparentemente opposti: il tragico e il comico. Nella cultura italiana, secondo i curatori, questi due elementi non si escludono mai veramente, ma convivono continuamente. L’idea nasce soprattutto dalle riflessioni del filosofo Giorgio Agamben, autore del libro Categorie italiane. Studi di poetica (1996), testo fondamentale per la costruzione teorica della mostra. Lo scrittore ritiene che la cultura italiana sia caratterizzata da una “caparbia intenzione anti-tragica”: una tendenza storica a non abbandonarsi mai completamente alla catastrofe assoluta, ma a stemperare il dramma attraverso il riso, la teatralità, la caricatura e l’ironia. Il tragico non viene negato, ma trasformato, reso attraversabile. Il tragicomico, dunque, non significa superficialità o evasione. Al contrario, è un modo per rendere il tragico sopportabile.

Una sala della mostra – Foto: Mario Severino
Il riferimento più antico è naturalmente Dante Alighieri, padre della lingua e della cultura italiana, che definì il proprio capolavoro “commedia” e non “tragedia”. Già qui emerge una caratteristica centrale della cultura del Belpaese: affrontare il dolore e la dimensione spirituale più alta attraverso un linguaggio vicino al quotidiano, al terreno, all’umano. Dante analizza temi estremi – la morte, il peccato, la dannazione, la salvezza – ma lo fa mantenendo sempre un contatto con la realtà concreta dell’essere umano.
Questa attitudine attraversa poi la Commedia dell’Arte, fino ad arrivare al teatro di Eduardo De Filippo, alla comicità di Totò, all’umorismo pirandelliano (definito “sentimento del contrario”) e alla grande stagione della commedia all’italiana nel cinema. A tal proposito, Federico Fellini sviluppa continuamente questa tensione; nei suoi film il grottesco, il carnevalesco e il surreale convivono con la solitudine, il desiderio e la crisi esistenziale. Lo stesso vale per Pier Paolo Pasolini, che mescola sacro e degradazione, poesia e brutalità, spiritualità e corporeità dentro immagini profondamente contraddittorie. Anche l’arte figurativa eredita questa tensione continua tra sublime e ridicolo, tra grandezza e caduta, tra dramma e farsa, e sono queste le dialettiche che la mostra del MAXXI prova a dimostrare.
Un percorso libero, labirintico e anti-cronologico
Uno degli aspetti più interessanti della mostra è il modo in cui le opere vengono messe in relazione tra loro. Il percorso non segue infatti un ordine cronologico tradizionale. Gli artisti dialogano liberamente attraverso analogie, contrasti e cortocircuiti visivi. Figure lontanissime per epoca e linguaggio vengono accostate sulla base di affinità emotive e culturali. Le sale del MAXXI diventano così una sorta di ‘atlante visivo’ dell’immaginario italiano contemporaneo. Il visitatore passa da Lucio Fontana a Maurizio Cattelan, da Piero Manzoni a Paola Pivi, da Alighiero Boetti a Roberto Cuoghi.

Maurizio Cattelan – Comedian – Foto: Mario Severino
Il carattere frammentario e aperto dell’allestimento riflette perfettamente il tema del tragicomico: una dimensione instabile, ambigua, impossibile da racchiudere in una narrazione lineare.
Proprio questa vastità rappresenta al tempo stesso uno dei punti di forza e uno dei limiti della mostra. L’accumulo di opere, linguaggi e riferimenti produce infatti un’esperienza estremamente intensa ma a tratti dispersiva. Alcuni critici hanno sottolineato come l’allestimento rischi talvolta di trasformarsi in un sovraccarico visivo, quasi in un enorme saloon contemporaneo. Tuttavia, anche questo senso di smarrimento sembra coerente con l’idea stessa del progetto: il tragicomico non è mai ordinato, ma vive sempre dentro l’eccesso, l’ambiguità e la contraddizione.
Lucio Fontana e la crisi dell’identità moderna
Fin dalle prime sale emerge immediatamente la figura di Lucio Fontana, che apre simbolicamente il percorso con una delle sue opere più emblematiche: su un lato compare la frase “Io sono un santo”, mentre sul retro si legge “Io sono una carogna”. In questa doppia dichiarazione convivono sacralità e dissacrazione, grandezza e degradazione, autocelebrazione e autoironia. Fontana costruisce e distrugge contemporaneamente la figura eroica dell’artista, trasformandola in una maschera fragile e contraddittoria.
Anche i suoi celebri tagli possono essere letti in questa prospettiva. Non sono soltanto aperture spaziali o sperimentazioni formali, ma vere e proprie ferite simboliche che incrinano la superficie del reale. Nei lavori di Fontana il sublime convive sempre con il rischio del ridicolo; l’ambizione cosmica si intreccia con una profonda consapevolezza della fragilità umana. È proprio questa tensione irrisolta a renderlo uno dei grandi anticipatori del sentimento tragicomico nella cultura visiva italiana.
Manzoni, Boetti e De Dominicis: il fallimento come forma poetica
La mostra dedica ampio spazio alla figura di Piero Manzoni. Le sue opere mettono radicalmente in crisi il concetto stesso di opera d’arte, ironizzando sui meccanismi culturali ed economici che determinano il valore artistico. In Manzoni il gesto non è mai semplice provocazione: il riso diventa uno strumento critico capace di smontare le certezze del sistema dell’arte e dell’identità moderna. L’assurdo e il paradosso diventano così strumenti filosofici.
Questa riflessione sul limite e sull’impossibilità attraversa anche la ricerca di Alighiero Boetti, il cui lavoro oscilla continuamente tra ordine e caos. Le sue opere costruiscono mappe, sistemi, classificazioni e archivi che però finiscono sempre per rivelare l’incapacità di controllare davvero il mondo. Dietro la precisione concettuale emerge sempre una sottile ironia: il tentativo umano di dare ordine al reale è inevitabilmente destinato a restare incompleto. Il tragicomico di Boetti nasce proprio da questa consapevolezza.

Monica Bonvincini – Built for Crime – Foto: Mario Severino
Ancora più poetica e struggente appare la ricerca di Gino De Dominicis. Il suo celebre Tentativo di volo rappresenta perfettamente il cuore della mostra: il desiderio impossibile dell’uomo di superare i propri limiti. In De Dominicis il fallimento non viene nascosto, ma trasformato in gesto assoluto. Il sublime e il ridicolo convivono continuamente, creando una tensione che rende le sue opere insieme metafisiche e profondamente umane.
Linguaggio, corpo e identità: l’ironia come resistenza
Un nucleo fondamentale della mostra riguarda gli artisti che hanno lavorato sul linguaggio, sul corpo e sull’identità come strumenti di critica culturale. Tomaso Binga, Mirella Bentivoglio e Ketty La Rocca utilizzano parola, fotografia e performance per smontare i codici sociali e linguistici dominanti.
Le opere di Tomaso Binga sono particolarmente significative: il corpo femminile si trasforma in scrittura vivente, costruendo alfabeti attraverso posture fisiche ironiche e provocatorie. L’artista mette in discussione le strutture patriarcali del linguaggio e della rappresentazione, utilizzando il gioco e il paradosso come strumenti di liberazione. Qui il tragicomico assume una forte dimensione politica: ridere significa smascherare il potere.
Anche Emilio Isgrò lavora sul linguaggio come spazio di crisi e contraddizione. Le sue celebri cancellature non eliminano il senso, ma lo rendono ambiguo e instabile. Quando dichiara “Io non sono Emilio Isgrò”, l’artista mette in crisi l’idea stessa di identità stabile e coerente. Il tragicomico emerge allora da questa impossibilità di descrivere definitivamente il sé.
Arte Povera e Transavanguardia: materia, mito e inquietudine
La mostra attraversa anche la stagione dell’Arte Povera, dove artisti come Giuseppe Penone e Gilberto Zorio lavorano su materiali vivi, energie naturali e processi di trasformazione. Le loro opere sembrano suggerire che l’uomo non possa mai controllare completamente il mondo che lo circonda. La materia sfugge, si trasforma, resiste. Anche qui il tragicomico emerge come consapevolezza della fragilità umana di fronte al tempo e alla natura.

Giuseppe Penone – Patate – Foto: Mario Severino
Con Oggettivizzazione di una seduta spiritica Eliseo Mattiacci mette in scena l’attesa di qualcosa di invisibile o spirituale, ma invece di mostrarlo ne evidenzia il vuoto e l’assenza. La spiritualità, quindi, non viene rappresentata come una verità certa, ma come un’esperienza fragile e dubbiosa. Da qui nasce un sentimento ambiguo: il sorriso che l’opera può suscitare non è mai completamente sereno, così come il senso di vuoto non è mai totalmente drammatico.

Eliseo Mattiacci – Oggettivizzazione di una seduta spiritica – Foto: Mario Severino
Con la Transavanguardia il tono cambia radicalmente. Sandro Chia, Enzo Cucchi e Mimmo Paladino riportano al centro una pittura teatrale, visionaria e simbolica. Le loro figure sembrano eroi decaduti, personaggi sospesi tra monumentalità e caricatura. La pittura si trasforma in una scena teatrale dove il mito convive continuamente con il grottesco.

Sandro Chia – Sinfonia incompiuta – Foto: Mario Severino
Maurizio Cattelan e il tragicomico contemporaneo
Il percorso culmina nelle opere degli anni Novanta e Duemila, dove il tragicomico assume tonalità più oscure e disturbanti. In questo contesto Maurizio Cattelan occupa una posizione centrale. Le sue opere trasformano il potere, la religione e le istituzioni in immagini sospese tra ironia e trauma. In La Nona Ora il Papa colpito da un meteorite appare simultaneamente ridicolo e tragico: simbolo di un’autorità improvvisamente vulnerabile, travolta dall’assurdità del destino. In Novecento il cavallo imbalsamato, sospeso nel vuoto, diventa invece l’immagine di un intero secolo incapace di trovare stabilità.
Anche Paola Pivi lavora su questa ambiguità. La sua installazione 25.000 Covid Jokes (It’s Not a Joke) raccoglie migliaia di meme e battute nati durante la recente pandemia, trasformando il riso collettivo in un archivio inquietante della paura contemporanea. L’ironia non consola; rivela, piuttosto, la profondità del trauma.

Maurizio Cattelan – Novecento – Foto: Mario Severino
Il tragicomico come forma di sopravvivenza culturale
La grande forza della mostra Tragicomica sta nel fatto che non parla soltanto di arte contemporanea. Parla dell’Italia, del suo immaginario, del suo modo di affrontare la crisi, il dolore e il fallimento. Attraverso opere diversissime tra loro emerge l’idea che la cultura italiana abbia sviluppato nei secoli una particolare capacità di convivere con le contraddizioni, senza mai risolverle completamente, e di stare dentro la crisi senza trasformarla mai in tragedia assoluta. Il tragicomico diventa così una forma di sopravvivenza culturale. Non elimina il dramma, ma impedisce che diventi definitivo; permette di guardare il mondo senza illusioni, ma anche senza rinunciare completamente alla possibilità di immaginare altro. In un’epoca segnata da crisi continue, guerre, instabilità e disorientamento, Tragicomica mostra come l’arte possa ancora essere uno spazio di resistenza emotiva e intellettuale. Le opere non offrono consolazione né risposte rassicuranti. Al contrario, espongono la fragilità dell’esistenza, smontano le certezze, trasformano il potere in caricatura e il dolore in immagine. Ma proprio dentro questa instabilità emerge qualcosa di profondamente umano: la capacità ostinata di continuare a guardare il precipizio senza smettere di sorridere.
